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 2026  marzo 16 Lunedì calendario

L’atomo tricolore, un piano con costi e tempi troppo grandi

C’è la terza Guerra del Golfo, e noi non sappiamo cosa metterci. Se non fosse l’immensa tragedia che è, ci sarebbe da sorridere sull’imprevidenza e l’imperizia con le quali affrontiamo gli effetti di conflitti che ormai da anni squassano le nostre società e le nostre economie.
Ennesima crisi energia
Si profila l’ennesima crisi energetica, persino più grave di quella innescata nel febbraio 22 da quel criminale di Putin con “l’operazione militare speciale” in Ucraina. E a corto di gas e di petrolio, con gli stoccaggi che si consumano rapidamente, l’Europa continua a consumare più storia di quanta riesce a produrne. Fallita la lontana ambizione di lanciare il “Nuovo Umanesimo”, l’Unione ripiega più prosaicamente sul “Rinascimento Nucleare”. Per Von der Leyen, l’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra storia: «Nel 1990 un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, oggi si avvicina solo al 15%. Questa riduzione della quota è stata una scelta. Credo che sia stato un errore strategico voltare le spalle a una fonte affidabile e conveniente di energia a basse emissioni. È una realtà che dovrebbe cambiare perché il nucleare e le energie rinnovabili hanno un ruolo chiave da svolgere e perché la Ue potrebbe tornare a guidare il mondo. I reattori nucleari di nuova generazione potrebbero diventare un’esportazione europea di alta tecnologia e valore aggiunto».

Il ritorno al nucleare
Musica per le orecchie meloniane: la premier pontifica da mesi sul ritorno al virile e patriottico nucleare italiano (quasi sempre a sproposito). Ma al di là dell’enfasi declamatoria – l’unica qualità che non difetta né a Roma né a Bruxelles – il tema esiste e non è peregrino rifletterci. Ha senso riaprire il dossier, quarant’anni dopo il plebiscito che sancì la chiusura delle centrali e quindici anni dopo il referendum che la ribadì? E soprattutto, anche a prescindere dal consenso popolare, ci sono le risorse a disposizione? I soliti economisti entusiasti – “accorti cerimonieri amministrativi” del governo di turno e affetti da arbasiniana “innata piaggeria parassitaria e sistematica” – festeggiano già l’atomica resurrezione dell’atomo tricolore. Calma. E soprattutto non troppo zelo, per dirla alla Talleyrand. A livello mondiale, il Giappone frena dopo il disastro di Fukushima e riavvia solo 14 dei 33 reattori disponibili, l’America di Trump ha impegnato altri 80 miliardi di dollari per comprare altri reattori dalla Westinghouse Electric, ma come al solito la Cina si è portata molto avanti col lavoro, ha già 59 reattori in servizio, rilascia 10 nuovi impianti all’anno e punta a raggiungere una capacità nucleare di 200 Gigawatt entro il 2035, coprendo così il 10% del fabbisogno energetico totale. A livello europeo, tra gli Stati membri si registra una certa fatica: la Francia, com’è noto esperta del ramo, copre con il nucleare il 70% del suo fabbisogno elettrico ma sconta i ritardi del colosso Edf nelle nuove consegne, e la stessa cosa sta capitando alla Gran Bretagna.
Il Belpaese
Il lillipuziano Belpaese, in tutto questo, sperimenta assai più modestamente l’atomo portatile, cioè gli Small Modular Reactor. Commonwealth Fusion Systems, la società spin-off del Mit, di cui Eni è il principale investitore, investe 3 miliardi per accendere l’anno prossimo il prototipo Sparc, il reattore dimostrativo che promette di aprire la strada alla produzione illimitata di energia attraverso la tecnologia della fusione a confinamento magnetico. Sempre l’Eni (con altre due italiane Walter Tosto e Simic) partecipa al consorzio di aziende europee impegnate nella realizzazione di Alpha, una centrale a fusione nucleare sperimentale basata sulla tecnologia del confinamento magnetico. L’obiettivo è replicare sulla Terra le reazioni che alimentano il sole e le altre stelle, intrappolando il plasma così prodotto, grazie a un anello magnetico denominato Stellarator. Al centro del progetto c’è una startup europea, Proxima Fusion, guidata dal fisico italiano Francesco Sciortino. Servirà anche qui una discreta vagonata di miliardi: almeno 2, per cominciare. E finora Proxima ha raccolto 200 milioni, anche da soggetti italiani come Cdp Venture e i fondatori di Satispay. Il problema dei tempi e dei costi è enorme, e in Italia è ancora più serio che per gli altri partner comunitari. Ci siamo impiccati ai fossili, con una bolletta elettrica incistata al 40% intorno al gas, e abbiamo speso una montagna di soldi per le rinnovabili, che pure a metà del 2025 sono arrivate a coprire il 55% del fabbisogno totale. Come quella per l’inferno, anche la strada del nucleare civile è lastricata solo di buone intenzioni.