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 2026  marzo 17 Martedì calendario

Libano, Israele «prova» l’invasione

Non è ancora un’invasione. Assomiglia più a un sondaggio. Le truppe israeliane entrano in Libano, prendono una collina, avanzano in un boschetto. Se incontrano resistenza si ritirano. Altrimenti consolidano la posizione. La fanteria cammina spesso a una distanza di almeno due chilometri dal tank. Più vicini al carro armato viaggiano blindati leggeri in parallelo a destra e a sinistra, cercando di creare un corridoio sicuro per il capo branco che è il carro armato.
Il problema per Israele è che il Sud del Libano è come una grande Gaza, traforata di tunnel, zeppa di depositi d’armi con combattenti motivati a difendere la loro terra e addestrati in guerre vere, non solo contro Israele, ma anche contro i terroristi dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Sotto ogni roccia potrebbe esserci un miliziano di Hezbollah, il Partito di Dio filoiraniano, armato con un razzo anti carro o un drone. Nella nebbia di guerra sono filtrate notizie e qualche clip di carri armati Merkava danneggiati che tornavano alla base sopra un carro attrezzi come una qualsiasi auto in panne. Almeno 4 in queste due settimane abbondanti di guerra. Solo che il Merkava non è un’utilitaria, ma un mostro da 4 milioni di euro, con difese attive, intercettori, speciali corazzature, uno stormo di droni che perlustrano l’area e uno elmetto che consente una visione a 360 gradi grazie all’Intelligenza Artificiale. C’è tanta elettronica nei tank moderni e ce n’è ancora di più nei Merkava. Eppure, un lanciarazzi Kornet da 25 mila euro sparato da vicino saltando fuori da un tunnel, riesce ancora a fare il suo lavoro. Il ricordo della ritirata del 2006 rende l’Idf, le Forze di difesa israeliane, molto caute nel procedere.
Centomila soldati dell’Idf sono al confine, pronti a invadere. Intanto l’aviazione continua il martellamento di Beirut. Il quartiere-roccaforte di Hezbollah è svuotato dei suoi 800 mila abitanti, ma nella guerra moderna le macerie servono da trincea e i miliziani del Partito di Dio mantengono il controllo dell’area. Sorvegliano depositi d’armi che solo loro sanno dove sono. Tutta la capitale libanese è scossa delle esplosioni.
Se non riesce subito a uccidere tutti i miliziani, Israele spera che a farlo siano i libanesi non affiliati a Hezbollah. «Se il Libano viene distrutto è colpa del Partito di Dio» ripetono i media israeliani. «Disarmate i terroristi oppure attaccheremo fino a che non li avremo estirpati». «I profughi non torneranno a casa se Hezbollah tiene le armi». Il ministro della Difesa Israel Katz è stato esplicito: «Il Libano subirà una perdita territoriale se la milizia non si arrende». L’intenzione è di trasformare l’intera fascia di frontiera sino al fiume Litani in un’area inabitabile per farne un cuscinetto a protezione del Nord di Israele. Sarebbe un’amputazione di circa il 5% della superficie nazionale.
Una dichiarazione congiunta di Canada, Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna chiede l’avvio di negoziati e una de-escalation, esprime solidarietà al popolo libanese e chiede di evitare l’invasione di terra. «Gli attacchi su Israele devono cessare ed Hezbollah deve disarmare. Condanniamo la decisione di Hezbollah di unirsi alle ostilità a fianco dell’Iran. Un’offensiva di terra israeliana potrebbe avere devastanti conseguenze umanitarie e portare a un conflitto prolungato. Va evitata».
Già 850 i morti in questo quadrante di guerra preventiva israelo-americana contro gli ayatollah iraniani e gli Hezbollah libanesi. Almeno 100 i bambini e oltre 60 le donne. Secondo il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir 400 sono gli operativi di Hezbollah eliminati. In Iran le vittime sono oltre 1.300, in Israele 12, tra i soldati Usa 13.
I lanci combinati di missili e droni da parte di Iran e Hezbollah stanno diminuendo. È solo una statistica, ma avvalora la tesi delle potenze attaccanti che il deterioramento dei due apparati militari sta avendo successo. Gli attacchi fanno ancora troppo male, però, per permettere ad Israele e agli Stati del Golfo di ricominciare a vivere. Ieri frammenti di un missile sono caduti sul tetto di una chiesa di Gerusalemme a due passi dal Santo Sepolcro. Altri sulla base Unifil in Libano al confine con Israele. Un soldato italiano contuso a un occhio. Due droni di Teheran hanno colpito ancora l’aeroporto di Dubai. Pochi danni, ma sufficienti per fermare l’intera economia. A Teheran potrebbe bastare. Tutti negano che sia arrivato il tempo di negoziare. Secondo il sito americano Axios, però, si è riaperto un canale di comunicazione tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.