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 2026  marzo 15 Domenica calendario

Intervista a Edith Bruck

Edith, Bruck, come ha conosciuto suo marito Nelo Risi?
«Alla conferenza stampa di un gruppo di intellettuali italiani reduci da una missione nella Cina di Mao. Fra questi, c’era Nelo. Parlavano a Palazzo Marignoli. Ugo Casiraghi, il critico cinematografico, a un certo punto mi chiede: chi ti piace di questi compagni? E io: lui. È il migliore di noi – fa Casiraghi – ma per carità, è un uomo difficile, un uomo complicato. Scegli un altro».

Ma lei non ha cambiato idea.
«Esatto. Mi piacevano i suoi occhi da scimmia erudita. La faccia bellissima, almeno per me. Dopodiché, per puro caso, siamo andati tutti a cena. E a tavola mi sono trovata di fronte a Nelo. Che coincidenza, ho pensato. Abbiamo cominciato a parlare e lui voleva convincermi in tutti i modi a mangiare del prosciutto. Il favoloso prosciutto rosa con cui alcuni pazienti poveri dell’hinterland di Milano avevano pagato le prestazioni professionali di suo padre, che era medico della Scala ma faceva assistenza per i meno abbienti».
E lei?
«Non mangio prosciutto, gli ho spiegato. Era sorpreso: ma come non mangi prosciutto? Alla fine gliel’ho confessato: sono ebrea».
E lui?
«Si è piegato a metà, è come crollato. Aveva capito immediatamente che ero una sopravvissuta. Gli ho raccontato un po’ di me e abbiamo incominciato a frequentarci. La mia lotta per conquistarlo è durata un anno e mezzo. Un giorno mi voleva, il giorno dopo no. Alla fine, dopo tanto andirivieni, e la mia sofferenza infinita, mi ha detto: hai vinto, vieni a vivere da me, tu oggi sei mia moglie ma sappi che non mi interessano i matrimoni sulla carta. Io abitavo in una stanza ammobiliata a via del Babbuino, e lavoravo come direttrice da un parrucchiere molto famoso, Filippo, all’inizio di via Condotti. E lui stava in uno studio a via Gregoriana, sopra la scalinata. C’erano solo libri, neanche un divano. Libri e dischi, tanta musica».
Si è confermato un uomo difficile?
«All’inizio è successa una cosa crudele. La sua ex moglie australiana, una pittrice, chiamò proprio il giorno in cui mi ero trasferita da lui. Gli chiese di raggiungerla a prendere un caffè, e pare che gli abbia detto: lo so che stai con una giovane bella bionda ungherese. E, insomma, Nelo se ne uscì con questa frase terribile: se non torno entro mezz’ora, vai via. Ed è stata un mezz’ora di inferno, sono rimasta lì con la valigia che non avevo ancora disfatto, persa e innamorata. Ma è tornato in tempo. E mi ha rassicurato: non devi essere gelosa di questa donna dai capelli bianchi, per me non significa più niente».
E alla fine vi siete sposati anche sulla carta.
«Sì, nel ’66. Ma non è stata una mia decisione. A lui non andava che dovessi chiedere continuamente il permesso di soggiorno in questura. Ci ha sposati Francesco Fausto Nitti, il fondatore di Giustizia e Libertà, con rito civile naturalmente. C’era Fausto Carpi, lo scrittore e regista, come testimone. E Dino Risi. Nelo mi ha regalato un libro di Brecht, e quello stesso pomeriggio siamo andati entrambi a lavorare. La nostra storia è durata tutta la vita».
Non ci sono più stati scossoni?
«C’è stato un periodo di infedeltà. Da parte sua, non mia. E ho sofferto molto, devo dire che ho pensato di non sopravvivere. Non riuscivo neanche a mangiare, dovevano imboccarmi. Aveva una storia con una mia amica, queste care amiche pericolose. Però l’ho aspettato. La cosa incredibile è che quando è tornato a casa, io non ho detto nulla. Lui è rientrato con la valigetta, io ho messo a posto tutte le sue cose nell’armadio e non se n’è mai parlato. Quasi mai. Quando lui si è malato di Alzheimer, per la prima volta ho nominato questa donna: ti ricordi di Ornella? Ma non reagiva. Niente. Per 11 anni l’ho curato come fosse il mio bambino. E devo dire che è stato un periodo felice. Non mi sono mai sentita così indispensabile per qualcuno».

Che rapporto ha con il perdono?
«Come ha detto Papa Francesco, io sono il perdono stesso. Non ho mai portato rancore, mai litigato, non ho mai cercato vendetta. Non ho odiato nemmeno l’uomo più crudele in cui mi sono imbattuta nei campi di concentramento. Per questo sono la persona più libera che si possa immaginare. Non ho dentro questo veleno, perché l’odio avvelena te stessa per prima. Però conosco la pietà. Le racconto un episodio. C’erano quattro ragazzi della Gioventù hitleriana, a Dachau se ricordo bene, perché sono stata in sei campi diversi. Noi eravamo state mandate in una baracca per farci la doccia, eravamo nude, e questi quattro giovani hitleriani ci sputavano nelle parti intime. Io mi sono voltata verso di loro e ho detto: Dio, hanno solo 13-14 anni, che pena mi fanno. Ed è questo che ho sempre provato verso le persone più mostruose: pena, non odio».
Perché ha scelto di vivere in Italia?
«Non ho mai scelto niente nella mia vita, tranne mio marito. Dopo la guerra emigravo da una parte all’altra, alla ricerca di un nido. Alla fine sono arrivata a Napoli. Sarei dovuta partire per l’Argentina, avevo una sorella e le ho chiesto i soldi per il viaggio: mi servivano 150 dollari. E lei si è rifiutata di spedirmeli. Te li devi guadagnare, è stata la sua risposta. Ma c’è sempre un rovescio nel bene e nel male. A Napoli, per la prima volta, mi sono sentita accolta. Sorrisi e occhi mi dicevano: rimani qui. Ho vissuto per poco tempo in una piccola pensione e mi sono trasferita a Roma. Dove, oltre a lavorare da direttrice nel salone da parrucchiere, ho ripreso a scrivere».
Quando aveva cominciato?
«In Ungheria, al rientro dai campi di concentramento. Nessuno voleva ascoltare la nostra storia. Le sorelle che non erano state deportate, mi dicevano: Edith, non portare Auschwitz a casa nostra. E io soffocavo, non ce la facevo. Ero gonfia di parole che non potevo più tenere dentro. Ho cominciato a scrivere in ungherese ma in Ungheria non c’era futuro per i miei libri. Sono andata in Cecoslovacchia e sui muri c’era scritto: “Ebrei in Palestina”. E allora mi sono decisa ad andare in Israele, attraverso un campo di transito in Germania. Lì, fuori dal recinto, era pieno di donne tedesche ridotte in povertà, con le pentole vuote, che ci chiedevano da mangiare. Io e mia sorella andavamo a dividere il cibo con loro, le uniche. Avevo solo 14 anni, ma volevo dimostrare come si comporta un essere umano».
Nemmeno in Israele volevano sentir parlare di Auschwitz?
«Assolutamente no. Quando siamo arrivate, nel ’48, i campi erano un tabù. Un ragazzo mi disse queste parole: hanno fatto bene a deportarvi, potevate difendervi. Era il nuovo ebreo, con il fucile in spalla. Era un guerrigliero. Noi eravamo i vecchi ebrei, non ci amavano perché avevamo abbassato la testa».
E questo atteggiamento ha influenzato il suo rapporto con Israele?
«Venivo da una famiglia molto povera. La mamma tentava di addormentarmi senza cena con la favola della terra promessa: un giorno ci andremo e saremo amati da tutti, la sua ninna nanna. Ma io non ho trovato questo Paese di latte e miele. Appena arrivata ad Haifa, sulla nave è salito un uomo. E la prima cosa che ci ha detto, è stata: che valori avete portato? Lì mi è crollato il mondo addosso. Mia madre mi aveva raccontato un sacco di bugie».
Era giovanissima. Perché non è riuscita a diventare una nuova ebrea, per usare la sua stessa definizione?
«A 18 anni, invece di partire per il servizio militare, mi sono sposata. Mi piaceva questo ragazzo. Dopodiché il matrimonio è durato poco, era un violento. Me lo sono chiesto, qualche volta, se non fossi io a cercare la violenza, come un tic. Fatto sta che una volta divorziata, si è riproposta la questione della leva obbligatoria. Mia sorella cercava di convincermi: vai, almeno lì impari la lingua, impari un mestiere. Ma non avrei mai indossato un’uniforme. Ho organizzato un matrimonio fittizio con questo Bruck, un marinaio che in cambio del favore avrebbe percepito il sussidio familiare dall’esercito. Mi sono sposata la domenica e il martedì sono partita da Israele. Non avevo previsto che quel sussidio di 35-40 dollari potesse diventare un problema. Lui non voleva divorziare e alla fine mio fratello ha dovuto perseguitarlo per un paio di anni, finché non ha acconsentito. Il rabbino Toaff, a Roma, finalmente ci ha diviso».
Però continua a chiamarsi Bruck.
«Il mio cognome di origine è Steinschreiber. E Nelo mi disse: con questo cognome non venderai mai un libro in Italia. Aveva ragione: deformano persino Bruck. Sta di fatto che Steinschreiber significa scrittore di pietra. I miei avi incidevano le lapidi nei cimiteri ebraici».

Lei è cresciuta in mezzo alla morte violenta quando era ragazza. La prima volta che ha incrociato la morte naturale che sensazione ha provato?
«È successo con mia suocera. E devo dire che è la cosa più bella che abbia mai vissuto. La morte violenta è terribile. Ma vedevo questa donna in bianco esalare l’ultimo respiro e quando è successo il mondo è sembrato fermarsi. Non c’era più nessuno in vita, un silenzio assoluto».
Papa Francesco le ha fatto visita. Qual è il suo rapporto con Dio?
«Ho detto a Francesco che ho sempre dubitato. Avevo una madre molto religiosa: pregava ogni giorno e io le dicevo: parla con noi, mamma, anziché parlare con Dio. Ma lei, imperterrita, a Dio chiedeva tutto: le scarpe per i suoi figli e gli stivali per papà».
E Bergoglio cosa le ha risposto?
«Mi ha detto soltanto: Dio è una ricerca continua. Nient’altro».
Lei continua a cercarlo?
«Non lo cerco, no. Non ho mai fatto male a una mosca, non devo temere nulla. E poi non credo nell’Aldilà. Non verremo giudicati, come diceva mia madre».
Qual è la persona più intelligente che ha incontrato?
«Mio marito. Anche se ho conosciuto diversi intellettuali. Montale mangiava spesso da noi. Era già senatore e io lo accompagnavo in albergo. Era molto carino, mi dava consigli: non preoccuparti delle poesie, con le poesie non si vive, se non avessi una rubrica sul Corriere della Sera non potrei campare. Ma già lo sapevo. Queste cose le sentivo ripetere da mio marito, persino mia madre mi diceva che avrei fatto la fame».
E Calvino?
«Con lui mi sono un po’ scontrata. Si trovava a casa mia e stava guardando qualche libro. A un certo punto mi dice: ma voi dovete andare in America, perché il vostro pubblico è in America. E io: voi in che senso? Voi ebrei fa lui. Ero sbalordita: io sono io, ogni ebreo è diverso dall’altro. Per tutta la mia vita, ho sentito: voi ebrei. Ancora oggi. È questo l’antisemitismo: darci del voi».
Si esaurirà la memoria dell’Olocausto?
«Lo sostiene Liliana Segre, ma non sono d’accordo. Faccio testimonianza da 60 anni. Sono andata almeno in 100 scuole in Italia. Ho ricevuto 300 lettere dai ragazzi, che sono diventate un libro. E forse ne pubblicherò un altro. Se riesci a cambiare due, tre, quattro persone nel corso di una vita, ne è valsa la pena. Tutto quello che fai è utile, solo quello che non fai è inutile».
Battersi per la formula due Stati e due popoli, come lei ha fatto, sinora si è dimostrato inutile.
«Mi hanno attaccato perché ho criticato la politica di Netanyahu, ma nessun governo è immune dalle critiche. In Israele c’è del buono e del cattivo, mi sembra inevitabile. Deve accettarlo se vuole essere considerata una nazione come tutte le altre. Cito Ben Gurion: finché in prigione non ci saranno dei ladri, e nelle strade delle puttane, questo non sarà un Paese».