La Lettura, 15 marzo 2026
Mario Schifano a casa Agnelli
Tra le mille parole scritte su di lui – anche da giganti della letteratura come Giuseppe Ungaretti o Alberto Moravia, che lo idolatrarono e gli furono amici nonostante la differenza generazionale – quelle che ancora oggi sembrano meglio rievocare carisma e fascino emanati dall’artista quando era in vita, sono di Goffredo Parise, altro sodale dell’artista: «Il principe, un vero Ahmed da mille e una notte – scriveva in un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 28 giugno 1983 per la mostra Roma 1960. La scuola di piazza del Popolo, esposizione che rievocava i protagonisti di quella felice stagione creativa – era Mario Schifano, ora pittore famosissimo e famoso anche per altre ragioni. Era un ragazzo-scimmia estremamente bello, senza fissa dimora, immediatamente geniale, snob quantum sufficit che dipingeva con velocità fulminante, alla de Pisis, di cui è il solo e vero erede, quadri monocromi e provocanti, con sgocciolature che già indicavano però la sua immediatamente futura arte».
Proprio la frenesia della creazione – Schifano è lì, e un attimo dopo è già altrove... – lo porterà a una produzione sterminata: si parla di qualcosa come ventimila dipinti, dato che rende titanica la stesura di un catalogo generale, di cui è stato pubblicato (2025) solo il primo volume dopo anni di ricerche; una produzione divisa in tante «fasi» e sorretta da un talento, oltre che da una biografia, debordanti: i quadri, le foto, i film d’autore, gli oggetti dipinti, i regali (era, notoriamente, generosissimo)... E poi la realtà e la leggenda, gli amori, la cronaca rosa e nera con i ripetuti arresti per droga, in un intreccio arte e vita, vita e arte, apparso spesso indissolubile.
Come raccontarlo, Mario Schifano (1934-1998)? Come raccontare la parabola artistica di un «piccolo puma», copyright ancora Parise, «di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto»? Ogni volta che si impagina una mostra su questo artista-icona del secondo Novecento – «Mi conoscono anche quelli che non mi conoscono», diceva di sé – la prova più difficile per i curatori è proprio quella di trovare una chiave, un taglio nel mare magnum di una vorticosa e purtroppo anche falsificatissima creatività, la stessa che spinse il pittore a sperimentare, a volte in maniera pionieristica, materiali e linguaggi eterogenei, «contaminando» il pennello, soprattutto dagli anni Settanta, anche con immagini tv, video e con le più disparate tecnologie.
La scelta, complice anche l’ampiezza monumentale delle sale della sede – il romano Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale – si è rivelata un po’ più facile del solito per la mostra Mario Schifano, che apre al pubblico martedì 17 marzo e prosegue fino al 12 luglio. Si tratta infatti della classica retrospettiva in cui, sia pur con approccio antologico, la curatrice Daniela Lancioni ha potuto presentare tutto Schifano, dalle opere degli esordi negli anni Cinquanta, ancora informali e materiche, ai primi monocromi del 1960; dalla stagione inaugurata con la mostra Tutto (1963) alla Galleria Odyssia di Roma, alle nuove iconografie mediate dal linguaggio fotografico e dalle figure della storia dell’arte (Futuristi o Malevic); dai Paesaggi TV al cinema, fino ai dipinti anni Ottanta e ai lavori ultimi in cui più esplicita si manifesta la sensibilità dell’artista per le emergenze sociali.
Ma soprattutto la mostra è l’occasione per far vedere tutto Schifano in termini di dimensioni, da quelle piccolissime di una singola Polaroid – ne scattò migliaia, qui se ne vedono 150 – a quelle di quadri giganteschi di cinque, sei, sette metri di base, realizzati nei tanti studi romani dove leggenda vuole che Mario si spostasse (anche) in bici o con i pattini.
Dato meramente statistico, ma per Schifano significativo anche di un modus pingendi: sommando la lunghezza delle singole opere in mostra, si superano i ventimila centimetri, 200 metri, circa due volte la lunghezza di un campo da calcio... E in questo gigantismo, non privo di spettacolarità, spicca visivamente nella Rotonda del Palaexpo – spazio centrale e iconico dell’edificio tardottocentesco – un’opera di quasi venti metri di lunghezza nel suo complesso: tre segmenti-parete da sei metri e sessanta di base per oltre tre di altezza. Un lavoro di fatto quasi mai visto (fu esposto nel 2008 alla Galleria nazionale d’arte moderna), considerata la destinazione originaria e la peculiarità dei committenti.
Si tratta infatti della camera da pranzo «dipinta dall’artista nel 1968 per una casa romana», così almeno si legge nel comunicato ufficiale della mostra. Non però una «casa romana» qualunque, bensì l’appartamento nella capitale che fu di Gianni e Marella Agnelli, uno dei più alti sulla città, all’ultimo piano di Palazzo Mengarini-Albertini-Carandini, in via XXIV Maggio, con vista spettacolare dalla cima del colle Quirinale.
La vicenda di quest’opera non troppo nota ben simboleggia il successo, anche mondano, raggiunto in quegli anni dal pittore, «maledetto» epperò amatissimo da tutti: critici, galleristi, letterati, mondo del cinema, intellighentia, industriali, rockstar come i Rolling Stones, celebrities passate, presenti e future, donne e nobildonne bellissime, più o meno ricche, più o meno giovani: da Isabella Rossellini ad Anita Pallenberg, da Afdera Franchetti a Marianne Faithfull, da Eleonora Giorgi alla principessa Nancy Ruspoli con cui Mario ebbe una lunga relazione. L’ultimo amore però, il più importante, fu quello con Monica De Bei, che diverrà sua moglie e con la quale Schifano avrà un figlio, Marco Giuseppe, nato nel 1985. Monica e Marco sono oggi i responsabili dell’Archivio intitolato all’artista, unico organismo legittimato alla tutela e alla gestione della sua opera.
In questo pantheon non poteva dunque mancare la coppia simbolo del potere, della ricchezza e dell’alta società del tempo. Gianni e sua moglie Marella Caracciolo di Castagneto commissionarono al trentaquattrenne pittore romano la realizzazione di un polittico di tele per ricoprire al millimetro la loro nuova sala da pranzo, qui ricostruita per l’occasione con le stesse identiche dimensioni dell’ambiente originale. Schifano, in pieno clima sessantottino, in quel momento stava dipingendo la serie Compagni compagni, grandi quadri con falci, martelli, bandiere rosse (in mostra un trittico con spray, grafite e perspex su tela di due metri per tre). Un ciclo cui venne dedicata una prima mostra allo Studio Marconi di Milano nel dicembre dello stesso 1968.
Proprio una di queste tele, Festa cinese, con sventolio di vessilli inneggianti alla Rivoluzione culturale allora in atto, venne consegnata direttamente a casa Agnelli. Un lavoro però, come gli altri della serie, politico e decisamente poco adatto alla residenza dell’uomo simbolo del capitalismo italiano. Il quadro fu rifiutato dai committenti e sostituito in poche settimane da questa coloratissima camera picta che ora il pubblico può ammirare in via Nazionale. Festa cinese, invece, sarà successivamente comprato da Leone Piccioni per poi approdare, dopo vari passaggi, al Museo del Novecento di Milano.
Nell’opera per gli Agnelli, composta in realtà da un mosaico di 14 tele, un «coro» pop realizzato con smalti, spray, grafite, pastelli, Schifano sviluppa in particolare il tema delle palme e delle stelle, simboli già apparsi nel suo repertorio. Interno di casa romana è in realtà una summa dei vari soggetti inventati fino ad allora dall’artista: ci sono i «paesaggi anemici», le querce, le silhouette dei futuristi, il cavallo... La parete di destra è attraversata da una scritta che, «come accade per alcuni titoli di Schifano riportati sul recto dei dipinti – scrive Lancioni nel saggio in catalogo – si propaga come un’onda, gira in tondo lungo i bordi delle tele e ripiega su sé stessa». Niente Mao Zedong, citato altrove. La frase scelta è tratta dai Canti di Maldoror di Lautréamont: «Ma io mi mettevo un dito sulla bocca, come per dirle di serbare il silenzio su questo grave problema, di cui non volevo ancora farle capire gli elementi, per non colpire, con una sensazione eccessiva, la sua immaginazione infantile...».
Le opere esposte provengono sia da collezioni pubbliche sia da raccolte private. Tra i maggiori prestatori Gió Marconi ed Emilio Mazzoli, entrambi galleristi legatissimi a Mario. Obiettivo dichiarato della mostra, sottrarre il più possibile lo Schifano-personaggio a ogni cliché romantico-maledetto – i fiumi di denari, le droghe... – limitando al minimo gli aspetti biografici. Un approccio «purista», per concentrarsi solo, o almeno il più possibile, sull’arte. Dagli Usa arriva la serie di 17 fogli della raccolta Words & Drawings, realizzata a quattro mani con il poeta americano Frank O’Hara durante il primo soggiorno di Mario a New York (1964). Un’intera sala, la seconda, è allestita con i famosi Monocromi del 1960 e con i primi lavori, di poco successivi, dedicati ai paesaggi pop-metropolitani. «Considero il 1960, quando ho fatto i monocromi, come data di inizio del mio lavoro», diceva di sé il pittore. In realtà il suo cammino cominciò prima, come testimoniano una decina di opere che aprono, cronologicamente, il percorso, di cui le prime due datate 1956. Presente, infine, l’intera produzione, o quasi, di film e cortometraggi realizzati dall’artista.