Corriere della Sera, 16 marzo 2026
La flotta immobile
La Gran Bretagna vorrebbe ma non può, la Francia potrebbe ma non vuole: è divergente la risposta delle due potenze militari europe all’appello di Donald Trump per mandare navi da guerra a garantire il passaggio delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, di fatto bloccato dagli iraniani.
«Tutte le opzioni» vengono prese in considerazione, ha detto ieri mattina alla Bbc il ministro britannico per l’Energia, Ed Miliband, «per aiutare a riaprire lo Stretto, in concerto con i nostri alleati». Miliband ha specificato che ci sono «modi diversi» con cui la Gran Bretagna può contribuire, «inclusi i droni caccia-mine». E ieri sera lo stesso primo ministro Keir Starmer ha discusso in una telefonata con Trump «l’importanza di riaprire lo Stretto di Hormuz».
Ma in realtà il ventaglio di scelte a disposizione di Londra è assai limitato, a causa dello stato pietoso in cui versa ormai la sua Marina. I vertici militari britannici stanno considerando di mandare nel Golfo i sistemi di intercettazione di droni, noti come Octopus, che vengono prodotti in quantità industriale nel Regno Unito e forniti all’Ucraina per difendersi dagli attacchi russi. Questi intercettori potrebbero essere dirottati verso il Medio Oriente e affiancati dai droni marittimi cacciamine, che già sono presenti nell’area del conflitto.
Quanto all’invio di unità navali, la situazione è molto più complicata. Al momento dell’attacco israelo-americano all’Iran, a Londra si sono resi conto di non avere nessun vascello dispiegato fra Mediterraneo, Medio Oriente e Oceano Indiano. Dopo l’attacco alla base di Akrotiri a Cipro, i britannici hanno deciso l’invio di un cacciatorpediniere, che però ci metterà due settimane ad arrivare: in teoria potrebbe essere dirottato verso il Golfo, ma potrebbe giungere a destinazione a guerra già finita. La scorsa settimana però un sottomarino nucleare d’attacco britannico, equipaggiato con missili da crociera, ha lasciato l’Australia: il ministero della Difesa non ha tuttavia voluto confermare che potrebbe essere diretto verso Hormuz.
La missione della Francia resta «difensiva» e «protettiva», ripete French Response, l’account speciale del Quai d’Orsay che su X si concede rapidità e disinvolture distinte dalla tradizionale diplomazia francese. È la conferma che la richiesta di Trump viene lasciata cadere, perché forzare il blocco navale iraniano nello Stretto di Hormuz significherebbe passare a una fase offensiva, e a un coinvolgimento nei combattimenti che non è mai stato nei piani. Il silenzio ufficiale dell’Eliseo è eloquente anche perché a bordo della Charles De Gaulle, il 9 marzo scorso, Macron era stato chiaro: riaprire Hormuz e scortare le navi è uno degli obiettivi «ma quando le circostanze lo permetteranno», «in modo del tutto pacifico», «in un quadro chiaro con tutte le parti coinvolte». Quindi non adesso.
La Francia ha mandato nel Mediterraneo orientale la portaerei Charles de Gaulle con i caccia Rafale e gli aerei Hawkeye, otto fregate e due portaelicotteri anfibi. È un dispiegamento senza precedenti, realizzato a tempo di record spostando la portaerei dal mar Baltico al largo di Cipro, e deciso da Macron appena il conflitto si è allargato dall’Iran ai Paesi del Golfo alleati della Francia, in una regione dove si trovavano 400 mila francesi (molti sono stati nel frattempo rimpatriati).
Uno degli obiettivi è essere pronti a ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, certo, come la missione europea Aspide (con la partecipazione dell’Italia) fa già nel Mar Rosso. Ma la Francia non vuole essere trascinata nella guerra. Piuttosto, Parigi punta alla de-escalation con Teheran: Macron parla con il presidente Massoud Pezechkian e il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot si è sentito ancora sabato con l’omologo Abbas Aragchi.