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 2026  marzo 15 Domenica calendario

Intervista a Gilberto Gil

N ell’istante preciso in cui «la Lettura» riesce a stabilire attraverso lo schermo del computer il contatto visivo con Gilberto Gil (1942) – uno dei grandi maghi della musica brasiliana, in collegamento dalla sua casa a Salvador de Bahia – la moglie Flora gli fa un’affettuosa carezza sulla spalla per scomparire poi dall’inquadratura. Dietro di lui, oltre la vetrata, risplende il verde di un giardino. È la luce della natura. Per lui, come vedremo – insieme a tante altre cose, poesia e letteratura comprese – linfa vitale e ispirazione, nel corso di una carriera lunghissima, piena di musica e di rivoluzioni sonore (il tropicalismo soprattutto), certo, ma fatta anche di un esilio forzato, di impegno sociale e politico: dal 1° gennaio 2003 al 30 luglio 2008 è stato ministro della Cultura nel governo del presidente Luiz Inácio Lula da Silva.
Mentre avvicina il viso allo schermo, la prima cosa che Gil dice a «la Lettura» con la voce sabbiosa della maturità, in un inglese cantabile da Sud del mondo, è: «Mi dispiace non saper parlare italiano».
Gli rispondiamo che però lo sa cantare piuttosto bene e gli citiamo la sua commovente interpretazione (in italiano) in duo con Chiara Civello di Io che non vivo (senza te) di Pino Donaggio, incisa una decina d’anni fa. Sorride. Il suo tono di voce è pacato. Ha modi gentili. Eleganti. Calmi. Pure quando, per enfatizzare un concetto, muove lentamente le mani nell’aria. In quella destra si notano subito le unghie curatissime del chitarrista.
Parte da qui, dalla nostra lingua e dalla nostra musica, in maniera totalmente spontanea, la chiacchierata via Zoom con il cantautore brasiliano che, dopo tre anni di assenza, torna ora in Italia per due date, che celebrano i suoi oltre sessant’anni di carriera. Sarà a Roma lunedì 6 aprile (Auditorium Parco della Musica) e a Milano l’8 (Alcatraz). Gil tornerà poi nuovamente nel nostro Paese il 10 luglio, ospite di Umbria Jazz. «Da giovane – osserva – mi piaceva tanto cantare canzoni italiane, spagnole, portoghesi, francesi...».
Italiane, quali? Ci fa un esempio?
(Intona brevemente il successo di Domenico Modugno). «Volare, oh, oh... Cantare, oh, oh, oh, oh. Nel blu dipinto di blu. Felice di stare lassù».
Questa canzone la cantò sui social nel 2020 con sua nipote Flor, dedicandola all’Italia nel terribile periodo del Covid. Ora sua nipote fa parte del gruppo, formato solo da suoi familiari, che porterà in Italia.
«Sì, la mia famiglia è ampia ed è sempre stata coinvolta in un modo o nell’altro nella musica. Tutti, figli e poi nipoti, vi sono entrati a contatto fin da molto piccoli. Alcuni di loro se ne sono interessati poi in modo più approfondito. Per gli altri rimane magari solo un hobby, ma è sempre presente nelle loro vite, perché la musica è necessaria e rende le persone migliori».
Da chi è formato il gruppo?
«Sono figli e nipoti: ognuno di loro canta, prima di tutto. E poi Bem e João suonano anche la chitarra e il basso, José la batteria e Flor la tastiera».
Come ci si sente come leader di un gruppo di famiglia?
«Mantengo la mia funzione di leader della famiglia, di padre, di zio, di responsabile della loro educazione, dell’attraversamento della vita. Ma allo stesso tempo, agisco come un professore, li aiuto in termini musicali a sviluppare e raggiungere i loro obiettivi in quel campo».
I suoi genitori erano musicisti?
«No, no. Nessuno dei due. Mio padre José era un medico, mia madre Claudina insegnante. Però lei, in realtà, possedeva una sensibilità per la musica. Quando a un certo punto capì che mi interessava sul serio, disse qualcosa come: “Allora andiamo a scuola di musica”. La musica è l’incarnazione della mia vita».
La musica è sempre stata dunque presente nella sua vita. Quali sono i primi suoni che ricorda?
«Quelli della natura, degli alberi, delle foglie... E i suoni e le voci degli animali, insetti, uccelli... Erano e sono tuttora cose importanti per me. Poi è arrivata la musica, prima attraverso la radio che trasmetteva generi diversi da ogni parte del Brasile, e successivamente attraverso i dischi».
Il primo musicista che l’ha folgorata?
«In realtà non fu solo e soltanto uno, ma devo ammettere che più degli altri, quando ero piccolo, mi colpì molto il cantante e compositore Luiz Gonzaga (1912-1989, ndr). La sua musica rapiva».
Gonzaga era anche un fisarmonicista. E lei ai suoi esordi suonava proprio quello stesso strumento...
«È vero. All’età di 15-16 anni avevo già sviluppato una certa abilità nel suonare la fisarmonica».
Poi è arrivata la chitarra, quella classica, con corde in nylon. E la bossa nova, evoluzione morbida del samba tradizionale, del leggendario João Gilberto (1931-2019). In quel genere si usa citare una frase di Caetano Veloso che dice: «Meglio del silenzio, solo João». Anche per lei è stato così importante Gilberto?
«Importantissimo. Quando l’ho ascoltato la prima volta, ho cercato di procurarmi subito una chitarra per provare a imparare la bossa nova. Le armonie di Gilberto erano avanzate, vicine al jazz, il suo senso ritmico, il modo di accompagnare la voce con la chitarra, unici. Appare semplice all’ascolto, ma è complesso da eseguire».
Con questi nuovi concerti, esattamente quanti anni dal suo esordio ufficiale festeggia?
«Credo siano sessantadue... Il primo vero concerto fu nel 1964 (stesso anno in cui i militari presero il potere in Brasile, ndr). C’erano anche Caetano Veloso, Maria Bethânia e Gal Costa».
Con loro e altri, lei negli anni Sessanta è stato uno dei fondatori del movimento musicale e culturale del Tropicalismo, che tra musica, teatro, cinema, poesia – quella di Augusto e Haroldo de Campos – ha rivoluzionato culturalmente prima il suo Paese. E da lì l’onda è arrivata anche in Europa. Ce ne parla?
«Nel Tropicalismo, dal punto di vista della musica, sono confluiti i movimenti musicali tradizionali degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la bossa nova, il samba ma anche la musica americana, il jazz, e poi la musica europea, nello specifico la musica italiana, il pop francese, portoghese, spagnolo...».
Molti generi in un nuovo sincretismo che era però, senza voler essere retorici, davvero una «fantasia al potere»...
«E non è finita: aggiungo il rock ’n’ roll, la musica d’avanguardia, quella sperimentale. Per noi doveva e voleva essere la costruzione di un atteggiamento innovativo per approcciare e trasformare la musica in Brasile. Volevamo ispirarci a tutti i generi per creare qualcosa di nuovo. Qualcosa di unico per la nostra generazione. Sono stati importanti come ispirazione anche i movimenti del 1922 che hanno rivoluzionato l’arte, la poesia e la letteratura (qui allude alla Semana de Arte Moderna, che si svolse dal 10 al 17 febbraio di quell’anno a São Paulo e che portò nel 1928 al Manifesto antropofago, inteso come necessità di un cannibalismo culturale, formulato dal poeta Oswald de Andrade, ndr)».
Musicalmente parlando lei e Caetano Veloso siete i padri del Tropicalismo. È vostro il disco manifesto del 1968, «Tropicália: ou Panis et Circencis».
«Sì (vi parteciparono anche Os Mutantes, Gal Costa e Tom Zé, ndr), Caetano e io siamo stati considerati coloro che hanno dato inizio al movimento e che gli hanno successivamente conferito carattere. Ci ispirava molto anche José Carlos Capinam (1941; celebre poeta e paroliere, ndr)».
La dittatura militare che governava allora il Brasile non gradì il nuovo movimento artistico e lei e Veloso, nel febbraio del 1969, foste prima arrestati, poi messi ai domiciliari, e infine costretti a lasciare il Paese.
«Due mesi in prigione e quattro ai domiciliari. Poi, sì, andammo a Londra, attraverso Lisbona e Parigi, in esilio, dal 1970 al 1971. Lì c’era anche molto fermento musicale, psichedelia, beat, rock... Arrivammo a suonare al festival dell’isola di Wight nell’estate del 1970».
In pratica portaste il Tropicalismo davanti a 600 mila spettatori. Ma lei e Veloso siete amici da tantissimi anni...
«Siamo come fratelli. Condividiamo sempre ancora impressioni e pensieri comuni sull’esistenza, sui valori nella vita».
Quali sono i valori importanti per lei?
«Senza entrare nel particolare, direi i valori che vengono dalla religione, dalla filosofia, dalla letteratura. I valori giusti portano sempre le persone a trovare forme di convivenza in armonia».
Lei è religioso?
«In un certo senso lo sono sicuramente. Vengo da una famiglia di formazione cattolica. Ma naturalmente, nel corso della mia vita, la curiosità mi ha portato a interessarmi anche ad altre forme di religione. Quelle animistiche, di origini africane, che da noi sono piuttosto diffuse. Sono qualcosa che coltiviamo. Che rispettiamo. E a volte utilizziamo, anche inconsapevolmente, come elementi rituali, nella nostra vita quotidiana. Ma la religione, in ultima analisi, è il senso di appartenenza a un determinato mondo».
Nella sua vita si è occupato anche di politica, dei diritti delle persone, è stato ministro della Cultura con Lula. Come è iniziato questo impegno?
«È stata una cosa che è avvenuta in maniera del tutto naturale. Ognuno di noi in fondo appartiene a una comunità e se può dovrebbe provare a tutelarla nel migliore dei modi, difendendo i diritti dei più deboli. Io nella società dove sono cresciuto, sono poi diventato un militante, prima nei movimenti studenteschi, interessandomi successivamente in modo spontaneo alla politica, all’economia, ai comportamenti e ai movimenti sociali».
Dopo le questioni brasiliane, come membro del partito dei Verdi del suo Paese, si è occupato in un secondo momento, e con impegno, anche di quelle internazionali. Ma perché ha smesso di fare il ministro della Cultura?
«Perché era un incarico che ho accettato per un momento, per un mandato. Sono stato a capo del ministero per quasi sei anni, e andava bene. È stato più o meno il periodo in cui mi è stato chiesto di dare il mio contributo al servizio pubblico. Ho provato a essere la coscienza critica del mio Paese. Lottare, in quel senso, per cercare di migliorare la vita delle persone, è un impulso naturale. Conscio del fatto che la politica non ha mai trasformato pragmaticamente i sogni in realtà. Fin dall’inizio sapevo che quella mia dimensione pubblica, politica, non da artista, sarebbe stata qualcosa di provvisorio, transitorio».
Nel 2001 lei è stato nominato anche ambasciatore della Fao, prima ancora dal 1989 al 2003 è stato invece consigliere comunale a Salvador de Bahia. Che cosa pensa del mondo d’oggi?
(La conversazione con Gilberto Gil si è svolta il 20 febbraio, prima dell’attacco israelo-statunitense all’Iran). «Il mondo è confuso. Troppo confuso. Sulla Terra siamo otto miliardi. Esistono tantissime culture diverse che interagiscono tra loro. Con lingue diverse, con ideologie diverse, con visioni e idee diverse su come usare il potere. Usarlo non solo per aiutare i popoli: tutto, purtroppo, si mescola poi con l’ego, con le ambizioni individuali. In questo momento storico è in gioco il concetto di globalizzazione. È stato messo in discussione da alcuni leader europei, americani, asiatici. Lo ripeto: il mondo è troppo confuso ora».
Che cosa la preoccupa?
«Il nuovo approccio alla scienza, il progresso, la cibernetica (viene in mente la sua canzone scritta nel 1969 in prigione Cérebro Eletrônico, che pone pionieristicamente interrogativi sull’abuso della tecnologia, ndr), l’intelligenza artificiale, la nuova biologia, la velocità del mondo... Tutto questo è troppo, troppo pericoloso. Dobbiamo confrontarci di continuo con questa enorme complessità e affrontarla. Viverla individualmente, ed è così per la stragrande maggioranza delle persone, è un peso enorme».
Senza entrare nei dettagli del blitz americano con il quale è stato catturato e arrestato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, cosa pensa della situazione dell’America Latina in generale?
«È un discorso molto complesso. Il Sud America è un gruppo di Paesi diversissimi fra loro, storicamente una “conseguenza” di un’antica egemonia europea. Più recentemente, ecco l’influenza degli Stati Uniti d’America. E ancora più recentemente, l’influenza della Cina, del Giappone, della Corea e di tutta la parte asiatica del nostro mondo. Davvero, non so quale potrà essere il destino del Sud America. Dipenderà da come considereremo la realtà per quanto riguarda noi stessi e per quanto riguarda il nostro rapporto con il resto del mondo».
A un giovane che vuole avvicinarsi alla sua musica, l’ascolto di quali canzoni consiglia? Ma non ci pensi troppo... Le prime che le vengono in mente.
«Una canzone come Toda Menina Baiana (1979, ndr) o una come Palco (1981, ndr), o, un’altra ancora come Andar Com Fé (1982; versione formidabile in duo con Caetano Veloso, ndr). Poi ovviamente Flora (1981, ndr), canzone che ho scritto per mia moglie, e Aquele Abraço (1969, ndr). Ma potrei menzionarne altre...».
Lo faccia, per piacere.
«Quante? Sa, ne ho scritte 500...».

Lo sappiamo bene. Ne menzioni, se vuole, altre due.
«Una è Expresso 2222 (1972, tratta dall’omonimo disco di enorme successo; ndr), il treno che mi ha riportato a Salvador de Bahia dopo l’esilio londinese. Un’altra è Domingo no Parque (1968, ndr)».
Incuriosisce sempre il rapporto di un musicista con il proprio strumento, con quello che suona maggiormente. Quello con la sua chitarra preferita com’è?
«Dopo la fisarmonica sono passato alla chitarra, e quando sono diventato professionista, ho continuato a studiare, esercitarmi, imparare a sviluppare il mio stile. La chitarra la suono da più di sessant’anni: con lei ho un rapporto molto intenso».
Rimanendo in Brasile chi erano i suoi miti della sei corde?
«Di João Gilberto abbiamo già detto. Mi piaceva tanto anche Garoto (Aníbal Augusto Sardinha, 1915-1955; ndr). E poi Jorge Ben Jor (1939, ndr)».
Allargando lo sguardo sul mondo?
«Jimi Hendrix (1942-1970, ndr)».
Ma lei è più acustico o elettrico?
«Alla fine, più acustico».

Lei ha sempre aiutato e sostenuto giovani musicisti ai loro inizi. Le chiediamo secondo lei quali sono oggi i nuovi nomi della musica brasiliana.
«Difficile. Ce ne sono molti. E li apprezzo tutti. Ma, davvero, non me la sento di fare nomi in particolare. Ce ne sono talmente tanti che magari mi dimentico di qualcuno».
Maestro Gil, chiudiamo brevemente sulla sua passione per la letteratura e la poesia.
«La letteratura è stata una parte molto importante della mia formazione: i libri di Jorge Amado (1912-2001, ndr), anche quelli di João Guimarães Rosa (1908-1967, ndr) e dei poeti Antônio de Castro Alves (1847-1871, ndr) e João Cabral de Melo Neto (1920-1999, ndr). Penso anche al grandissimo Vinícius de Moraes (1913-1980, ndr), poeta e musicista straordinario».
Ultime due domande... Il jazz per lei?
«Il jazz è uno dei linguaggi musicali universali in assoluto più importanti».
Il suo standard brasiliano preferito?
«Beh... Chega de Saudade».