Avvenire, 14 marzo 2026
Quei passaporti “deboli” che impediscono i viaggi
Con un passaporto italiano in tasca si aprono le porte di centottantacinque Paesi senza che si debba chiedere un visto d’ingresso preventivo. Con uno di Singapore, le destinazioni visa-free sono anche di più, in totale centonovantadue. Se invece si è nati a Herat o a Kabul e si dispone solo del passaporto afghano, allora le mete si riducono drasticamente. Si può entrare senza chiedere il permesso – sempre che si riesca ad arrivarci – in soli ventiquattro Paesi (tra cui Bangladesh, Haiti e qualche piccolo Stato-isola sperduto nell’Oceano). Sono passati vent’anni esatti dalla prima edizione dell’Henley Passport Index che classifica i passaporti del mondo per numero di destinazioni a cui i titolari possono accedere visafree. Li mette in fila tutti, dal più “influente e potente” a quello meno utile per oltrepassare confini, elaborando i dati dell’International Air Transport Association (Iata), con aggiornamenti su base mensile. Ora, l’edizione appena pubblicata conferma il gap nella mobilità globale esistente tra nazionalità diverse e rileva la notevole crescita di questo divario negli ultimi due decenni. Osservando l’Indice, in vetta alla classifica troviamo il passaporto di Singapore, mentre, all’estremo opposto, in ultima posizione, c’è quello dell’Afghanistan. Con il primo si può accedere a centosessantotto Paesi in più rispetto a quello afghano. Nel 2006, la differenza si fermava a centodiciotto destinazioni (allora in cima alla graduatoria c’erano gli Stati Uniti, oggi al decimo posto, appena rientrati nella Top 10 da cui alla fine del 2025 erano usciti temporaneamente e per la prima volta). Sul fondo dell’Henley Passport Index, tra le ultime venti posizioni compaiono anche, nell’ordine, i passaporti di Siria, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Bangladesh, Eritrea, Iran, Sudan, Etiopia, Nigeria. Cioè di Paesi che sono sempre in cima alle statistiche (compilate da Frontex e Unhcr) delle nazioni di origine di chi attraversa in maniera irregolare mari e frontiere esterne dell’Unione europea. Una sorta di graduatoria capovolta, dunque, per chi in tasca ha un documento che non vale quasi nulla, e che cerca un altro modo per spostarsi e iniziare una vita migliore altrove. Giappone e Corea del Sud si trovano al secondo posto dell’Henley Passport Index a pari merito in questo avvio di 2026. Danimarca, Lussemburgo, Spagna, Svezia e Svizzera seguono al terzo posto davanti a un gruppo di altri dieci Paesi europei, tra cui l’Italia, tutti insieme al quarto posto. A scalare il maggior numero di posizioni in questi due decenni sono stati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno aggiunto centoquarantanove destinazioni senza visto, salendo di ben cinquantasette gradini dal 2006, fino al quinto posto di oggi. «Negli ultimi vent’anni, la mobilità globale è aumentata in modo significativo, ma i benefici sono stati distribuiti in modo non uniforme», ha dichiarato Christian H. Kaelin, creatore dell’indice, mettendo in risalto «una realtà in cui i vantaggi della mobilità sono sempre più concentrati tra le nazioni più potenti economicamente e politicamente stabili del mondo». Intanto, l’International Air Transport Association (Iata) ad inizio dicembre ha pubblicato le ultime prospettive sull’andamento del settore aereo globale. Si prevede che il numero di passeggeri raggiungerà i 5,2 miliardi nel 2026, in aumento del 4,4% rispetto al 2025. «Sebbene sempre più persone abbiano la libertà economica di viaggiare – ha commentato il direttore generale dell’Iata Willie Walsh – molte nazionalità si stanno rendendo conto che il solo passaporto non è più sufficiente per attraversare i confini». Anche fra coloro che obbligatoriamente devono richiedere un visto, le disuguaglianze sono in crescita, come riferisce una ricerca commissionata per l’Henley Global Mobility Report 2026 e redatta dal professor Mehari Taddele Maru dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e della Johns Hopkins University SAIS di Bologna a proposito dei visti Schengen di richiedenti africani. Tra il 2015 e il 2024, le richieste sono salite solo di circa 100.000, ma i tassi di rifiuto sono cresciuti dal 18,6% al 26,6%. «Le recenti modifiche alla politica Schengen introdotte tra il 2024 e il 2025 – tra cui forti incrementi delle tariffe, quadri sanzionatori punitivi, sorveglianza digitale estesa e tempi di elaborazione prolungati – sono destinate a far aumentare ulteriormente i tassi di diniego» spiega l’autore. «Queste riforme non si limitano a regolamentare gli spostamenti, consolidano una gerarchia della mobilità globale che privilegia le nazioni ricche e svantaggia sistematicamente i viaggiatori africani, configurando una forma di discriminazione razziale condizionata che mina gli impegni dichiarati dall’Ue in materia di equità, partenariato e prosperità condivisa». E aggiunge: «Il risultato non è semplicemente un aumento delle barriere all’ingresso, ma un quadro politico che normalizza l’accesso iniquo ai viaggi».