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 2026  marzo 16 Lunedì calendario

Il pantano e le crepe

All’inizio della terza settimana di guerra, non passa giorno senza che Donald Trump si trattenga dall’annunciare, in termini sempre più roboanti, che il nemico iraniano è sul punto di cedere. Condendo queste profezie con profferte alla Russia, minacce all’Ucraina, bizzarri inviti a questo e a quello perché si uniscano alla sua impresa. Il Wall Street Journal, tra i giornali statunitensi forse il meno ostile alla Casa Bianca, offre quotidianamente ai propri lettori segnali di crescente perplessità. Riserve spuntano qua e là, ancorché disordinatamente, da quello che fu il mondo Maga.
Ma le persone che Trump ha collocato nei punti nevralgici del ponte di comando non contribuiscono certo ad arricchire la discussione. Eccezion fatta per il capo dello stato maggiore congiunto Dan Caine che per un attimo (ma solo per una frazione di secondo) ha messo tutti sull’avviso sui rischi che gli Usa stanno correndo e facendo correre all’economia mondiale nello stretto di Hormuz. Registriamo la presa di posizione di Caine solo per dovere di completezza.
E per mettere in risalto quanto sia povero il dibattito, se così lo si può chiamare, fra gli alti partecipanti al vertice degli Stati Uniti.
Per l’ennesima volta nella fase iniziale di una presidenza Usa si scivola in un acquitrino. Ci aiuta a capire quel che sta accadendo la Quagmire theory formulata da Arthur Schlesinger a metà Anni Sessanta del secolo scorso per spiegare come possa accadere che, con maggiore o minore consapevolezza, la più grande potenza militare del mondo si ritrovi, appunto, in un pantano. Il primo anno di presidenza sembra studiato apposta per provocare uno stato generale di unanime, pericolosa euforia che indurrà a commettere errori. Il capo dello Stato e coloro che sono stati da lui scelti per i posti di massima responsabilità si persuadono di possedere il tocco magico o comunque che lo abbia il capo. E di poter risolvere ogni problema prospettato da eventuali persone dubbiose tenute nel conto di piantagrane. Nessuno poi vuol porre argini al proprio futuro mettendo in dubbio le doti taumaturgiche del presidente.
Ai tempi questa maledizione toccò a Lyndon B. Johnson che nel 1965 entrò alla Casa Bianca dove peraltro già risiedeva, come vice prima e successore poi di John F. Kennedy ucciso a Dallas a fine novembre ’63. Nei primi mesi del ’65 il clima nella Sala ovale era di esaltazione, tutti facevano a gara nell’assecondare il neopresidente in ogni sua decisione. Anzi, se – proprio come per la guerra del Vietnam – Johnson dava segni di cautela, i suoi collaboratori, a cominciare dal segretario alla Difesa Robert McNamara, lo esortavano a essere più risoluto. Salvo poi chiamarsi fuori, primo tra tutti proprio McNamara, allorché nel ’68 l’avventura di Saigon si rivelò un disastro.
Le carte segrete di quell’operazione militare (i Pentagon Papers pubblicati nel 1971 da New York Times e Washington Post ) rivelarono che la maggior parte di coloro che erano chiamati a prendere le decisioni in merito alle operazioni nel Sud-Est asiatico avevano gli elementi per capire di essere finiti nella palude già dai tempi dell’amministrazione precedente. A cominciare dal sempiterno McNamara che, sempre come segretario alla Difesa, aveva servito Kennedy fin dal 1961. Ma ebbero paura, tutti, di mostrarsi disfattisti. Così, per non guastare il clima festoso e incline all’ottimismo di cui si è detto, minimizzarono, sorvolarono e mentirono. Se qualcuno provava a prospettare i rischi dell’operazione, veniva messo a tacere.
Nel nostro caso però la Quagmire theory è utile solo in parte per comprendere quel che sta accadendo alla Casa Bianca. Anche perché siamo oltre il primo anno di presidenza e nel circondario di Trump non c’è neanche la pallida ombra di un McNamara. Tanto meno di qualcuno intenzionato a valutare, al cospetto degli astanti, l’eventualità di un insuccesso. E probabilmente neanche in privato. Qualche segnale di resistenza all’ineluttabile viene dal complesso dei Paesi che fino a ieri definivamo occidentali. Ma, come ha acutamente osservato su queste colonne Maurizio Ferrera, la tentazione di dire che le medie potenze hanno fallito il primo serio test di reazione al nuovo disordine è forte. Anzi, fortissima. Va tuttavia messo in evidenza che quasi tutti i Paesi dell’Europa allargata non hanno fin qui seguito Trump sui cedimenti alla Russia e questo conta. Conta moltissimo. Le stesse crepe che si intravedono in Paesi come l’Italia, resi più vulnerabili a causa delle evidenti, fortissime pressioni di Mosca, sono ad oggi marginali.
Quanto a Teheran, può darsi che domattina venga giù tutto. E allora staremo a vedere chi prenderà il potere. Ma allo stato attuale niente ci autorizza a confidare in un crollo imminente del regime. E soprattutto non riusciamo neanche a immaginare chi se non uno dell’attuale establishment possa prendere le redini dell’Iran. Al momento la cosa più probabile è che Trump all’improvviso sorprenda il mondo intero annunciando di aver «vinto» (con ciò dichiarando la fine della guerra). E che tutto torni ad essere come era prima del 28 febbraio. Così, giusto per tirarsi fuori dal pantano.