Specchio, 15 marzo 2026
Intervista a Greta Bellamacina
Greta Bellamacina si muove come una folata di vento. Dal set di un film a Madrid, diretta dal premio Oscar Florian Zeller, alla campagna di lancio a Firenze di Venerdì Pomeriggio, il nuovo marchio di moda della stilista Vivetta Ponti. Dalle vacanze sul mare di Napoli a un reading di poesia nell’abbazia di Westminster. L’aggettivo poliedrico le si addice alla perfezione: britannica, cresciuta a Londra, con origini italiane da parte di padre. Poeta, attrice, sceneggiatrice, regista, editrice. Lei forse non porrebbe l’elenco nello stesso ordine. «Dipende dai momenti» ride, in un sussulto di ciglia. Il debutto nel mondo dello spettacolo è a 15 anni in Harry Potter e il calice di fuoco; le sono d’aiuto i suoi tratti elfici, chissà se ereditati da qualche antenato normanno, sbarcato in Sicilia o in Inghilterra. La prima notorietà come poeta arriva qualche tempo dopo, nel 2014, quando vince un importante concorso letterario a Londra. Da allora ha scritto e pubblicato diverse raccolte di versi, co-sceneggiato con la regista indie Jaclyn Bethany due film, in cui è anche interprete (il secondo, All Five Eyes è in uscita). Ha interpretato in una docu-fiction la designer e pioniera dell’arte tessile Anni Albers per la regia di Alessandro Del Vigna; Pierpaolo Piccioli per lei ha creato i costumi di Things and Other Things, pellicola girata in Italia con il regista sperimentale Riccardo Vannuccini (da parte sua aveva contribuito con dei versi al libro Valentino on Love, quando Piccioli era direttore creativo della maison).
Pure il vento deve tirare il fiato. Per Greta il luogo del riposo e della scrittura è una settecentesca villa di campagna nel Kent, che ha restaurato con il marito Robert Montgomery: una dimora d’epoca remixata con l’arte concettuale. Più che nei mobili, racconta, hanno investito in vernici per le pareti. Ma ci s’imbatte in memorabilia che fanno colpo: una lanterna viene da una sala da ballo di Liverpool che ha visto il primo matrimonio di John Lennon; in una stanza da letto è appeso un piccolo disegno di Sylvia Plath con una nota d’amore di Ted Hughes. L’incontro è nella “stanza tutta per sé”, lo studio, che galleggia in una tinta rosa da nuvola sul tramonto. Greta è in una pausa: reduce da una febbre stagionale, ha le valige pronte per un viaggio in Marocco, con tutta la famiglia. Gli occhi le brillano, tra desiderio e convalescenza.
Non soffre mai di jet lag, anche culturale, spostandosi a ritmo serrato attraverso continenti, ruoli, situazioni?
«Chiamiamolo un jet lag creativo! Non è semplice passare da uno stato mentale all’altro. Il film di Florian Zeller che ho appena finito di girare è stato davvero intenso: 14 ore al giorno sul set. Poi un aereo e di nuovo a casa a mettere parole sul foglio e a letto i figli. Quasi sempre viaggio con i miei tre bambini e mio marito; la famiglia mi regala un senso di continuità, siamo una piccola banda di girovaghi. A casa, anche se ho uno studio separato, mi destreggio tra i bambini, la poesia, l’arte. Sono abituata. Scrivo comunque e dovunque, anche sul treno che prendo per andare a Londra».
A proposito di fusi orari e fusioni letterarie con la vita quotidiana, il tempo è un tema ricorrente nelle sue poesie.
«Non credo che viviamo in un tempo lineare; per me il tempo della vita è una mappa di memorie, sogni, fatti e riflessioni. Ci muoviamo in più direzioni su questa mappa. Sto scrivendo un libro, in parte prosa e in parte poesia, in cui gli oggetti che mi circondano fanno da portali per un viaggio nella memoria e le persone e i luoghi che ho conosciuto mi ritornano in un presente continuo».
Lei è cresciuta a Camden, nella cool London di Tony Blair. Era una party girl?
«Più una sognatrice a occhi aperti, direi. Certo, allora a Camden la scena musicale era una festa, uscivi per strada e incontravi Amy Winehouse. Svoltavi l’angolo e c’era una band che suonava e la canzone poteva essere la nuova hit poche settimane dopo. Era eccitante. Ora viviamo nel tempo della Brexit e tutto è un po’ più triste. La nostra casa è sulla strada che porta a Dover e questo aiuta a sentirci idealmente connessi con l’Europa».
La Brexit ha contribuito alla decisione di andare a vivere in campagna?
«La famiglia cresceva e avevamo bisogno di una casa più grande. All’inizio è stata dura. Ma ora il giardino è una meraviglia. Amo i fiori selvaggi che vi crescono. Amo il geranio che continua a fiorire, a dispetto del freddo, e dell’inverno. Mi ha ispirato alcuni versi recenti: “vivere e morire sono la stessa cosa nel giardino"».
Durante il Covid stava per comprare una casa in Italia. È molto legata alle sue radici italiane?
«Era una vecchia casa in Abruzzo, il prezzo che chiedevano era un invito all’acquisto. Ma serviva una fortuna per ristrutturarla. Così per ora abbiamo rinunciato, magari rimandato. I miei nonni paterni vengono dalla Sicilia e da Napoli. Purtroppo a casa non si è mai parlato italiano, così ho perso la lingua e mi dispiace. Ho ritrovato l’Italia nei due film che ho girato con Riccardo Vannuccini. Nel secondo, Things and other things, ognuno parla la sua lingua, una sinfonia più che una babele. E c’è il paesaggio della Toscana in inverno, sospeso e lento, tanto diverso dall’eterna primavera italiana idealizzata dagli inglesi, che mi faceva credere all’attesa di un Godot beckettiano, tra luna park abbandonati, fattorie sperdute sotto le nuvole. È stato come ritrovare il mio nome e la mia identità».
In una sua poesia, “Tomorrow’s woman”, si avverte un senso di dualità, a metà tra madre mediterranea e fata nordica. In quale immagine si rispecchia più volentieri?
«La dualità è costante nella mia scrittura, come nelle sceneggiature dei film. In quelli che ho scritto insieme a Jaclyn Bethany, per esempio. Sono duale anche nella scelta del look: pratica e teatrale, romantica e neo-gotica. Se devo scegliere mi sento più vicina a una fata, sempre in volo, in evoluzione costante».
Ha mai pensato a una collaborazione con l’Intelligenza Artificiale come alcuni suoi colleghi?
«Mi tengo il più lontana possibile dall’IA. Credo nella voce umana. Nel tocco umano. Ho collaborato con mio marito a un volume di versi e nel mio primo film come regista, Hurt by paradise. Con Robert, che usa le parole, e queste diventano segno o scultura nei suoi lavori come artista visivo, ho fondato una piccola casa editrice, la New River Press, tutto fatto da noi, un po’ come la Hogarth Press di Virginia e Leonard Woolf. L’idea ci è venuta quando abitavamo a Fitzrovia, in un appartamento minuscolo, a pochi passi dalla casa dei Woolf e all’ombra della BT Tower (la torre delle telecomunicazioni britanniche ndr). Pensavamo ogni giorno alle comunicazioni che fluivano nell’etere e alle difficoltà che avevano avuto Virginia e Thomas Eliot a pubblicare le loro prime opere. Volevamo trovare una sorta di comunità artistica, che non fosse elitaria o troppo ricercata».
Lei è conosciuta come un’autrice femminista. Preferisce essere chiamata poeta o poetessa?
«Direi la prima. Ma è successo che ero in visita a Messina con mio padre ed ecco un vecchio negozio che aveva l’insegna Bellamacina, il mio cognome. Sono entrata e mi sono presentata. Ricordo che ero davvero nervosa. I cugini appena conosciuti hanno esclamato: “Ah la poetessa!”. Ed è stata una gioia ritrovarsi».
Il suo personaggio in “Things and other things” definisce l’estasi è un eccesso di gioia. È lo stesso per lei?
«Le mie estasi sono i piccoli rituali quotidiani. Il caffè, schiudere le imposte la mattina, i primi passi oltre l’uscio, il sorriso della mia piccola Ersilia, il suono dell’acqua che riempie la vasca per il bagno… tutto qui: è quello che compone una mattina e mette in moto il nuovo giorno».