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 2026  marzo 16 Lunedì calendario

Thomas Wolfe, il Sansone che creò il "nuovo mondo" del romanzo americano

Poco prima di morire scrisse al suo mentore, Maxwell Perkins; gli scrisse «della stranezza e della gloria e della potenza della vita»; gli scrisse «penserò sempre a te». L’avevano ricoverato a Baltimora, la tubercolosi aveva intaccato il cervello. Spirò il 15 settembre; avrebbe compiuto 38 anni due settimane dopo, era il 1938. Di sé, lasciò diversi libri, tutti, naturalmente, esagerati, naturalmente inarginabili, a piantumare leggende. Le settecento pagine di The Web and the Rock, ad esempio, e le ottocento di You Can’t Go Home Again; la quarta di The Hills Beyond, uscito tre anni dopo la sua morte quasi quattrocento pagine ricalcava una recensione del New York Post: «È uno dei più eloquenti e stupefacenti scrittori americani di ogni tempo, una specie di Gargantua sul corpo di Walt Whitman». Dicevano fosse One of America’s Immortals.
In effetti, pareva immortale, Thomas Wolfe.
Alto quasi due metri, un Sansone, nato per rovesciare i pilastri della letteratura occidentale. Il «coccodrillo» del New York Times parlò di uno scrittore dall’«energia incontenibile, dalla forza instancabile, dall’insaziabile fame di vita»; scrissero della giovinezza, della morte improvvisa, delle «stimmate di un genio indisciplinato e imprevedibile». È proprio in questi elementi contraddittori il nucleo della narrativa di Thomas Wolfe: il gigante fragile, l’infaticabile fame, l’insoddisfazione perenne. Che restasse, in sostanza, un incompiuto fece di lui, di quel ragazzone esagitato, un Don Chisciotte yankee, l’eroe del Grande Romanzo Americano. Mentre gli altri i Faulkner, gli Hemingway veleggiavano verso i fasti-disastri del successo, lui, Thomas Wolfe, come Ettore e Sansone, come Moby Dick, di cui era l’umano emblema, lo scrittore-capodoglio, issato in oceanica furia, moriva, tra epiche lacrime. In un’epoca in cui si scriveva distillando parole dal calamaio dell’intelletto, scrisse che il romanzo, per lui, era «come lava dal cratere di un vulcano». Ne sapeva qualcosa Maxwell Perkins, l’editor che inventò Fitzgerald e Hemingway, eternato da Colin Firth in Genius, il bel film di Michael Grandage del 2016. Quando lesse il manoscritto di Angelo, guarda il passato titolo mirabile, tratto dal Lycidas di Milton, che in origine s’intitolava O Lost, capì di trovarsi di fronte a un capolavoro. Il lavoro di revisione fu catartico, catastrofico: dall’epopea quotidiana di Eugene Gant furono cestinate 60mila parole; il libro uscì nel 1929.
I critici furono spiazzati da quel romanzo assieme lirico e frugale; The World scrisse di un «libro corposo, carnale, secondo la moda di Thackeray, che racconta di una comune famiglia americana in una squallida cittadina americana»; in quella saga qualcuno il New York Evening Post, ad esempio ravvisò i tratti di James Joyce e di Sherwood Anderson. Il romanzo uscì in Italia nel 1949, per Einaudi, nella versione di Jole Jannelli Pintor.
Nel saggio pubblicato a conclusione della sua vulcanica, nuova traduzione di Angelo, guarda il passato (Mattioli 1885, pagg. 792, euro 29), Nicola Manuppelli paragona l’opera di Thomas Wolfe alle Argonautiche di Apollonio Rodio. Al di là delle audacie generiche, condivisibili («Le Argonautiche non racconta soltanto una spedizione, racconta un modo vorace di stare al mondo»), non sono d’accordo. Apollonio Rodio accade alla fine di un mondo, quello epico: lo sigilla con sfoggio di cultura esuberante. Thomas Wolfe è posseduto dal genio dell’ingenuità: vuole fondare l’epica romanzesca del suo «nuovo mondo», l’America. Più che alla cultura greco-classica, Angelo, guarda il passato si rivolge a quella biblica: racconta le peripezie di un figlio, i tumulti del padre, la barbarica madre; racconta del luogo natale, quello del sangue, del tradimento e del ritorno. Dice cosa significhi dimenticare le origini e rinnegare se stessi. Sembra una storia desunta da Genesi. In questo senso, Thomas Wolfe è un grande narratore del Sud degli Stati Uniti: se in Faulkner agisce il profetismo biblico, in Cormac McCarthy l’apocalittica e in Flannery O’Connor l’etica paolina, Wolfe è una specie di Adamo che tenta di ricordare ai sopravvissuti i fasti di Eden, il suo perduto regno. Tutto, in Thomas Wolfe la figura, dinoccolata, ingombrante; la scrittura, eccezionale, per lo più incompresa; la morte, nel fiore simboleggia il messianico: egli è il Messia della letteratura americana, il sommo toro sacrificale.
Scrivere qualcosa intorno a Angelo, guarda il passato significherebbe spezzarne l’oracolo: il libro va aperto, va lasciato lì, come un ruggito, come una pianta carnivora fatevi divorare. Se insegna qualcosa, Thomas Wolfe insegna che è irrilevante cosa si scrive conta il come. Ogni singolo frantume della nostra grigia esistenza da espatriate marionette ha, in nuce, un’Iliade, una Divina Commedia: basta manovrare il verbo come una torcia, come una cazzuola. Angelo, guarda il passato, soprattutto, è il grande romanzo della memoria e dell’oblio. È il romanzo che si scrive chiamando a raccolta «la grande legione perduta di tanti sé, le mille forme che comparivano e svanivano, che si intrecciavano e cambiavano senza sosta, e che restavano, immutabili, sempre Lui». Pura teurgia dell’io, edificato come il Myself di Whitman, il levito Leviatano della letteratura americana per disfarsene.
A cosa servono, d’altronde, quegli angeli di marmo, leonini, chimerici, messi a guardia delle tombe nel cimitero di Oakdale, a cosa serve l’angelo confitto davanti al negozio di William Oliver Wolfe, il papà di Thomas, talentuoso forgiatore di lapidi, se non a dimostrare che ogni vita è vitrea e tornerà cenere, che ogni colosso sarà incenerito dallo sguardo di Dio? Eppure, questo romanzo nato sotto l’egida di «una pietra, una foglia, una porta mai trovata... e tutti i volti dimenticati» è ancora qui. Gigantesco, è vero. Fragile, è vero. Ti si sbriciola in mano. Lapidario. Effimero. Come è la vita.