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 2026  marzo 17 Martedì calendario

Gli effetti sulla salute dell’inattività causata dal caldo

Non è solo il cuore che batte troppo forte o la pressione sanguigna che scende. Non è neanche il fatto che si può sudare così tanto da disidratarsi o avere le vertigini. E neppure solo il fatto di poter andare incontro a una serie di complicazioni serie a cervello, cuore, reni e muscoli: il caldo scatenato dal cambiamento climatico può arrivare a bloccarci in casa, a renderci talmente inattivi da mettere a rischio le nostre funzioni vitali. A far suonare il campanello d’allarme è uno studio firmato dai ricercatori della Pontificia Universidad Católica Argentina e pubblicato sulla rivista The Lancet Global Health.
La ricerca dice sostanzialmente questo: “L’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico potrebbe spingere milioni di adulti in tutto il mondo verso l’inattività fisica entro il 2050, provocando centinaia di migliaia di morti premature e miliardi di dollari di perdita di produttività”. Gli esperti la definiscono “una delle principali sfide per la salute globale”.
L’inattività fisica sta infatti per essere catalogata tra le nuove emergenze mondiali. Sono studi recenti a testimoniare che circa un terzo della popolazione adulta mondiale non aderisce alle linee guida dell’Oms, che prevedono un minimo di 150 minuti di attività fisica di intensità moderata o 75 minuti di attività fisica di intensità vigorosa alla settimana. Ma il fatto di rimanere inattivi, spiegano gli autori dello studio, “rappresenta anche uno dei principali fattori di rischio modificabili per le malattie non trasmissibili (MNT) ed è responsabile di circa il 5% di tutti i decessi tra gli adulti”.
Inoltre, evidenziano, “comporta costi sanitari diretti annuali che ammontano a 54 miliardi di dollari e genera ulteriori 14 miliardi di dollari di perdite di produttività”. Per questo, sottolineano, “senza un’azione decisa, la prevalenza globale dell’inattività fisica potrebbe aumentare, minacciando l’obiettivo dell’Oms di una riduzione del 15% entro il 2030”.
Va detto che la temperatura ambientale rappresenta un fattore sempre più cruciale per la partecipazione all’attività fisica in tutto il mondo. E che l’esposizione al calore impone vincoli fisiologici attraverso un aumento dello stress cardiovascolare e una più alta percezione dello sforzo, creando molti ostacoli alla volontà e alla capacità di fare movimento all’aperto. Su tutto questo, aggravando la situazione, intervengono gli eventi meteorologici estremi e una qualità dell’aria che gli esperti definiscono “compromessa”. Il risultato? “Nel complesso le persone riducono le opportunità di svolgere attività fisica in sicurezza – spiegano gli autori dello studio -, effetti che colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni a basso reddito prive di adeguate infrastrutture di raffreddamento”.
Un esempio su tutti: nel 2023, la popolazione mondiale ha sperimentato in media 1.512 ore di condizioni ambientali che presentavano un rischio almeno moderato di stress da calore durante attività all’aperto leggere, con un aumento del 28% (328 ore) rispetto ai livelli del periodo 1990-99. E il cambiamento climatico potrebbe peggiorare il trend.
Le previsioni non sono rosee. Il sesto rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) prevede che ogni ulteriore aumento di 0,5 °C del riscaldamento globale cresceranno l’intensità, la frequenza e la durata degli estremi di caldo e umidità, con conseguenti perdite di produttività lavorativa e rischi per la salute.
“Se il mondo raggiungesse 2°C al di sopra delle temperature preindustriali, più di un quarto della popolazione mondiale potrebbe sperimentare un mese in più di grave stress da calore ogni anno rispetto alla media del periodo 1950-79 – spiegano gli scienziati -. Questi cambiamenti comprimono il numero di ore termicamente sicure per l’esercizio, erodendo l’attività fisica abituale e aggravando le disuguaglianze laddove la capacità di adattamento è limitata. Quanto alle prove globali su come il riscaldamento prolungato si traduca in inattività fisica, rimangono scarse, in particolare nei Paesi a basso e medio reddito (LMIC), dove la mortalità per malattie non trasmissibili sensibili al clima è già considerevole”.
I ricercatori argentini hanno affrontato il tema dell’attività fisica legata al cambiamento climatico analizzando i dati di 156 Paesi tra il 2000 e il 2022 per riuscire a capire come l’aumento delle temperature potrebbe influenzare l’attività fisica a livello globale fino al 2050. L’hanno fatto utilizzando proiezioni basate su modelli, ricavate da sondaggi sull’attività fisica riferita dagli stessi interessati, proiezioni che tengono conto delle variazioni di temperatura. Ciò che si prospetta non è certo entusiasmante: entro il 2050 ogni mese aggiuntivo con una temperatura media superiore a 27,8 °C aumenterebbe l’inattività fisica di 1,5 punti percentuali a livello globale e di 1,85 punti percentuali nei Paesi a basso e medio reddito, ma senza un impatto chiaro in quelli ad alto reddito. Questo si traduce in una previsione di 0,47-0,70 milioni di morti premature aggiuntive all’anno e in perdite di produttività pari a 2,40-3,68 miliardi di dollari. Inoltre si prevede che un aumento più alto dell’inattività si registrerà nelle regioni più calde, come l’America Centrale, i Caraibi, l’Africa subsahariana orientale e l’Asia sud-orientale equatoriale. Quantificando, in queste aree l’inattività potrebbe crescere di oltre 4 punti percentuali per ogni mese trascorso al di sopra dei 27,8 °C.
Se il caldo aumenta e noi siamo sempre più portati a chiuderci in casa senza muoverci, e se questo può compromettere seriamente la nostra salute, come possiamo agire? Di certo non subito invertendo il trend del cambiamento climatico. Ma possiamo far leva su altro. Gli autori dello studio danno alcune indicazioni: “I risultati che abbiamo ottenuto suggeriscono la necessità di intervenire per proteggere la salute pubblica dall’aumento delle temperature – sottolineano -. Ad esempio progettando città più fresche, offrendo luoghi climatizzati a prezzi accessibili dove fare esercizio fisico e fornendo consigli chiari su come proteggersi dal caldo estremo, oltre a ridurre le emissioni di gas serra”.
Ma c’è chi va oltre, fa un passo in più che sa di sfida. È Francesco Dentali, professore di Medicina interna, direttore di Dipartimento di Area medica di Asst-Sette Laghi e presidente nazionale Fadoi (Federazione delle Associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti). Che premette: “Il cambiamento climatico può diventare anche un determinante indiretto di sedentarietà e, quindi, di malattia cardiovascolare, metabolica e di mortalità prematura”. E suggerisce: “È necessaria una strategia preventiva integrata che porti a città più fresche, con ombreggiamento, alberi e materiali urbani meno assorbenti; luoghi accessibili e climatizzati per l’esercizio, soprattutto per le fasce vulnerabili; raccomandazioni chiare sull’attività fisica in condizioni di caldo estremo; riduzione delle emissioni che alterano il clima, che rimane l’intervento a monte”.
“Questo studio è importante, ma va interpretato con rigore, perché si tratta di un modello e non di una misurazione diretta del futuro – conclude Dentali –. Stima quindi scenari probabili. Inoltre, si basa in parte su attività fisica auto-riferita, che può introdurre distorsioni della valutazione: per esempio, molte persone tendono a sovrastimare quanto si muovono. Infine la ricerca considera soprattutto la temperatura, mentre nella vita reale contano anche altri fattori, come l’umidità, la sicurezza urbana, l’accesso a spazi verdi, la qualità dell’aria, la disponibilità di ambienti indoor e le condizioni socioeconomiche”.