Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 17 Martedì calendario

Intervista a Grazia Varisco

Grazia Varisco, ottantotto anni e mezzo, la pioniera dell’arte cinetica, prima di raccontare la sua storia vuole fare una passeggiata in quello che definisce il quartiere degli artisti, tra la Stazione centrale di Milano e il cinema Beltrade, di cui è un’affezionata. Emilio Isgrò, per fare un solo nome, abita qui vicino. «Sarebbe bello – dice Grazia Varisco – se i locali delle Ferrovie dello Stato lungo via Ferrante Aporti diventassero spazi per gli artisti».
Grazia Varisco qual è il suo primo ricordo?
«Io a tre anni nel giardino della casa di via Auxilia coi miei fratelli in posa per una fotografia. Loro guardano l’obiettivo. Io, il cielo. Il cielo resta per me la cosa più bella in natura, mi stupisce di continuo. Oggi quando cammino devo prestare più attenzione a dove metto i piedi ma nei giorni di pioggia lo cerco e lo trovo riflesso nelle pozzanghere». Mentre parla il suo sorriso è ancora quello degli anni della sperimentazione d’avanguardia con Gianni Colombo, Davide Boriani, Giovanni Anceschi e Gabriele De Vecchi, il Gruppo T, l’avanguardia dell’arte programmata italiana alla fine degli anni Cinquanta. «I ricordi della mia infanzia – continua – vengono dalla memoria sensoriale. Sono del tempo di guerra (Varisco è nata nel 1937): il frastuono delle motociclette nel silenzio della notte. Dal tubo di scappamento emettevano suoni simili a degli spari; il segnale della sirena che annunciava gli attacchi aerei, e quello che avvertiva che erano terminati. Erano diversi. E poi lo scricchiolio delle scale, quando si doveva scappare tutti insieme al buio, giù nei rifugi ricavati nelle cantine in un tale trambusto... tra il rombo degli aerei che s’avvicinava... dopo era silenzio: rotto dal suono dei calcinacci sotto le scarpe. E fuori la luce. Pensi, ho ritrovato di recente l’uscita di sicurezza, c’è ancora il cartello. L’ho fotografato con lo smartphone. I ricordi della mia infanzia ruotano tutti intorno alla paura, una parola che oggi è tornata a far parte delle nostre vite».
Che cos’è la paura?
«È l’incertezza assoluta. La paura rende il tempo provvisorio e la vita precaria. Ma per me è legata ancora una volta ad un altro suono, questa volta di leggerezza: il rumore delle lamiere dove noi saltavamo per gioco nel cortile della ditta di caldaie dei miei nonni a Greco. Ma il luogo in cui riuscivo a colmare il senso di precarietà delle fughe era il giardino della casa di via Auxilia con ortensie enormi e un frutteto. Lì avevo un angolo tutto mio sotto un grande glicine. Poi ci hanno sfollato a Caravaggio. Vivevamo nella casa dell’esattoria del comune. Siamo tornati a Milano solo nel 1945. Ora la parola chiave era “ricostruzione”. Avevo otto anni. Scrissi RICOSTRUZIONE disegnando le lettere come se fossero dei mattoni. Avevo dato forma a un concetto. Il professore di disegno disse ai miei genitori che avrebbero dovuto farmi prendere un percorso di studi “artistici”».
Com’era la Milano del dopoguerra?
«Una città distrutta. Nel 1953 vidi la mostra su Picasso a Palazzo Reale con Guernica nella sala delle Cariatidi di Palazzo Reale che ancora recava i segni del bombardamento. Ho visto la città rinascere e crescere. Si costruivano palazzi moderni. Alla metà degli anni Cinquanta la città aveva già cambiato volto, c’erano la Torre Velasca e il Pirellone di Giò Ponti, che a me piaceva di più con le impalcature intorno. L’avevo soprannominato: “Il Pirellone spettinato”. Una volta finito diventò il “volume assoluto” di Ponti. Era però anche un simbolo della ripartenza. La città era animata da un sentimento positivo. Dalle privazioni e dalla precarietà della guerra eravamo passati al boom economico. Milano era la città in cui creare e proporre nuove idee in tutti i campi. La città dell’industria e della modernità».
Arriva il tempo degli studi all’Accademia di Belle arti di Brera nell’aula di pittura di Achille Funi. Com’era?
«Con Funi tra il 1956 e il 1960 masticai mitologia tutti i giorni. Funi parlava nella pipa e non accennava mai al passato. Per quattro anni ci ha fatto disegnare ogni mattina. Era capace di farti rifare a matita il dettaglio della rotula di un ginocchio all’infinito, finché non era come doveva essere. Da lui, però, imparai la disciplina nel perseguire una ricerca e a sperimentare materiali diversi. A non demordere nell’esercizio per raggiungere il risultato, correggendo le sbavature o le imperfezioni nei dettagli. Dopo la lezione lasciava che io, Boriani e Colombo, che seguivano le lezioni con me, andassimo nello studio accanto, dove talvolta anche lui dipingeva e dove regnava un silenzio assoluto. Ricordo che lì soli e liberi quasi di nascosto usavamo vinavil a quintali e sperimentavamo. Ogni tanto arrivava un topo a mangiare l’involucro del sapone da bucato e poi spariva. Tutto questo dava alla situazione un che di irreale. Funi ci lasciava fare incuriosito, memore delle sue esperienze futuriste. Ci chiamava i fratelli Bandiera anche se eravamo tre. Andava a finire che Guido Ballo (il famoso critico d’arte amico degli artisti ndr) veniva a prenderci perché stava per iniziare la sua lezione. “Siete dei rompipalle”, ci dicevano con affetto».
Funi parlava mai del fascismo o del Gruppo di Novecento di Margherita Sarfatti di cui era stato protagonista?
«Sapevamo che era famoso come pittore di regime e che aveva partecipato alle mostre sindacali all’estero, ma di quell’epoca lui non diceva mai. A Brera si raccontava che avesse aiutato e salvato delle persone».
È vero che le chiese di indossare i pantaloni?
«Sì, ma per agevolare la salita sul ponteggio. Ci insegnava la tecnica della pittura ad affresco sulla grande parete dell’aula 1 e bisognava stare in piedi in alto per ore. Al freddo. A Brera allora non c’era il riscaldamento ma solo una grande stufa per la modella che posava nuda. E per fortuna c’era la modella!».
Come nasce il Gruppo T?
«Nasce nell’estate del 1959. Eravamo tutti a Brera. All’inizio con Gianni Colombo e Davide Boriani facevamo esperimenti poi invece che nel negozio di tele e colori cominciammo ad andare a cercare i nostri strumenti di lavoro in ferramenta: lì trovammo tutti i materiali anticonvenzionali dai bulloni alle reti metalliche da cui sarebbe partita la nostra avventura e con noi c’erano anche Giovanni Anceschi e Gabriele De Vecchi: nello spazio silenzioso delle aule di Brera il tempo si dilatava, era stato il luogo perfetto per l’incubatrice del futuro Gruppo T, dove la T è la variabile del tempo che scorre, si modifica, coinvolge lo spettatore e rende l’arte variabile e aperta».
Come si è avvicinato a voi Umberto Eco?
«Nel 1962 l’Olivetti ci invitò a esporre le nostre opere. Fu una mostra importante. In quell’occasione fu Eco a scrivere il saggio sull’arte programmata, che già conteneva la sua riflessione sull’Opera aperta. Quello era il tempo di un’arte nuova in divenire come la contemporaneità negli anni Sessanta. Lo spettatore diventava protagonista dell’opera. Eco capì la nostra urgenza, che era la sua. Coincideva con i suoi studi di quegli anni sulla semiologia. All’epoca realizzavo Schemi luminosi variabili. Studiavo la luce nel suo divenire solo che al posto della pittura usavo motorini elettrici, luce artificiale e vetri industriali. M’interessava la luce come energia elettrica, come fenomeno: l’alternanza tra luce e oscurità».
Con quali artisti aveva un’affinità più profonda?
«Sentivo Bruno Munari e Gianni Colombo vicini a me nell’esprimere l’ambiguità della percezione. Munari è stato importante. I titoli di alcune opere me li ha suggeriti lui e da lui ho imparato che si può creare un’opera d’arte persino tagliando la frutta. Il legame più profondo, però, è stato con Gianni Colombo. Era il più caro amico. Con lui ho avuto un’intesa immediata. Aveva un’ironia sottile, scherzosa, che non trovavo in nessun altro. Era un uomo intelligente, sempre disponibile a venirti incontro. Nel 1993 quando è morto, Guido Ballo mi ha preso la mano e mi ha detto: “Adesso, per Gianni tocca a te”. Intendeva che ero io a dover trasmettere l’eredità del suo pensiero, l’entusiasmo e la novità della sua ricerca».
Grazia Varisco. Chi è in fondo «l’Artista»?
«Artista con l’apostrofo o senza? Artista è colui che sa stupirsi, che cerca lo stupore all’infinito e riesce a trasmetterlo agli altri».
Se si guarda indietro come vede la giovane Grazia Varisco?
«Fortunata! Ho avuto incontri straordinari. Anche se per l’arte ho molto condizionato i miei figli».
Esiste un’altra vita?
«Su questo non ho delle certezze in assoluto. A volte però penso che tutto questo non si spieghi senza un padre eterno che se ne sia preso cura, e anche di me. Se esiste un’altra vita? Forse sì. Ma oltre al cielo...». «Un toast per favore! Farcito!».