il Giornale, 15 marzo 2026
Eccentrici, sante, ribelli e "bullizzati" dai critici.
Nessun canone letterario, neppure il più famoso, quello occidentale del sommo Harold Bloom, che ha i suoi fondamenti in Shakespeare e Dante, è immune da riserve e obiezioni. Un canone è sempre integrabile, modificabile e contiene in sé i presupposti per un controcanone. La bellezza tutta umana della letteratura è proprio nella sua energia e contraddittorietà, qualità tipiche dell’anima di noi mortali. Italo Calvino identificò la linea portante della letteratura italiana in quella che va da Ariosto a Galileo e a Leopardi: la stima e la gratitudine che ho per lui non mi hanno mai impedito di ipotizzare, e preferire, una linea alternativa che va da Tasso a Vico e a Foscolo. Esistono innegabilmente tutte e due, coabitano e dicono quanto sia vasto e inesauribile il giacimento d’oro della nostra storia letteraria, oggi così trascurata. Pensando al secolo passato, se si apre l’antologia Lirica del Novecento, di Luciano Anceschi e Sergio Antonielli, uscita nel 1963, i poeti che occupano più pagine e ricevono più attenzioni rappresentano un canone: Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale, centrali, e poi Guido Gozzano, Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Salvatore Quasimodo. Pochi anni dopo, esce l’antologia Poesia italiana del Novecento di Edoardo Sanguineti. Inevitabilmente, tutti i poeti sopra citati vi sono inclusi, anche se Quasimodo viene ampiamente ridimensionato. Ma il disegno è diverso. Parte da una infornata di Futuristi di ogni risma, che ha il merito di riportare in luce Farfa con il suo delizioso Noi, miliardario della fantasia, un mondano funambolo del linguaggio come più tardi sarà il caro Valentino Zeichen, e marcia trionfalmente verso i poeti della Neo Avanguardia di cui Sanguineti stesso è il più lucido teorico: Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Nanni Balestrini. Sanguineti ebbe l’eleganza di non includere se stesso. Ma lui era in tutta l’operazione che firmava con la volontà di stabilire un canone neoavanguardistico che per qualche anno dominò davvero la cultura letteraria italiana. Mentre l’antologia di Anceschi e Antonielli presentava due voci femminili come Sibilla Aleramo e Antonia Pozzi, entrambe e per ragioni diverse forti e autentiche, quella di Sanguineti non ne presenta nessuna. Oggi segnalerei più di una voce femminile, e a Sibilla Aleramo e Antonia Pozzi, che prediligo, aggiungerei almeno Ada Negri con la sua vena sociale e Cristina Campo, con la sua tormentata metafisica. Autori rimasti in secondo piano possono assurgere per un capriccio critico ai vertici del canone: così è successo per opera di Cesare Garboli a Sandro Penna, poeta adorabile e niente più. Camillo Sbarbaro è stato tenuto nell’ombra per molto tempo, e sta ricevendo soltanto ora, con la pubblicazione di un Meridiano Mondadori dedicato a lui, il risalto che merita per modernità, intensità, passione. Dimenticato quasi del tutto è Arturo Onofri. Eppure l’autore di Vincere il drago! e Zolla ritorna cosmo, affronta con un lirismo teso e immaginoso temi simbolici che oggi sono ben più necessari di quanto certa critica voglia far credere. Trascurato è Alfonso Gatto, che ha una voce tutta sua con cui restituisce all’endecasillabo una misura e una musica incantevole. Esistono ancora forti oscillazioni nel canone della poesia del secondo Novecento: non so perché le quotazioni di Giorgio Caproni siano così più alte di quelle di Mario Luzi, per esempio. E vedo stazionarie quelle di Andrea Zanzotto e in ribasso quelle di Giovanni Raboni e Giovanni Giudici. Franco Fortini e Giovanni Testori, così diversi tra loro, meriterebbero di più. Con Cesare Pavese si apre un caso. L’autore di Lavorare stanca è davvero il realista che piacque ai suoi tempi, o è attraversato da oscure e potenti tensioni del mito, che ne farebbero uno dei capostipiti del mitomodernismo?
Il romanzo in Italia ha tradizionalmente avuto meno influenza sui cambiamenti epocali e del linguaggio. Nondimeno un canone molto sicuro si è stabilito per la prosa. E ai vertici signoreggia quasi incontestato Carlo Emilio Gadda con la sua opera dalla potente vena espressionistica. Gadda ha seguaci numerosi e diversi, e penso in primis a Pasolini narratore (il poeta è a sé) e poi ad Alberto Arbasino, per me grande e sottovalutato, e a Giorgio Manganelli, che rimane invece sopravvalutatissimo. Anche nel canone della narrativa si assiste a oscillazioni frequenti. Chi direbbe oggi che Alberto Moravia è stato in vita il signore assoluto della letteratura italiana? Resistono di più Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Per Carlo Cassola e Giorgio Bassani più che di oscillazioni parlerei di tempesta perfetta: incapparono nei crudeli e bullizzanti strali polemici del Gruppo 63, che li fecero a pezzi. Ma a rileggerli senza pregiudizi rimangono per me due scrittori di qualità, il secondo anche nei suoi versi. Sono scese le quotazioni di Paolo Volponi, salite quelle di Beppe Fenoglio, stazionari Goffredo Parise, i cui Sillabari, ho molto amato, Giovanni Comisso, Giuseppe Pontiggia, del tutto ingiustamente dimenticato Carlo Sgorlon. Fa storia a sé Mario Soldati; per me, se non mi fa velo l’amicizia e le ore meravigliose passate insieme, il maggior narratore del secolo scorso: la critica non l’ha mai ammesso, e lui stesso, in momenti di malinconica modestia per lui inusuali, non ci credeva. Ma leggere i suoi racconti è immergersi nel segreto dell’anima e del mondo e lasciarsi prendere da un italiano mobile, docile, arguto, perfetto. Esistono i casi dei grandi eccentrici, come Antonio Delfini, consustanziale alla sua città, alla piccola patria di Modena, figura eccentrica sino alla bizzarria, elegante, surreale, autore anche del libro di versi Poesie della fine del mondo. Guido Morselli dovette suicidarsi perché uscisse e avesse successo un romanzo fuori da ogni canone come Roma senza papa. E Eugenio Corti con Il cavallo rosso ha scritto un libro di culto per lettori che ne hanno determinato decine di ristampe, ma è ignorato dalla critica ufficiale, spesso ideologicamente conformista. Come esiste un caso Pavese, esiste infine un caso Eco. L’autore del Nome della rosa ha avuto attacchi quasi feroci da critici diversissimi tra loro e autorevolissimi, come Alfonso Berardinelli e Pietro Citati, che lo accusano di falsità e di mancanza totale di ispirazione. Personalmente ho letto con grande coinvolgimento romanzi come Il pendolo di Foucault o Il cimitero di Praga, apprezzandone il congegno narrativo nutrito di intelligenza e ironia. Prima di lui, due autori raffinati come Carlo Fruttero e Franco Lucentini con La donna della domenica, e ancor più con A che punto è la notte, avevano aperto la strada a contaminazioni tra narrativa colta e narrativa di genere.
Sarà questa contaminazione che determinerà il canone futuro? Come il lettore ha capito, non mi ha neppure sfiorato l’ipotesi di un canone tra i viventi. Porta male. Chi ci sarà tra cinquanta anni, se ci saranno ancora l’uomo e la letteratura, vedrà.