Domenicale, 15 marzo 2026
Fake news enorme in forma di quadro
Questa è la storia di un quadro. Di un quadro molto particolare, tanto da essere scambiato a un certo punto per un cannone. Poteva essere altrimenti? La tela è lunga 115 metri, larga 14, e pesa tre tonnellate. Risale al 1913 e fu commissionata dal governo belga a due artisti, Alfred Bastien e Paul Mathieu. Il titolo si vuole evocativo: Panorama du Congo. Il dipinto doveva celebrare i fasti della colonia belga, in occasione dell’Esposizione universale di Gand. A un secolo di distanza, la storia del quadro è quella di una fake news ante litteram.
Re Leopoldo II (1835-1909) aveva grandi ambizioni. Si racconta che appena salito sul trono, durante un viaggio in Grecia, inviò a un ministro del suo governo una targa in marmo sulla quale aveva fatto iscrivere la frase seguente: «Il Belgio ha bisogno di una colonia». Il sovrano ottenne il Congo dopo la Conferenza di Berlino e la spartizione dell’Africa tra le potenze europee. Il territorio fu di sua proprietà fino al 1908 quando lo scandalo provocato dallo sfruttamento della popolazione locale lo costrinse a cedere la colonia al governo belga.
D’altro canto, ai tempi Mark Twain, autore di un celebre pamphlet intitolato King Leopold’s Soliloquy, definiva il sovrano belga «il re con 10 milioni di morti sulla coscienza». In Heart of Darkness, Joseph Conrad era altrettanto critico, mentre un console inglese, Roger Casement, denunciava il lavoro forzato, le deportazioni, gli atti di tortura, la distruzione di villaggi interi da parte dei soldati belgi (a proposito: solo nel 2022, a 60 anni dalla decolonizzazione, re Filippo espresse «il più profondo rammarico per le ferite del passato»).
Nel 1910, le autorità belghe inaugurarono il Musée du Congo belge, alla periferia di Bruxelles, ideato dallo stesso architetto, Charles Girault, che aveva firmato il Petit Palais di Parigi. Oggi il museo ha assunto un nome meno gravido di significato – si chiama AfricaMuseum, a conferma di un Paese che spesso preferisce l’inglese pur di non creare tensioni tra le comunità linguistiche – ed è considerato la più ricca raccolta di arte africana fuori dall’Africa. Ai suoi curatori dobbiamo ora una bella mostra dedicata proprio al Panorama du Congo.
Come detto, in occasione dell’Esposizione universale del 1913, il Ministero delle Colonie a Bruxelles decise che bisognava celebrare la presenza belga in Africa. Il Panorama du Congo è la storia di una straordinaria (e cinica) operazione di propaganda. La gigantesca tela doveva offrire ai visitatori – furono 250mila a Gand – una visione ottimista del ruolo del Belgio nel continente. C’è di più. Il quadro doveva dare ai belgi l’illusione di essere nel cuore della colonia e soprattutto convincerli che l’impresa coloniale fosse legittima, pacifica, e felice.
I due artisti a cui fu commissionata l’opera per un compenso di 123mila franchi belgi (ai tempi 12 anni di stipendio di un operaio tessile di Gand), trascorsero tre mesi in Congo, dal quale riportarono foto, schizzi e ricordi. Di ritorno in patria, il lavoro durò un anno. Il quadro rappresenta una serie di scene campestri dove domina la convivenza pacifica, la cura della natura, l’attività operosa ma anche le occasioni di svago e di festa. Quando fu messo in mostra, il dipinto prevedeva che fosse preceduto da piante, alberi e arbusti, pur di contribuire all’esperienza immersiva.
Il Panorama du Congo fu esposto una seconda volta durante l’Esposizione universale del 1935 a Bruxelles, poi fu arrotolato, infilato in una cassa e dimenticato in un magazzino. Durante la guerra, truppe tedesche lo danneggiarono con una sega, pensando che la scatola contenesse un cannone. Solo nel 2022 il dipinto è stato finalmente riesumato. La tela è stata dispiegata in una caserma a Ypres con l’aiuto di due Bergepanzer dell’esercito belga, per essere scannerizzata in 800 foto (in mostra all’AfricaMuseum è una versione ridotta).
L’opera firmata da Alfred Bastien e Paul Mathieu faceva parte di una più ampia politica di comunicazione per contrastare le denunce internazionali delle nefandezze compiute in Congo e soprattutto assicurare il sostegno della popolazione belga. Fin dal 1907 Leopoldo II creò l’Office colonial, un ufficio dedicato alla propaganda, che via via si impose nei film, nei giornali, nelle scuole, nei discorsi pubblici e addirittura nei giochi di società (dando, ad esempio, una immagine fuorviante del ruolo delle missioni cattoliche in Congo).
La mostra bruxellese giunge in un contesto particolare. I tempi sono cambiati, la propaganda sceglie vie tecnologicamente più sofisticate, e più efficaci. I social media sono un incredibile mezzo di manipolazione dell’informazione, mentre sui giornali pesano l’influenza della proprietà privata e le pressioni del potere politico. L’intelligenza artificiale è uno strumento di conoscenza, ma anche una arma di disinformazione. In questo senso, la storia del Panorama du Congo ci esorta a coltivare, come non mai, uno spirito critico.