Avvenire, 14 marzo 2026
Myanmar, scoperta fossa comune
Un altro massacro di civili ha mostrato nel tormentato Myanmar in preda alla guerra civile la volontà del regime militare di non cedere alla resistenza interna e alle pressioni internazionali a oltre cinque anni dal golpe e dopo avere provocato l’uccisione di 93mila birmani stimati dall’organizzazione indipendente Armed Conflict Location & Event Data Project.
Il 5 marzo, durante una operazione per cercare di recuperare territorio perduto attorno alla grande città di Bago (Pegu), reparti dell’esercito hanno attaccato il villaggio di Yei Twin Gone, in precedenza bombardato dall’aviazione. Una quarantina di abitanti sarebbero stati uccisi e sepolti in fosse comuni mentre altre centinaia sarebbero stati presi in ostaggio e costretti a giacere faccia a terra per ore sotto la minaccia di uccisione. Alcuni di loro sono stati impiegati per le fosse comuni dove sono stati sepolti, con gli altri, una ventina fra donne e bambini.
La controffensiva due giorni dopo delle Forze popolari di autodifesa e dell’Esercito di liberazione nazionale karen, ha confermato quanto già individuato con mezzi aerei dal governo di unità nazionale (attivo in clandestinità) che ha per primo diffuso la notizia del massacro. Durante l’attacco sarebbero stati uccisi una decina di soldati e feriti una ventina ma la liberazione del villaggio è costata la vita anche a 11 uomini delle forze anti-regime.
Diverse organizzazioni di sostegno alla resistenza, sia all’interno, sia all’estero, hanno definito «crimine contro l’umanità» l’azione militare e giovedì hanno lanciato un appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale perché agiscano contro la giunta a forniscano sostegno d’emergenza alle comunità colpite dalla repressione.
Quanto successo nell’area di Bago sottolinea la brutalità della campagna militare, ma anche il ruolo crescente a difesa della popolazione civile della resistenza che comprende milizie etniche, Forze di auto-difesa e reparti del governo in clandestinità formato da esponenti della politica democratica sfuggiti all’arresto dopo il golpe del primo febbraio 2021.
Vittorioso perché senza avversari nelle elezioni tenutesi in tre tornate fra dicembre e gennaio scorsi nelle aree sotto il suo controllo, il regime si appresta nelle prossime settimane a varare un Parlamento e un governo formati da militari, ex militari e loro associati al potere o negli affari. Per evitare “fughe in avanti” contrarie a quello che le forze armate vogliono imporre al Paese, prima del passaggio dei poteri, sarò formato un direttorio di cinque membri che avrà poteri superiori.
Insensibile davanti allo scetticismo del mondo per questa road map che va sviluppandosi nel conflitto e nella coercizione, il generale Min Aung Hlaing, a capo della giunta e con ogni probabilità prossimo presidente del Myanmar, punta a consolidare le aree sotto il controllo delle forze armate e nel contempo a recuperare con azioni brutali e indiscriminate quel rispetto inculcato con il terrore che è venuto meno sul campo. Solo questo spiega anche iniziative altrimenti ingiustificabili. Come il bombardamento aereo, l’8 marzo, su un centro di prigionia di una delle più agguerrite milizie etniche, l’Arakan Army, nello stato occidentale di Rakhine. Vittime si sarebbero registrate anche tra il centinaio di prigionieri di guerra che vi erano rinchiusi.