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 2026  marzo 17 Martedì calendario

Lo scudo dei cacciamine della Marina

Hormuz è uno stretto minato o no? Fra minacce e smentite, il dubbio è ormai seminato ed è sufficiente a bloccare i traffici nel braccio di mare, attraverso il quale fluiva il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globali. Se davvero, però, l’Iran ha posato mine a Hormuz, allora il blocco di questa arteria globale rischia di durare a lungo, anche oltre l’eventuale fine delle ostilità. Economiche e facili da piazzare, infatti, le mine navali sono ancora oggi le armi con maggior potere di deterrenza. Un’operazione di sminamento richiede infatti mesi.
La Marina Militare italiana ne ha effettuate diverse a partire dagli anni ’90 non solo per bonificare le acque dell’Adriatico dopo i conflitti nell’ex Jugoslavia, ma anche per ripulire quelle mediorientali al termine delle due guerre del Golfo. Oggi la quinta divisione navale dispone di otto cacciamine, ormeggiati nel porto di La Spezia. Sono imbarcazioni speciali, lunghe circa 50 metri, prodotte dall’azienda italiana Intermarine (gruppo Immsi) che ne fornisce anche alle Marine di Stati Uniti, Finlandia, Australia, Algeria, Malesia, Thailandia e Nigeria. A differenza delle navi da guerra, gli scafi dei cacciamine non sono in acciaio ma in vetroresina e i motori sono montati in maniera tale da quasi azzerare rumori e vibrazioni e quindi non provocare l’esplosione delle mine. Queste peculiarità consentono loro di risultare «invisibili» ai sensori magnetici e acustici degli ordigni navali: di non diventare bersaglio delle mine, ma di andarne, appunto, a caccia. Ciascuno degli otto cacciamine italiani ha un equipaggio di circa 40 operatori, tra cui anche subacquei addestrati nelle acque dei porti italiani e dello Stretto di Messina.
Attraverso sonar sono in grado di scandagliare tratti di mare alla ricerca di mine – affioranti, all’ancora o da fondale – per poi farle brillare. Un tempo, erano membri dell’equipaggio a occuparsi di piazzare cariche esplosive, esponendosi a rischi enormi. Oggi i palombari si avvicinano raramente, perlopiù per raccogliere informazioni di intelligence; le operazioni di sminamento sono affidate a droni marini pilotati da remoto dal personale specializzato di bordo. A questi, di recente, si sono aggiunti nuovi veicoli autonomi e dotati di intelligenza artificiale che possono arrivare fino a 3.000 metri di profondità e sono cruciali nelle attività di pattugliamento di infrastrutture subacquee come oleodotti e cavi di telecomunicazione sottomarini. D’altra parte, anche i cacciamine hanno fatto un salto tecnologico negli ultimi anni tanto da spingere l’Italia a ordinare a Intermarine e Leonardo cinque nuove unità, lunghe oltre 60 metri, che saranno consegnate a partire dal 2029.
Mentre altre Marine, come quella francese e britannica, hanno virato solo sui droni autonomi, quella italiana ha optato per il mantenimento dei cacciamine con equipaggio. Se non si conoscono i limiti del campo minato, del resto, è impossibile sapere dove fermarsi con le navi porta-droni per iniziare le attività di ricognizione. E i cacciamine tornano indispensabili per muoversi in sicurezza e con rapidità. Caratteristiche che potrebbero rivelarsi cruciali per un eventuale sminamento del canale di Hormuz e per una pronta ripresa dei flussi commerciali globali.