il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2026
Intervista a Barbara Bouchet
Parola di Enrico Montesano in un’intervista al Fatto: “Barbara non è solo bella, è pure molto simpatica”.
Barbara Bouchet ci aspetta in un bar al centro di Roma. È in anticipo. Sola al tavolino. Il “buongiorno” segna un binario: “Per favore non parliamo dei miei fidanzati, non ne posso più”.
Conclusi i convenevoli, scopriamo che Montesano ha ragione: Barbara Bouchet è un equilibrio raro di sobria austerità e ironia tra le righe; di consapevole leggerezza senza cancellare la necessità di approfondire. Quando parla a volte imita, modula la voce, arriva a strizzarsi il seno per prendere in giro le addicted dalla chirurgia estetica. A 80 anni si piace, si dà della vecchia, ben consapevole di non esserlo, ed è soddisfatta perché – “finalmente”, sottolinea – ha un ruolo da protagonista in Finale: Allegro (regia di Emanuela Piovano – “è stata bravissima” in concorso al Bif&st di Bari): storia di un’anziana pianista alle prese con i ricordi e la malattia della sua migliore amica.
Pure brava attrice…
E sono una plurimmigrata, senza alcun titolo di studio, neanche un’Accademia di recitazione.
Nature, quindi.
Da ragazza non sapevo neanche che sarei diventata attrice.
Ha rubato con gli occhi.
Al mondo, sempre.
È una dote.
Ci ho basato la mia vita, la mia carriera.
Negli anni 70 era doppiata.
Mai con la stessa voce, la cambiavano a seconda dell’accento richiesto: siciliano, romano, milanese. Io ridevo.
Non le dispiaceva.
Non parlavo italiano.
Zero?
Appena arrivata conoscevo l’inglese e sul set la preoccupazione veniva risolta dai registi: ‘Stai tranquilla: invece di pronunciare la battuta, di’ dei numeri a caso. Tanto poi ti doppiamo’. ‘Ah sì, non devo ricordare niente?’. ‘No’. ‘Bene’.
Il copione lo leggeva?
Certo, tutto, ma poi contavo.
Negli anni 70 ha girato tantissimo.
Nel 1972 ho recitato in undici film.
Si confondeva…
Magari finivo con una pellicola il venerdì e ne iniziavo un’altra il lunedì. Ma i personaggi erano più o meno simili.
C’era poco da studiare.
Aggiungo: il gruppo di attori era sempre lo stesso.
A partire da Renzo Montagnani.
Bravissimo professionista, solo non compreso, non apprezzato. E ci soffriva, incastrato in quel personaggio da commedia sexy; (cambia tono) a quell’epoca i critici sputavano sui nostri film, poi è arrivato Tarantino a sdoganarli.
Anni fa ha definito Tarantino maleducato e infantile.
Confermo: è così preso da se stesso da dimenticare sia l’educazione che la gentilezza.
È più intelligente o bella?
Entrambe; (pausa) forse intelligente lo sono diventata, imparando cos’è la vita.
Sottovalutata?
Come attrice, sì.
Come donna?
No, infatti quando ho lasciato il cinema, a 39 anni, ero convinta di piacere solo agli uomini, invece i più bei complimenti sono arrivati dalle donne: non mi hanno puntato il dito nonostante mi sia spogliata.
Bene.
Eppure anche a me è successo di giudicare per come le ragazze si presentano oggi.
Come?
Detesto la moda della chirurgia plastica (e qui si porta le mani al viso, strizza lateralmente i seni e regala delle espressioni degne delle opere del Goya).
Come si è trovata con i registi?
Mi sono affidata. Ho seguito i loro consigli con un margine di autonomia; sul set di Sweet Charity, vado da Bob Fosse (il regista, ndr) in crisi perché non mi diceva nulla. Silenzio. Quando in realtà, noi attori, abbiamo la necessità dei complimenti, di rassicurazioni. Così un giorno sbotto. E lui: ‘Sto zitto perché sei perfetta’.
In Sweet Charity c’era Shirley MacLaine.
Una signora, una grande, di una simpatia unica; (sorride) però fuori dal set non ho mai frequentato un attore.
Proprio mai?
(Silenzio, brillano gli occhi) Con due attori ho avuto una storia.
Allora è colpa sua se uno pone certe domande.
Tanto non dico chi sono.
Oltre a Omar Sharif?
Con Omar non ho mai recitato.
Riveliamoli.
(Ride) Non ci penso proprio.
Ha mai avuto l’angoscia del telefono che non squilla?
Fino a 39 anni è stato un continuo, ho lasciato prima che accadesse; in quel momento ho pensato: tra dieci anni torno, ricomincio. E invece ne sono passati 20.
È nel 2002 ha recitato per Scorsese in Gangs of New York.
Grazie a mia sorella, è stata lei a chiamarmi: ‘Sta arrivando a Roma. Basta stare a casa, i figli sono grandi’.
E lei?
Ho chiamato il casting: ‘C’è un ruolo per me?’. ‘Uno piccolissimo…’. ‘Va bene, voglio il provino’. E lì mi hanno presa; (cambia tono) appena sono arrivata sul set, Scorsese mi ha riempita di gioia: è venuto è ha esordito con ‘grazie Barbara, ho visto tutti i tuoi film’.
Bello.
Sì, ma non è servito a niente: non mi hanno chiamata per altri film.
Ci è rimasta male?
Certo.
E…
Sono stata sdoganata, 16 anni dopo, da Metti la nonna in freezer dove interpreto una vecchietta scontrosa.
Dovevano uccidere il mito sexy.
È difficile da ammazzare, è nella mente dei fan.
Quanto impiega a riconoscere un fan?
Ne ho uno super, Giacomo: vive in Germania, è siciliano e anni fa mi è venuto a trovare al mare insieme alla moglie. Si è presentato con una valigia piena di foto, locandine, materiale vario. Ho autografato tutto.
Le è venuto un crampo.
Oramai è la mia memoria, mi manda dei materiali incredibili (apre il cellulare e mostra delle foto, anche con Alberto Sordi o Monica Vitti).
Com’era Monica Vitti?
Non mi voleva ne L’anatra all’arancia perché entrambe bionde; non mi sono persa d’animo: ho affittato una parrucca mora e mi sono presentata. ‘Così va bene’; (pausa) non sprizzava simpatia, ma gentile. E comunque a quel tempo era la numero uno, comandava su tutti.
Esempio.
Pretendeva le riprese dal basso verso l’alto in modo da slanciarla maggiormente, poi alla fine delle riprese ha ottenuto pure dei mobili di scena, oltre agli abiti.
Trattamento da diva. A lei non è mai successo?
‘Diva’ non entra nel mio vocabolario; (seria) oggi, quando mi incontrano, mi definiscono ‘icona’.
Le piace?
Non mi ci sento.
Ora è protagonista di un film.
Ho aspettato tanto un ruolo così. Ci punto.
Per cosa?
Perché da donna anziana…
Si sente anziana?
Solo nel film, non confondiamo i piani; lì sono anziana, sola con il gatto e voglio terminare la mia vita. Un bel ruolo. E mi metterà in un’altra fase…
C’è un rapporto d’amore tra due donne.
Lo so che ne parleranno, che diranno, che domanderanno. Ma è un film.
Ha mai rischiato di perdersi?
Quando ho lasciato il cinema, lì ho penato: ora che combino? Poi ho iniziato con il benessere, gli home video, il fitness.
Che film salva della sua carriera?
Ci ho pensato molte volte, credo Per le antiche scale, girato da un grande regista (Mauro Bolognini, ndr); poi ci sono i fan di Star Trek o dei poliziotteschi come Milano calibro 9 o Non si sevizia un paperino.
E le commedie?
Spaghetti a mezzanotte.
Cult.
Se capita in televisione lo rivedo (quando parla controlla sempre cosa accade intorno).
Sembra un agente segreto.
Magari!
Avrebbe accettato?
(S’illumina).
Com’erano gli anni Settanta a Roma?
Bellissimi, peccato siano finiti.
Perché?
Non c’era Internet, che ha rovinato tutto, non c’erano i cellulari; allora mi sono divertita.
Usciva spesso?
Amavo ballare, magari al Jackie O’ (celebre locale romano, ndr).
Al Jackie O’ ci andava spesso Helmut Berger.
Con lui parlavo tedesco; il giorno della prima di Ludwig era terrorizzato, mi chiamava disperato, tanto che alla fine non si è presentato.
Lui bellissimo.
E fragilissimo.
Gli attori lo sono spesso.
È vero, e spesso riescono a esprimere se stessi solo attraverso i ruoli.
Tomas Milian era fragile?
No, ma anche lui è rimasto incastrato dal personaggio e dagli stereotipi; (pausa) quanta fatica ho fatto…
L’hanno mai trattata come un trofeo?
Quasi tutti gli uomini. E lo accetto per un po’, fino a quando non mi stanco.
L’Italia per lei.
Mi sono sentita a casa e dal mio quartiere non mi muovo; (sorride) quando entro al bar il proprietario ogni volta mi fa: ‘Oddio, è arrivata la vecchia. Ma quando ce la togliamo di mezzo?’. Io rido, li trovo stupendi.
Suo figlio Alessandro Borghese è un celebre chef. È stata una sua cavia?
Mangio poco, quasi niente. E soprattutto mi piace la cucina casereccia tipo l’ossobuco o la coda alla vaccinara.
Non piatti da diva.
No, però sono boni; un po’ di tempo fa mi chiama Alessandro: ‘Ho un’offerta di lavoro’. ‘Da te?’. Alla fine mi ha coinvolta in un suo programma, Celebrity chef, anche se non mangio e non cucino.
Si è divertita?
Tantissimo, ma è stata dura: alle nove del mattino mi hanno presentato un piatto di amatriciana.
Altro che reflusso.
Mi sono rifiutata di assaggiarla; (sorride) durante le riprese ho tirato fuori la maglia.
Cioè?
Da sempre ho combattuto i tempi morti del set con gomitoli e ferri da maglia. Mi piace tantissimo.
Qui crolla l’eros.
Che devo dire una bugia?
Schiaffi ne ha dati?
Qualcuno a mio figlio, anche se ha dichiarato che lo picchiavo con il cucchiaio di legno.
Infatti è diventato chef.
Ma se non cucinavo! Quindi non avevo un cucchiaio di legno; comunque se uno mi offende non rispondo, mi alzo e me ne vado, da sempre.
Non discute.
Non mi piace.
A suo figlio ha regalato un consiglio fenomenale.
Quello delle tette?
Sì.
(Ride) Lo so, povero, ha sofferto per i miei film. Così all’ennesima volta in cui mi raccontava delle beghe con i compagni di classe, gli ho suggerito di spiegare a quei ragazzini che la sua mamma veniva fotografata su Playboy perché poteva permetterselo, le loro mamme no.
Lei chi è?
Una donna grata per quello che ha avuto; una donna leale, vera, non fingo. E mi piace la vita e le amiche anche se a volte mi escludono dal Burraco perché non sono un granché.