Corriere della Sera, 16 marzo 2026
Extra da 63 miliardi
La decisione della Iea – l’International Energy Agency – di mettere a disposizione del mercato globale dell’energia 400 milioni di barili di petrolio attingendo alle riserve strategiche dell’organizzazione (stimate in 1,2 miliardi di barili), ha posto un freno momentaneo all’escalation dei prezzi del greggio. Infatti, dopo avere toccato un picco di 120 dollari al barile il 9 marzo scorso. a poco più di una settimana dall’inizio della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, il prezzo del greggio di qualità Brent ha ritracciato fino a 85 dollari al barile, salvo riportarsi verso quota 100 dollari (98,9) alla chiusura di venerdì scorso. Gli effetti di breve termine sui prezzi del petrolio, come si vede dal grafico, sono stati imponenti anche a paragone di altri shock di natura geopolitica analoghi (il dato finale è calcolato a 25 giorni dall’evento). Nel caso attuale il rialzo del prezzo del barile è stato di oltre il 40,1% in soli 13 giorni (dal 1° marzo al 13 marzo) una reazione «a caldo» superiore a qualsiasi altro precedente storico.
Chi guadagna
Nell’immediato questa «febbre» sul mercato dell’energia potrebbe portare benefici considerevoli alle società petrolifere statunitensi. Secondo una stima della banca di investimento Jefferies, ripresa dall’edizione online del Financial Times, i produttori di greggio statunitensi realizzeranno un cash flow aggiuntivo di 5 miliardi di dollari nel solo mese di marzo per effetto dell’aumento dei prezzi del greggio. E se le quotazioni dovessero stabilizzarsi su un livello medio di 100 dollari al barile per il resto dell’anno, a giudizio della società di ricerca Rysted, queste società incasserebbero addirittura 63,4 miliardi di dollari in più rispetto ai ricavi generati dai prezzi medi precedenti lo scoppio del conflitto.
A trarre i maggiori benefici da questi ricavi aggiuntivi non sarebbero tuttavia le major petrolifere «classiche», a cominciare da ExxonMobil e Chevron, che al pari delle principali concorrenti europee come BP e Total hanno una presenza radicata nel Golfo Persico e risentono a loro volta della chiusura dello Stretto di Hormuz, quanto i produttori di shale gas, il gas naturale estratto dalle formazioni rocciose (scisti bituminosi) il cui prezzo di break-even (pareggio), che rende conveniente la produzione, si aggira intorno a quotazioni del greggio di circa 60-65 dollari al barile. I principali produttori di questo tipo di gas, negli Stati Uniti sono compagnie come Chesapeake, Anadarko, Apache, Concho.
Scenari complessi
In realtà, pur nell’incertezza sulla durata e sulla profondità del conflitto in atto contro l’Iran, le previsioni non sono così fosche. Secondo Oxford Economics, una società di analisi e previsioni macroeconomiche e finanziarie, lo scenario centrale colloca il prezzo del barile su una media di 80 dollari almeno per tutto il secondo trimestre del 2026. Il think tank tuttavia non esclude uno scenario in cui i prezzi possano raggiungere i 140 dollari al barile per almeno due mesi, provocando gravi danni alla catena degli approvvigionamenti energetici, un rallentamento della crescita Usa (ma non una recessione) e a un doppio aumento dei tassi di interesse sul dollaro da 25 punti base l’uno in risposta al rischio di una forte ripresa dell’inflazione.
Pesano poi le incognite circa gli approvvigionamenti di gas naturale. Il settimanale britannico The Economist ricorda che circa il 13% della produzione globale di Lng proviene dal Qatar, che pochi giorni fa ha sospeso la produzione. Questo rende i Paesi europei ancora più dipendenti dalle importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti, peraltro già cresciute dai 21 miliardi di metri cubi nel 2021 a un valore stimato in 81 miliardi di metri cubi nel 2025.
Di fronte a questa nuova strozzatura dell’offerta i prezzi del gas naturale non potranno che crescere ancora, andando così ad alimentare ulteriormente i sovraprofitti dei produttori Usa.