il Fatto Quotidiano, 16 marzo 2026
Tullio De Piscopo: “Maradona con la mela e il ‘fratello’ Pino Daniele”
Andai al campo del Napoli a Soccavo. Maradona palleggiava con una mela. Gli dissi: ti faccio una samba col tamburo”.
E?
Dopo 20 minuti la mela non era caduta. Smisi di suonare. Diego voleva vincere pure a calciobalilla. Il massaggiatore Carmando mi confidò che nei suoi scarpini avevano messo ghiaccio secco per attutire i pestoni. Quando morì in quel modo orrendo mi chiusi in casa a piangere.
Per distrarre El Pibe avrebbe dovuto provare con un tango, caro Tullio De Piscopo.
Gli argentini faticavano ad accettare che le ritmiche di Libertango le avessi create io. Astor Piazzolla me lo riconobbe: es el nuevo tango.
Con Astor un sodalizio magico.
Anche per l’altro disco, Summit. Una sera si doveva suonare al Festival del Cinema di Venezia. Piazzolla e un sassofonista con cui ero in tour.
Non un debuttante.
Gerry Mulligan. Non mi trovava in albergo, andò a chiedere di me a un’affascinante signora. Era Ornella Vanoni, che si domandò: chi è questo bel biondone?.
Lei ha suonato con tutti.
La mia batteria compare in 3800 registrazioni. Le prime sono del ’62 con Sergio Bruni. Da fine marzo vado in tour, non è detto sia l’ultimo. E per i miei 80 anni esce un nuovo singolo, Miranda, ‘bellezza’ in greco antico: tagliato attorno a un mio ritmo del ’72 ritrovato per caso. E un quadruplo box celebrativo con 48 pezzi. Dentro ci trovi tante perle. Con Richie Havens, Oscar Peterson, naturalmente Pino.
Già, Pino.
Avevo inciso un primo disco, vi denunciavo le condizioni della mia città. Telefonai a mio padre Giuseppe. Lui: ‘Tullio, ho sentito un ragazzo straordinario, ha avuto più coraggio di te nel dire le cose come stanno. Che Napoli è una carta sporca”. Pino mi chiamò. Appuntamento all’Antica Pizzeria di Port’Alba, vicino al Conservatorio. Attraversai a piedi tutta Spaccanapoli, arrivai già sazio per l’odore delle pizze fritte in strada. Lui mi aspettava con Terra mia sottobraccio. Dopo pranzo mi disse: vieni in studio. Gli dissi che sarei rimasto una mezz’oretta. Suonai con Pino Daniele fino a mezzanotte.
Una vita insieme.
In una delle ultime telefonate mi disse: ‘ho una data, vieni tu? Così non ho bisogno di fare prove’. Eravamo più che fratelli. Compravo un rullante e mi chiedevo: gli piacerà? Ci scambiavamo le maglie, gli zoccoli. Di me diceva: “Tullio tene ‘o sentiment”. Così come altri mi definiscono The Groove Man”.
E Battiato? L’intelaiatura ritmica de L’era del cinghiale bianco è targata De Piscopo.
Il produttore Angelo Carrara fece ascoltare il lavoro grezzo a me e ad Alberto Radius. La voce di Franco era bellissima, mancava l’innervatura della batteria. Da quei suoni e da quell’album nacque il nuovo Battiato. Il pop italiano si tuffava nel futuro.
Vi eravate frequentati a lungo.
I primi tempi a Milano non avevo neppure una stanza, ma un posto letto. Sotto c’era un club, in strada un furgone scalcinato con la scritta ‘Franco Battiato’. Mi dicevo: ‘Chi cazz’è?’. Lo vidi con quella chioma, sembrava uno del ‘700 con la parrucca. Facemmo amicizia al bar tra un panino e una birra, il massimo che potevamo permetterci.
De André?
Suonai su Rimini. Un capolavoro. Volta la carta è un modo di essere. Lo avevo incontrato a un evento dell’etichetta per cui avevo pubblicato un disco con Santo & Johnny. Faber venne a chiedermi di Napoli: adorava la nostra musica.
Jannacci?
Altro meraviglioso pazzo. Una volta entrò in studio con la Lambretta.
Gaber?
Il ritmo non doveva sgarrare di un millisecondo, perché usava le basi pure in teatro.
Mina?
Ci viziava tra dolcetti, cioccolata e inviti a cena. Cantava in regia, spesso era buona la prima.
Andamento lento è tornata a Sanremo grazie a LDA e AKA7ven.
I ragazzini l’hanno riscoperta 38 anni dopo quel 19mo posto e i successivi sette mesi in cima all’hit parade. Per me Sanremo è sempre stata casa. Ero nell’orchestra del Festival quando si trasmetteva dal Casinò. Nel ’77 trasferimento all’Ariston, arrivò Barry White: aveva un bravo batterista. Io volevo farmi una sigaretta, Barry disse: no, you play man. Tre anni più tardi stessa scena all’Euro Festival Jazz di Ivrea: Chet Baker mi fa: you don’t smoke, you play. Mi costrinsero a smettere di fumare.