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 2026  marzo 15 Domenica calendario

La geografia del debito pubblico italiano sta cambiando.

Cambia la geografia del debito pubblico italiano. Nel 2025 è cresciuta in maniera marcata la presenza degli investitori stranieri e delle famiglie, mentre si è ridotto il peso della Banca d’Italia rispetto agli anni del quantitative easing e la crisi del 2012. Su 3.095,5 miliardi di euro complessivi, la composizione dei sottoscrittori di bot e btp vede al primo posto gli investitori stranieri, con 1.061,8 miliardi, pari al 34,3% del totale. Seguono le banche italiane con 622,2 miliardi (20,1%), la Banca d’Italia con 574,1 miliardi (18,6%), le famiglie con 448,9 miliardi (14,5%) e i fondi d’investimento con 386,9 miliardi (12,5%). È quanto emerge da una ricerca del Centro studi di Unimpresa, secondo cui il confronto con il 2024 evidenzia soprattutto la forte crescita della componente estera. Gli investitori stranieri sono passati da 916,0 miliardi a 1.061,8 miliardi, con un aumento di 145,8 miliardi in un solo anno: dal 2022 al 2025 gli investitori stranieri hanno portato oltre 330 miliardi aggiuntivi sul debito italiano, segnando un ritorno di fiducia dei mercati internazionali. Nello stesso periodo si riduce la presenza della Banca d’Italia, scesa da 642,1 miliardi (21,6%) a 574,1 miliardi (18,6%), con una diminuzione di oltre 68 miliardi.
Crescono invece le famiglie, che aumentano le loro detenzioni da 417,5 miliardi a 448,9 miliardi, cioè +31,4 miliardi. In aumento anche le banche italiane, passate da 596,6 miliardi a 622,2 miliardi (+25,6 miliardi), mentre i fondi d’investimento registrano un lieve calo da 394,7 miliardi a 386,9 miliardi. Per quanto riguarda le banche, il dato del 2025 va letto anche alla luce di un confronto storico. Gli istituti di credito italiani detenevano circa 195 miliardi di titoli di Stato nel 2000, pari al 14,4% del debito pubblico. La loro esposizione è cresciuta progressivamente negli anni successivi, soprattutto durante la crisi del debito sovrano europeo, fino a raggiungere il picco nel 2013, quando le banche possedevano il 30,6% del debito complessivo.
Negli anni successivi si è avviato un progressivo ridimensionamento della quota degli istituti di credito, una riduzione graduale che ha consentito al sistema bancario di diminuire l’esposizione verso il debito sovrano senza creare tensioni sul mercato dei titoli di Stato.
«Negli ultimi anni – evidenzia il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – la base dei sottoscrittori si è progressivamente diversificata. È un segnale importante di maturità del mercato dei titoli di Stato italiani e di fiducia complessiva verso il Paese, dimostra che l’Italia riesce ad attrarre capitali sia all’interno sia all’estero». Allo stesso tempo, aggiunge, «la graduale riduzione del peso della banca centrale indica che il mercato è in grado di assorbire l’offerta di titoli senza dipendere in modo eccessivo dagli interventi delle autorità monetarie».