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 2026  marzo 17 Martedì calendario

Hormuz, il dilemma di Xi Jinping

«Che fare?». Questa la domanda che circola lungo i viali alberati di Zhongnanhai, la cittadella del potere cinese. Il presidente Xi Jinping non ha ancora risposto alla richiesta americana di «collaborare» nel difendere lo Stretto di Hormuz, arteria marittima attraverso la quale passa il 45% del greggio mondiale e gran parte di quello diretto proprio ad alimentare la produzione della Repubblica popolare.
Il presidente degli Stati Uniti ha incoraggiato ieri «le nazioni le cui economie dipendono dallo Stretto di Hormuz» ad aiutare le forze Usa sul posto. «Al Giappone arriva il 95% (del petrolio) da Hormuz, alla Cina il 90% e anche gli europei ne ricevono parecchio», ha evidenziato Trump. L’Iran, ha aggiunto il presidente, ha sempre usato lo Stretto «come un’arma economica». Ora «alcuni Paesi stanno arrivando, e sono entusiasti di aiutarci, altri lo sono meno, per me il livello di entusiasmo è importante».
Dietro le sollecitazioni della Casa Bianca – temono a Pechino – si cela una trappola ed è per questo che la risposta del Dragone arriverà dopo aver risolto il dilemma sul male minore. Perché, guardando in prospettiva le azioni statunitensi delle ultime settimane, è difficile non ravvisare un intento punitivo proprio nei confronti della Repubblica popolare: prima la defenestrazione di Maduro e la chiusura dei rubinetti venezuelani; poi l’attacco all’Iran – entrambi stretti alleati di Pechino e fornitori di petrolio a basso prezzo. La strategia del tycoon, nemmeno troppo nascosta, è quella di interrompere sul nascere la creazione di una «valuta alternativa» al dollaro, in questo caso lo yuan cinese, divisa utilizzata sia con la Russia sia con queste nazioni considerate «nemiche» dall’Occidente. La coalizione dei Brics – le nazioni del Sud del mondo antagoniste del G7 – sarebbe servita per certificare questa nuova realtà destinata a chiudere in un angolo gli Stati Uniti (almeno nelle intenzioni).
Ma ora questa prospettiva sembra sepolta sotto le macerie di alleanze pro Cina annichilite dalla forza militare a stelle e strisce. Dunque, Pechino – pur avendo le riserve domestiche più consistenti del pianeta (1,2 miliardi di barili) – si troverà presto a dover acquistare petrolio sul mercato «libero» (per ora la fornitura iraniana prosegue, ma per quanto?), e dunque con i dollari.
Insomma, tornando a Hormuz, la richiesta di Trump – peraltro rivolta anche all’«ingrata Europa» – non è altro che un invito a riconoscere, ancora una volta, il dominio del dollaro. Se Xi Jinping – che peraltro ha invitato Trump a Pechino a fine mese (ma forse slitta di 30 giorni) – dovesse in qualche modo accettare di inviare le sue navi per scortare le petroliere attraverso lo Stretto, di fatto riconoscerà la necessità di «proteggere» l’attuale sistema internazionale; se non lo farà, si esporrà al rischio di essere isolato e considerato tra i «responsabili del caos».
Quanto alla Russia, l’annuncio della sospensione delle sanzioni Usa sul suo greggio, da acquistare in dollari, appare quello che è: un vantaggio per Trump. Se non è scacco matto, ci si avvicina molto.