Corriere della Sera, 16 marzo 2026
Referendum, un caso la vignetta anti Meloni
Sei giorni al referendum. Toni da allarme rosso per smuovere gli elettori più pigri. Mentre la Digos identifica tre dei presunti autori del rogo delle immagini di Giorgia Meloni con il ministro Nordio alla manifestazione di Roma di sabato scorso, lo scontro si accende su una vignetta postata dal deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli con la premier in camicia di forza e lo psichiatra che le chiede se vede stupratori e pedofili, allusione al suo avvertimento sulle scarcerazioni facili in caso di vittoria del No. Da FdI si leva la richiesta di scuse.
«Il fronte del No sta alzando i toni», denuncia il vicepremier Antonio Tajani (FI). «Non si può fare campagna elettorale per il No bruciando le immagini della premier e del ministro della Giustizia o dire “poi facciamo i conti..”», aggiunge riferendosi alle parole di Gratteri al Foglio. «Una cosa è l’informazione e una la diffamazione», ha risposto il procuratore di Napoli a In Onda su La7. «Sono sempre dalla parte della stampa: ho criticato la legge Cartabia che impedisce ai cronisti di riportare pezzi delle ordinanze di custodia cautelare». Sull’allarme della premier ribatte: «Questo governo ha voluto la legge sull’arresto differito. Il giudice deve avvertire prima. Se non è scappato, le bustine di cocaina che prima trovavamo in casa non le troviamo più. E ora mi si dice che se vince il No escono gli spacciatori?». Gratteri poi sorride dell’emendamento di FI al Pnrr per punire i magistrati che parlano in pubblico: «Non mi sono fermato di fronte a intercettazioni in cui si discuteva di come ammazzare i miei figli, mi posso preoccupare di una cosa del genere? Continuerò a farlo». Ma sui rischi della riforma dice: «Non si dice niente del dopo, ma ogni tanto si fanno esempi: come in Usa, dove l’Ice spara in faccia a una donna e il giorno dopo il ministro dice “alt, nessuna imputazione”. Questo è il modello virtuoso?».
A distanza replica Antonio Di Pietro, favorevole al Sì: «Riconosco che il magistrato nell’applicare la legge deve interpretarla. Ma sempre più assistiamo a interpretazioni creative, sto intravedendo una dittatura della magistratura che si vuole sovrapporre agli altri poteri dello Stato. Una deriva da fermare». Giorgio Mulè (FI) se la prende con chi «come Conte dice che la riforma favorisce i potenti. Bugie. Mandateli a quel paese».
La tensione è alta. Le previsioni del risultato in bilico. E nulla viene lasciato al caso. Il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara dà mandato agli uffici scolastici regionali di «effettuare riscontri nel caso in cui arrivino segnalazioni di mancato rispetto della par condicio negli incontri che si stanno tenendo nelle scuole sul referendum». «Il No al referendum avanza e il ministro Valditara trema», replica la Rete della conoscenza, vicina alla Cgil. Intanto Nordio propone di «limitare» il potere di iniziativa disciplinare del ministro della Giustizia per evitare «il sospetto che vi siano interferenze politiche» che minino indipendenza dei magistrati. «Fosse per me lo abolirei». Replica il procuratore di Palermo De Lucia: «Nessuno lo ha chiesto».
Elly Schlein, leader dem, rinfaccia al governo le frasi della capo di Gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi sui magistrati ideologizzati: «Dire non è che voglio togliere di mezzo tutta, ma solo una parte della magistratura è una toppa peggio del buco». Da oggi stop ai lavori del Parlamento per dare la possibilità a deputati e senatori di fare campagna sul territorio.