La Lettura, 15 marzo 2026
Wes Studi parla della sua carriera
Al cinema è stato il guerriero capo Pawnee in Balla coi lupi (1990) di Kevin Costner; il nativo Magua ne L’utlimo dei Mohicani (1992) di Michael Mann, per cui è stato anche il detective Casals in Heat. La sfida (1995); e poi il guerriero Geronimo nel film omonimo di Walter Hill (1993); e il leader della tribù Na’vi Omaticaya in Avatar (2009) di James Cameron, tornato per un cameo nel recente Avatar. Fuoco e Cenere (2025).
Nel 2019, Wes Studi, nato a Nofire Hollow in Oklahoma nel 1947 da una famiglia Cherokee, è stato il primo attore nativo americano a ricevere un Oscar (onorario). Il 25 marzo sarà al Bif&st - Bari international film festival (21-28 marzo) dove riceverà il premio Arte del Cinema. «Un riconoscimento internazionale», dice a «la Lettura» via Zoom da Santa Fe, New Mexico, dove vive da 33 anni: «A volte mi stupisce il fatto che nel mondo possano conoscermi o aver visto i miei film. Non vedo l’ora di essere a Bari».
Michael Mann, Walter Hill, Kevin Costner, James Cameron... Cosa le hanno lasciato i registi con cui ha lavorato?
«Da ognuno di loro ho imparato qualcosa di diverso. Tutti mi hanno dato l’opportunità di sperimentare e hanno accettato le mie idee sui personaggi e sul loro ruolo all’interno della storia che stavamo narrando. Ognuno di loro ha aggiunto qualcosa di diverso alla mia esperienza».
C’è un ruolo a cui si sente più legato? Che ha cambiato la sua carriera?
«Lo sto ancora aspettando». (ride)
Un personaggio che ha sempre sognato di interpretare?
«Mi piacerebbe espandere la storia di Mystery Man (1999), una commedia che però osserva il nostro mondo; tornare al ruolo di Sfinge (supereroe che può tagliare qualsiasi arma in due, ndr)».
«Era ora!» ha esclamato ricevendo l’Oscar onorario. È l’unico attore nativo americano premiato finora dall’Academy. Tre, negli anni, i candidati: il capo Dan George nel 1971 per «Il piccolo grande uomo» di Arthur Penn; Graham Greene nel 1991 per «Balla coi lupi»; e Lily Gladstone nel 2024 per «Killers of the Flower Moon» di Martin Scorsese. Il suo premio ha cambiato qualcosa nella rappresentazione dei nativi nel cinema americano?
«Negli anni è decisamente migliorata, e mi piace pensare che alcune mie interpretazioni abbiamo contribuito a spingere l’industria ad ampliare le prospettive sui nativi e sul nostro valore aggiunto in storie che parlano degli Stati Uniti d’America. Sempre più nativi entrano nel settore, non solo come attori. Ci sono tanti giovani registi e produttori che dimostrano di avere una reale influenza».
Nel 2019 parlava proprio del fatto che ci fosse bisogno di più film e show televisivi diretti e prodotti da nativi americani. Nel frattempo sono arrivate serie tv come «Reservation Dogs» (2021-2023), su quattro adolescenti indigeni nelle zone rurali dell’Oklahoma, creata da Sterlin Harjo e Taika Waititi, con una squadra di produzione quasi interamente nativa (in Italia su Disney+)...
«L’area in cui è stato girato Reservation Dogs è quella dalla quale provengo. È fantastico sapere che la nostra narrazione abbraccia aree poco frequentate dall’industria cinematografica e fa conoscere i luoghi in cui vive la nostra gente».
Ha combattuto in Vietnam, poi è arrivato l’attivismo con l’American Indian Movement; al cinema ha esordito a 40 anni. Vede una continuità tra il suo impegno sociale e la carriera di attore?
«Noi attori abbiamo opportunità uniche: grazie alla nostra visibilità le persone tendono ad ascoltare quello che abbiamo da dire, e quindi se vogliamo avere qualche effetto positivo non dobbiamo esimerci da esprimere le nostre idee sulla situazione politica e sociale».
A Bari sarà proiettato «Hostiles. Ostili» (2017), regia di Scott Cooper, in cui lei recita con Christian Bale. Un film western che riflette sulle atrocità subite dai nativi americani nell’800. Quando il cinema ha realizzato che la narrazione portata avanti da molti film di genere — i bianchi salvatori del selvaggio mondo indigeno — doveva cambiare? Se è cambiata...
«Oggi abbiamo l’opportunità di aggiungere la prospettiva dei nativi americani agli eventi del passato, assenti sia nelle rendicontazioni storiche che nelle ricostruzioni romanzate. Non si tratta di revisionismo, ma di una correzione storica che analizza la nostra partecipazione ai conflitti e persino gli effetti, anche positivi, che hanno avuto i confronti e gli accordi stipulati tra i rappresentanti delle nostre tribù e del governo americano».
Durante le operazioni dell’Ice a Minneapolis nei mesi scorsi alcuni nativi americani sono stati trattenuti dagli agenti anti-immigrazione...
«La situazione è sfuggita di mano. È stata esercitata troppa pressione sulle organizzazioni governative affinché raggiungessero una quota di espulsioni. Ciò che è emerso è il fatto che il semplice colore della pelle ci ha resi soggetti non solo di attenti controlli, ma di arresti e rapimenti inseriti nell’agenda di espulsione. La questione è molto più complicata di quanto io riesca a spiegare in questo momento. Credo sia incredibile che sia stato fatto tutto in modo così casuale e che i nativi siano stati coinvolti nel processo di raccolta di potenziali deportati. Davvero non so cosa si possa fare a riguardo. Vedo anche una certa ironia... Dove potrebbero deportarci ancora dopo le riserve?».
Il presidente Donald Trump ha scelto il senatore repubblicano dell’Oklahoma Markwayne Mullin, cittadino della Cherokee Nation, come nuovo segretario alla Sicurezza nazionale; dal 31 marzo prenderà il posto di Kristi Noem, responsabile delle aggressive operazioni dell’anti-immigrazione. Come vede questa nomina?
«Prima di fare qualsiasi dichiarazione vorrei verificare se davvero Markwayne Mullin ha dei parenti nella popolazione Cherokee. Quindi, a parte il fatto che non lo ritengo molto intelligente vista la sua carriera politica fino a questo momento, non mi sento di dire altro prima di avere maggiori informazioni».
Nell’introdurre il suo Oscar onorario, Christian Bale l’ha definita un linguista per la sua conoscenza delle lingue native e per il contributo allo sviluppo della fittizia lingua Na’vi in «Avatar». Il linguaggio è essenziale nella rappresentazione di una cultura e nel mantenere vive tradizioni antiche?
«Quando si realizza un film di ambientazione storica, la lingua è sicuramente un arricchimento. Nella realtà la lingua mantiene intatta una cultura, in quanto è condivisa da un ristretto gruppo di persone che possono trasmetterla, rendendola così viva, dinamica e in continua evoluzione; capace di adattarsi alle circostanze contemporanee. È come se dovessimo costruire nuove parole per cose che in passato non c’erano. Come si chiama un computer in lingua Cherokee? E i missili balistici? Facciamo un lavoro continuo sulla lingua per far sì che resti una componente quotidiana della vita».
Ha nuovi progetti?
«Con il pianista Emanuele Arciuli sto lavorando a una performance che presenteremo a Bari durante la cerimonia di premiazione, con testi e brani di poeti e musicisti nativi americani. Credo ci divertiremo».