Tuttolibri, 14 marzo 2026
L’horendo e crudel caso della morte del Duca
È stupefacente l’ambivalenza del giudizio (morale, politico, storico) che può essere dato a proposito del tirannicidio e più in generale dell’omicidio politico. Il che, se accade in ogni parte del mondo e in ogni tempo, ancora di più vale per l’Italia, dove l’eliminazione mirata del contendente, sia esso il despota o un semplice avversario nella lotta per il potere o addirittura un bersaglio simbolico, la si è sempre adoperata disinvoltamente, in modo sia calcolato sia spontaneo, con pugnali mitragliette veleno o bombe, da movimenti organizzati come da singoli individui, questi ultimi di solito armati da un vago quanto implacabile spirito di giustizia o di vendetta – sempre che abbia senso separare nettamente termini così intrecciati tra loro. Colpiscono l’immaginazione soprattutto le iniziative individuali: si pensi, ad esempio, ai numerosi tentativi di uccidere Benito Mussolini, che videro tra gli attentatori persino un quindicenne e una stramba baronessa irlandese. Carattere episodico che è anche prerogativa di alcune tra le più note imprese belliche italiane: rare le grandi battaglie campali, frequenti e celebri le spericolate missioni portate a termine da un pugno di uomini o addirittura da uno solo.
Dunque, a proposito di ambivalenza: l’assassinio nel 1537 del Duca di Firenze, Alessandro de’ Medici, per mano di suo cugino Lorenzo, detto Lorenzino o Lorenzaccio, nei commenti dei suoi contemporanei viene definito «horendo e crudel caso» oppure «opera gloriosa» a seconda della prospettiva da cui lo si considera; e il suo autore dipinto come un eroe della libertà o un’anima nera, un losco traditore. Quando verrà il suo turno di essere assassinato, a Venezia, undici anni dopo, la sua uccisione potrà essere salutata da alcuni come «santa opera» gradita a Nostro Signore, anzi da lui stesso promossa per «smorbare il mondo di quella peste»; e i sicari che lo eseguirono definiti «due generosi soldati».
La verità è che, a meno di essere veggenti, è impossibile indovinare di quale natura siano i pensieri che agitano la mente di qualcuno mentre pianifica di uccidere. Altrettanto difficile è stabilire quali siano le autentiche, cioè, le intime, personali motivazioni nel commettere un omicidio politico, al netto delle rivendicazioni ideali o ideologiche. Nella vicenda dell’assassinio del Duca lo è ancora di più. Le ragioni private possono essere interpretate politicamente, e quelle politiche fatte risalire a influssi e smanie personali. Per uccidere, essendo a corto di buone ragioni, si possono sempre trovare pretesti. Nell’attentato alla vita di un tiranno si sommano inestricabilmente politica + diritto + letteratura + psicologia. E se anche non fosse giusto ridurla a un unico movente, come tagliar fuori da una vicenda come quella di Lorenzo e di Alessandro l’aspetto psicopatologico? Intendiamoci: sia nel profilo dell’assassino sia in quello della vittima. Uccidere può garantire all’omicida una fama persino più duratura di quella dell’ucciso. E questo è senz’altro il caso di Lorenzino: la figura di Alessandro, per quanto la si voglia condire di vizi iperbolici, neanche fosse Caligola, rimane opaca, sfocata, mediocre persino nelle alquanto ovvie perversioni, a cominciare dalla smania erotica. Senza quello spargimento di sangue, con ogni probabilità Lorenzo de’ Medici sarebbe rimasto anonimo, una figurina laterale nel fronzuto albero genealogico della nobile famiglia fiorentina, una data di nascita (1514) e di morte (imprecisabile ma certo più tarda del 1548, e forse non violenta come quella che incontrò a Venezia).
Il “filosofo” di famiglia (in senso peggiorativo, sinonimo cioè di perdigiorno con la testa ficcata nei libri, o tuttalpiù sotto qualche gonna) probabilmente non vedeva l’ora di passare all’azione, realizzando il sogno represso di ogni intellettuale: poter finalmente incidere sulla realtà, sulla storia, iscrivendovi il proprio nome, in modo da ovviare alla malinconia costitutiva, allo spirito vago e cogitabondo dello studioso, alle macchinazioni figurate solo sulla carta. Muoveva Lorenzo il «desiderio intensissimo di farsi immortale» (Varchi), e quello di ottenere col suo gesto non solo l’impunità bensì la gloria, come diceva Cicerone in lode di chi sopprime un tiranno. Ogni pugnalata al corpo del Duca era un grido eloquente, «occorre che il mondo sappia chi io sono!», una stoccata capace di trasformare un buono a nulla in un eroe. È affollata la tradizione di uomini di pensiero che fantasticano un passaggio di livello che permetta loro di accedere al ruolo di uomini d’azione, impugnando un’arma per cambiare la Storia: l’impresa dannunziana a Fiume ne sia solo l’esempio più eclatante. Agire, agire, agire! Basta con le chiacchiere e le belle teorie, ne abbiamo abbastanza di sonetti e madrigali, bisogna agire. Azione, azione diretta! Fisica, non mentale.
Malinconico, teppista, metafisico, ora depresso ora esagitato, clownesco (tipica delle personalità disturbate e potenzialmente aggressive la tendenza a fare il buffone… vedi il personaggio di Verchovenskij ne I demoni): ma forse l’aggettivo più calzante a Lorenzino è quello usato dallo studioso Stefano Dall’Aglio: «indecifrabile». Nel suo personaggio si compendiano alcuni tratti del carattere anfibio di parecchi tra terroristi, estremisti politici, militanti radicali, congiurati, bombaroli e fanatici di ogni risma, nutriti di letture esaltanti e incubi, quella mistura micidiale di ideali sovrumani e bassissimi istinti. Una sete di sangue e di gloria, di giustizia e di vendetta (che in alcuni frangenti, si è detto, formano un tutt’uno), insomma, la doppiezza costitutiva. Sembra quasi di vederlo, Lorenzo, mentre si aggira insofferente per Firenze: magrolino, di umore accidioso, nero, nero come l’inchiostro con cui verga pagine fitte e impotenti, sempre con un qualche libretto sottobraccio, rimuginando pensieri sordidi e sublimi, immerso nei preparativi del suo beau geste – che poi in concreto si rivelerà una mattanza disgustosa, col sangue del Duca che allaga la camera da letto fino alle pareti. Che sia una trappola sessuale quella in cui la vittima cade non fa che rendere il quadro più sordido, grottesco; che il Duca se ne stia nudo e arrapato a letto in attesa di una più che prevedibile scopata declina il crimine in chiave boccaccesca, tragicomica, e così pure il dettaglio bizzarro del pollice di Lorenzino azzannato dal Duca che proprio non ne vuole sapere di farsi ammazzare, e stringe coi denti, morde, non molla – per cui si ha la sensazione che a strillare più forte per il dolore sia l’assassino e non la vittima, seppure trafitta dalle pugnalate e da ultimo scannata con un trincetto. Una fine abbastanza tipica, quella di Alessandro, tanto da venire spesso messa in scena nei film d’azione: quanti ribaldi hanno pagato con l’arresto o la morte mentre se ne stavano a letto con qualche dama? Una sorte che accomuna uomini di potere e fuorilegge. Ma in questo caso Alessandro non fece nemmeno in tempo a soddisfare le sue fregole.
Dalla figura di Bruto attraverso Lorenzino si perviene per gradi a quella del famoso principe danese. Intorno al disgraziato Medici si addensano ombre scespiriane di Amleto (quello originale, o la controfigura reinventata da Laforgue e Carmelo Bene), di Riccardo III, e naturalmente di Jago, il capostipite della doppiezza. Lo stesso De Musset nel suo Lorenzaccio si abbevera morbosamente a quella fonte. «Ô jour de sang, jour de mes noces! Ô soleil, soleil! Tu te meurs de soif, soleil! Son sang t’enivrera! Ô ma vengeance! Qu’il y a longtemps que tes ongles poussent! Ô dents d’Ugolin! Il vous faut le crâne, le crâne!» Ecco, un cranio dove affondare i denti piuttosto che un usurpatore a cui far deporre lo scettro: sta proprio qui, in questa foga, il desiderio malato di Lorenzino. Senz’altro è smania di libertà la sua, si direbbe però la propria individuale anarchica libertà, di stampo quasi stirneriano, il proprio personale riscatto piuttosto che quello di Firenze – città oramai perduta, pavida e sonnambolica, «piena di banditi, di avvelenatori e ragazze disonorate». I fiorentini che dovrebbero sollevarsi contro la tirannia – ignavi sempre a testa bassa. Piuttosto che l’idealista purissimo e coraggioso quale si dipinge nella sua Apologia, il tirannicida è un miscredente, un nichilista qui se moque de tout, un rebel without a cause, un giovanotto per nulla spavaldo, tutt’altro, che gira disarmato perché l’ombra della sua spada in terra lo spaventerebbe, e sviene alla vista di una lama sguainata. «Le sue deboli mani non ce la fanno a reggere un ventaglio»: insomma, quello che oggi si direbbe (col disprezzo rituale che oramai accompagna il termine) un povero “intellettuale”. Un gratteur de papier. Marcio dentro. Miscela instabile di servilismo e amore per l’azzardo. La sua audacia momentanea dettata da una vaga quanto irresistibile pulsione suicidale. Probabilmente aveva spiato per conto del cugino i fuoriusciti, gli esiliati da Firenze – cioè proprio quelli che avrebbero dovuto dar seguito al suo gesto esemplare e riprendersi la città liberata – che infatti nell’Apologia rimprovera di scarsa iniziativa. Nella prima scena del Lorenzaccio di de Musset (lettura forse fuorviante quanto formidabile) lo vediamo subito all’opera nel procacciare donne al Duca, anzi, fanciulle appena in fiore.
Come se non bastasse l’ambiguità di cui si diceva, due ulteriori paradossi segnano la nostra vicenda. Il primo è che la stesura stessa dell’Apologia segna il clamoroso ritorno di Lorenzino alla dimensione letteraria da cui il gesto omicida da lui commesso intendeva farlo evadere. Accade cioè che il letterato, stufo di nutrirsi di astrazioni, si trasformi in uomo d’arme, per poi fare ritorno puntualmente alle sudate carte – il suo habitat naturale. Ripiega cioè sulla letteratura dopo aver tentato di trasformarla in vita, in carne e sangue. Un tragitto non dissimile fu quello dello stimato filologo che a metà degli anni Settanta si arruolò nelle Brigate Rosse, venne arrestato varie volte, e scontata un po’ di galera per banda armata tornò a dedicarsi agli studi petrarcheschi. Comunque si voglia giudicare l’assassinio da lui perpetrato, è fuor di dubbio che il meglio di sé Lorenzino lo dia nella pagina scritta, che Giacomo Leopardi giudicava da antologia, tra i più alti esempi di prosa italiana. La seconda stravaganza scaturisce anch’essa dal cortocircuito tra la raffinatezza delle Belle Lettere (un tempo le si chiamava così) e le azioni più sanguinarie: cioè l’amicizia che legava Lorenzino a Monsignor Giovanni Della Casa, così stretta che un primo tentativo di far fuori il Medici, Bibboni e il suo socio lo fecero proprio nel palazzo veneziano dell’autore del Galateo dove Lorenzino si era recato a cena. Pensate un po’: uno spietato scannamento sotto gli occhi dell’uomo che avrebbe insegnato al mondo a usare le posate a tavola invece delle mani… Ci starebbe dentro l’intera storia d’Italia, usi e costumi, ferocia e cortesia. Ma Lorenzo e il Monsignore se n’erano andati a cena a Murano. E il piano omicida venne rimandato a migliore occasione.