Corriere della Sera, 16 marzo 2026
Navi e petrolio, Trump avverte la Nato
Ci prova anche Al Sisi. Questa non è Gaza, l’Iran non è Hamas e Trump non è Netanyahu. Ma al sedicesimo giorno di bombe, rieccolo: il Faraone egiziano, che a Sharm el-Sheikh aveva ospitato la piccola pace della Striscia, chiama l’emiro del Qatar, il re di Giordania, lo sceicco d’Abu Dhabi, manda un ministro per capitali mediorientali, chiede appuntamenti a israeliani, americani e iraniani. «Fateli parlare», incita un editorialista cairota di Al Ahram. È una parola: a Trump, per il quale la guerra è alla fine e Teheran vorrebbe già «raggiungere un accordo», il ministro degli Esteri iraniano risponde secco che «non vediamo alcun motivo per cui dovremmo parlare con gli americani». Lo stavamo già facendo sul programma nucleare il giorno dell’attacco, aggiunge Abbas Araghchi, ma non c’è mai «alcuna esperienza positiva nei colloqui con loro». Nemmeno io sono «ancora pronto a fare un accordo – rilancia sempre Trump – i termini non sono ancora abbastanza buoni». Muro totale? L’uomo degli ayatollah non si sente sconfitto, la resistenza iraniana è stata sottovalutata e gli Usa sono in difficoltà, ma si dice pronto a valutare qualsiasi proposta che preveda «la fine completa» della guerra. «Le mediazioni possono aiutare», specie sulla questione di Hormuz: l’Iran è «aperto a chi vuole parlare con noi del passaggio sicuro delle proprie navi» attraverso lo Stretto, e infatti sono «diverse» le nazioni che stanno negoziando. Si sa d’una telefonata d’Emmanuel Macron al presidente iraniano Masoud Pezeshkian. E poi degli emiri del Golfo, i più spaventati: la più grande fonderia d’alluminio al mondo, Alba, sede in Bahrein, annuncia d’avere spento un quinto dei suoi altoforni.
La guerra costa e la pace si paga. Il conto di queste 400 ore d’attacchi all’Iran è già di 12 miliardi di dollari, dice Kevin Hassett, economista capo della Casa Bianca, e secondo gl’israeliani s’andrà avanti almeno fino a Pasqua. Il prezzo da affrontare è su quelle mille navi ancorate davanti allo Stretto di Hormuz. Il costo politico è nella richiesta americana a Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Gran Bretagna di «cooperare» allo sblocco con missioni militari. Una linea trumpiana coerente – se volete la pace e il petrolio, dovete guadagnarveli – con quanto già visto in Ucraina e a Gaza: chi rompe non paga e i cocci son di tutti. Il presidente, scrive il Wall Street Journal, annuncerà presto questa coalizione navale, ma non è chiaro con chi: ieri, c’è stata una telefonata col premier inglese Keith Starmer. E sempre Trump, questa volta via Financial Times, avverte la Nato minacciando un futuro «molto negativo» se gli alleati degli Usa non contribuiranno a garantire l’apertura dello Stretto. Servirebbero almeno due navi per ogni petroliera. Ma non è detto che basti una scorta sulle acque, pur imponente, a fermare la «flotta zanzara» degl’iraniani: l’opzione Boots on the Ground, per controllare anche le coste, appare a molti analisti probabile. Le risposte dal resto del mondo sono gelide: Pechino si limita a garantire «un ruolo costruttivo», Seul a dire «valuteremo». Si sfila anche la Germania: «Non diventeremo parte attiva del conflitto», dice Johann Wadephul, ministro degli Esteri. Oggi l’Ue discute l’estensione a Hormuz della missione Aspides, varata due anni fa per proteggere la navigazione. Occorre un nuovo mandato, e un limite se lo dà anche l’Italia: «Non credo sia il caso d’infilarsi in una guerra», ripete Antonio Tajani, «quindi mi pare complicato partecipare a una missione militare», lo scudo d’Aspides e d’Atalanta (contro la pirateria somala, attiva dal 2008) «credo sia sufficiente». Questo, al momento. Perché la strategia iraniana costringe a rivedere le difese: i droni colpiscono gli Emirati, accusati d’avere prestato i porti per gli attacchi Usa sull’isoletta di Kharg; ieri, sotto il fuoco Hezbollah sono finiti i caschi blu Unifil (in gran parte italiani) che presidiano il sud del Libano. C’è pure il costo umano, non risarcibile, che finisce sempre nelle ultime righe: oltre 1.200 iraniani morti, 850 libanesi, 88 nel Golfo, 18 israeliani, 15 americani. Chi non muore, scappa.