Corriere della Sera, 17 marzo 2026
Un Oscar dopo l’altro
Una nomination dopo l’altra, 14 per l’esattezza in 28 anni, e finalmente Paul Thomas Anderson è stato incoronato dall’Academy Awards. Con Una battaglia dopo l’altra trionfa agli Oscar 2026: tripletta per lui (miglior film, regia, sceneggiatura originale) condita da altri tre premi significativi. Miglior attore non protagonista (Sean Penn, che ha preferito volare Kiev per incontrare il presidente Zelensky), miglior montaggio (Andy Jurgensen) e quello consegnato per la prima volta, al miglior casting, andato a Cassandra Kulukundis. Anderson ha convinto l’Academy con il suo liberissimo adattamento di un romanzo di culto, Vineland di Thomas Pynchon. Tra commedia satirica e dramma distopico, lo ha trasferito nel presente prefigurando, già prima della rielezione di Trump, le azioni di una cellula di rivoluzionari impegnati a liberare migranti dai centri di detenzione e a compiere attacchi terroristici contro simboli del potere finanziario. «Ho scritto il film per i miei figli, per chiedere scusa per il casino che lasciamo nel mondo», il suo commento.
È andata bene anche a Sinners.I peccatori di Ryan Coogler. Sedici candidature record, quattro ma pesanti le vittorie: miglior attore Micheal B. Jordan, che si toglie la soddisfazione di battere Leonardo DiCaprio (Una battaglia dopo l’altra) e, soprattutto, Timothée Chalamet, candidato per Marty Supreme di Josh Safdie, nove nomination e zero tituli.
Il tenero Timmy, dopo le incaute dichiarazioni sull’irrilevanza di opera e balletto, è stato l’oggetto dei tormentoni del presentatore Conan O’ Brian e ha dovuto anche fare buon viso di fronte all’esibizione della ballerina Misty Copeland, prima étoile afroamericana dell’American Ballet Theatre, sulle note di I Lied to You, una delle perle della colonna sonora de I peccatori di Ludwig Göransson, al suo terzo Oscar. Il filmconquista anche una storica vittoria per la fotografia a Autumn Durald Arkapaw, prima donna di colore, quarta in assoluto.
E permette a Coogler di vincere per la miglior sceneggiatura originale con la sua rivisitazione tra horror e musical della storia dell’America segregazionista ai tempi delle leggi cosiddette Jim Crow, costruita intorno ai gemelli Moore, Smoke e Stack, entrambi affidati al sodale Jordan. Un omaggio ai loro nonni e a tutti gli afroamericani, vittime di quel razzismo sistemico.
Pochi i momenti apertamente politici della serata: le spille e le dichiarazioni di Javier Bardem contro la guerra e per la Palestina libera e le battute di Jimmy Kimmel contro il mai nominato Donald Trump e Melania («Ci sarà qualcuno furioso che il doc di sua moglie non sia stato candidato»), che attira le ire del mondo Maga. Ma politiche sono state le scelte dei 10.136 giurati: oltre a Una battaglia.. e I peccatori, entrambi peraltro targati Warner, al centro di una delle contese che animano Hollywood, vincono tra i doc Mr. Nobody Against Putin e All the Empty Rooms sulle sparatorie nelle scuole americane.
E se Sentimental value prevale su film internazionali legati all’attualità (Un semplice incidente e La voce di Hind Rajab), ci pensa il regista norvegese a riportarci al presente citando James Baldwin: «“Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini”. Non si dovrebbe votare per chi non ne tiene conto».
Nessuna sorpresa ma gioia infinita per Jessie Buckley (Hamnet) e gran soddisfazione per Amy Madigan, strega freak di Weapons, miglior non protagonista. Brinda anche Guillermo Del Toro: Frankenstein vince per scenografia, costumi, trucco e acconciatura.