Corriere della Sera, 16 marzo 2026
Iran, base italiana in Kuwait colpita da un drone
Container e baracche prefabbricate divisi in settori per i vari contingenti internazionali da alti muri di cemento a pannelli mobili; di tanto in tanto una sala mensa, aree deposito materiali, pallet carichi pronti per essere presi dai muletti e sistemati nelle stive degli aerei da carico: questa è Ali Al Salem, la gigantesca base militare in Kuwait dove ieri un drone kamikaze ha colpito il settore italiano. Pare sia stato sparato da milizie filoiraniane operanti nella regione, che sono riuscite a penetrare lo scudo delle difese contraeree e a colpire un hangar dove l’esplosione ha distrutto un drone dell’Aeronautica militare italiana, modello MQ-9 Reaper (Predator-B).
Il capo di stato maggiore della Difesa a Roma, generale Luciano Portolano, ha subito specificato che non ci sono vittime, elogiando la tempestività con cui i soldati hanno adottato le misure di protezione. Il generale ha però ammesso che è una «perdita significativa», perché si tratta di un drone sofisticato che vale oltre 30 milioni di euro, fondamentale per le attività di intelligence e sorveglianza. Le sue parole lasciano capire che adesso la missione italiana risulta penalizzata. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha parlato di «attacco grave e inaccettabile». A suo dire è stata giusta la scelta di «alleggerire» i contingenti sia in Kuwait che in Iraq. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha spiegato che «la Difesa italiana svolge in quel’area un’importante attività di collaborazione con il Kuwait e, più in generale, con i Paesi del Golfo amici dell’Italia» e ha specificato che la perdita del drone «non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari».
Negli ultimi giorni il contingente in Kuwait è stato ridotto da circa 320 soldati a un’ottantina. Gli altri sono stati spostati in Arabia Saudita. Lo stesso è avvenuto nella missione irachena, dove si è passati in pochi giorni da oltre 500 effettivi a poche decine, anche a causa del blocco delle attività di addestramento per i soldati curdi e iracheni. Giovedì scorso un drone, quasi sicuramente lanciato dalla milizie sciite irachene agli ordini di Teheran, aveva colpito la base italiana di Erbil e due giorni fa un secondo drone ha centrato l’ambasciata Usa di Bagdad situata a poche centinaia di metri da quella italiana, che a sua volta era stata sfiorata da un razzo il 7 marzo.
È questa la seconda volta che l’Italia si vede distruggere un drone costoso in zone di guerra. Nel 2019 le truppe del generale libico basato a Bengasi, Khalifa Haftar, avevano abbattuto un Predator italiano che allora si stimava valesse circa 10 milioni di dollari e svolgeva missioni di monitoraggio.
La vicenda della missione italiana nel Kuwait si dipana in oltre 30 anni di storia del Medio Oriente. Proprio ad Ali Al Salem si posizionarono i caccia Tornado che nel 1990-’91 avevano partecipato al contingente internazionale guidato dagli americani per liberare il Kuwait invaso dall’esercito di Saddam Hussein. Dopo la cacciata degli iracheni, gli italiani contribuirono al lavoro di sminamento e di addestramento del ricostituito esercito del Kuwait. Gli americani decisero quindi di farne un grande hub logistico per il transito militare dal Medio Oriente verso le basi nel Golfo e verso il Pacifico. E Ali Al Salem assurse al ruolo di scalo tecnico obbligatorio dopo l’11 settembre 2001 per larga parte del traffico militare verso l’Iraq e l’Afghanistan. La mancanza di accesso al mare del Paese dei Talebani obbligò i contingenti Isaf-Nato, che sostennero gli americani (oltre 50), a ricorrere alle sue piste e ai suoi depositi. I materiali più pesanti arrivavano via mare al porto di Shuaiba e poi venivano caricati sui C-130 e C-27 diretti agli aeroporti di Herat e Kabul. E funzionò anche al momento del ritiro dall’Afghanistan nel 2021, quando tutto il personale italiano di stanza a Herat e Kabul passò dal Kuwait per tornare a casa.