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 2026  marzo 14 Sabato calendario

A San Francisco si respira il futuro dell’IA. Non è così invitante

Quando il taxi accosta per prelevarci, non c’è un essere umano ad accoglierci. Nessuno a cui comunicare la destinazione.
Una voce sintetica ci saluta, e ci invita a mettere la cintura di sicurezza.
Eseguiamo.
Il posto del conducente, davanti a noi, è vuoto. Premiamo “Start”, su un piccolo display tra i due sedili anteriori, e l’auto parte. Da sola.
Siamo a bordo di una Waymo. Una delle 800 vetture a guida autonoma che scivolano silenziose per le strade di San Francisco.
Appartengono ad Alphabet, la multinazionale che controlla Google e YouTube. E sono il simbolo più evidente di una città che sta cambiando molto in fretta, trascinata da una forza che non accenna a rallentare: l’intelligenza artificiale.
Se questo sia un bene o un male, è ancora tutto da stabilire.
San Francisco era già la metropoli simbolo della Silicon Valley. La porta principale sulla culla dell’innovazione americana, fatta di piccole cittadine come Palo Alto, Mountain View, San Jose.
Tre anni dopo ChatGpt, San Francisco è anche la vetrina dell’IA, la tecnologia che sta cambiando le nostre vite e il nostro lavoro.
Basta alzare lo sguardo.
Le pareti delle case e i tetti dei grattacieli sono occupati dalle pubblicità di OpenAI e Google, le due principali aziende del settore. L’invito di entrambe è usare l’IA per risolvere piccoli e grandi problemi, in ufficio come a casa.
Ma sulle strade di San Francisco ci sarebbe bisogno di ben altro aiuto.
Tra il 2024 e il 2026 questa città californiana ha affrontato una tempesta perfetta determinata dalle conseguenze a lungo termine della pandemia di COVID-19, un’epidemia di oppioidi sintetici senza precedenti e una crisi abitativa che ha ridefinito i confini della marginalità sociale.
Migliaia di homeless abitano – letteralmente – marciapiedi e scale pubbliche. Senza alcuna dignità. Lo sguardo è annebbiato dalla droga ed è spesso perso altrove, di certo non incrocia le pubblicità delle big tech.
Negli ultimi anni il divario socio-economico della grande città che affaccia sulla Bay Area si è inasprita: il reddito mediano delle famiglie ha raggiunto i 140.970 dollari, ma il tasso di povertà rimane ostinatamente ancorato all’11,15%, evidenziando una città sempre più polarizzata tra una classe professionale altamente remunerata e una sottoclasse vulnerabile colpita sproporzionatamente dall’inflazione e dai costi abitativi.
Attualmente il valore medio di una casa a San Francisco è di 1,2 milioni di dollari, con un aumento del 3,1% rispetto all’anno precedente. Il costo della vita complessivo è superiore del 63% rispetto alla media nazionale e del 16% rispetto alla media dello stato della California. Per dare un’idea: in un locale che non sia un McDonald’s, il conto per una bibita e un piatto di patatine fritte è di 21 dollari, poco meno di 20 euro stando al cambio attuale.
Non è un caso, insomma, se il numero degli abitanti di questa metropoli californiana sia diminuito negli ultimi anni.
Al 1° luglio 2024, le stime del Census Bureau indicavano una popolazione cittadina di 827.526 abitanti, segnando un calo del 5,8% rispetto alla base del censimento del 2020, che registrava 873.965 residenti. Le proiezioni per il 2026 suggeriscono un’ulteriore, seppur più lenta, flessione verso circa 803.876 abitanti, con un tasso di declino annuale stimato intorno all’1,45%.

Questi sono i dati. Ma i numeri non bastano per farsi un’idea di San Francisco. Bisogna viverla, almeno per qualche giorno. È quello che abbiamo fatto.
Ci siamo mossi prevalentemente tra Union Square e il quartiere finanziario, fino al molo turistico del Pier 39. E poi tra Little Italy e Chinatown, giù per Columbus street fino al Cafè Zoetrope dove Sam Altman, CEO di OpenAI, e Jony Ive, leggendario designer ex Apple, hanno raccontato davanti alle videocamere la collaborazione che porterà alla nascita di nuovi dispositivi pensati appositamente per sfruttare l’intelligenza artificiale.
“Mi sono trasferito in America attratto dall’entusiasmante ottimismo di San Francisco e della Silicon Valley”, dice Ive seduto al bancone, nel video girato per annunciare – un anno fa – una partnership che sembra ancora lontana dal dare i suoi frutti.
“San Francisco è stata, per così dire, un luogo mitico nella storia americana, e forse in un certo senso anche nella storia del mondo – aggiunge Sam Altman, che è nato e cresciuto a St. Louis, nel Missouri -. È la città che più associo all’avanguardia culturale e tecnologica. … Il fatto che tutte queste cose accadano nella Bay Area e non in nessun altro luogo di questo gigantesco pianeta in cui viviamo, credo non sia un caso”.
“Ci troviamo all’inizio di quella che credo sarà la più grande rivoluzione tecnologica della nostra vita – sentenzia Ive, riferendosi all’avvento dell’intelligenza artificiale generativa -. Ho la crescente consapevolezza che tutto ciò che ho imparato negli ultimi 30 anni mi ha condotto in questo luogo e in questo momento”.
Nel video promozionale, i due arrivano allo Zootropa Café attraversando a piedi strade piene di persone. Alcune di queste però, come ha fatto notare il San Francisco Standard, sono comparse. In effetti a San Francisco è difficile imbattersi in un incrocio particolarmente frequentato.
Davanti agli occhi, spesso, sembra di avere una città fantasma.
Poche le persone in strada, sia al mattino sia al pomeriggio. Moltissimi i locali commerciali sfitti, talvolta sbarrati con assi di legno, simbolo di un abbandono piuttosto che di un transizione fisiologica da un esercizio a un’altra.
Il tasso di sfitto degli uffici ha chiuso il quarto trimestre del 2025 al 32,8%, in calo rispetto al picco del 37% registrato all’inizio del 2024. Una debole ripresa alimentata quasi esclusivamente dal settore dell’intelligenza artificiale.
Solo nel 2025, le aziende di IA hanno affittato circa un milione di piedi quadrati di uffici nel centro della città.

Colossi emergenti come OpenAI e Anthropic hanno ampliato la loro impronta immobiliare, trasformando San Francisco nell’epicentro globale del talento IA. Questo afflusso di capitali e lavoratori sta generando un effetto a catena positivo sui servizi locali, con un aumento delle presenze nei quartieri adiacenti ai poli tecnologici come Mission Bay e Jackson Square.
Ma basta spostarsi nelle strade più centrali e il verso di un gabbiano può sovrastare tranquillamente lo scarso traffico cittadino.
Un cartello pubblicitario ironizza sull’eco che producono gli Agenti IA. “Decidi tu”, è il claim, come a voler sottolineare che l’uomo resta al centro. Ma l’eco di San Francisco è reale e non è prodotto da un’intelligenza artificiale.
La sensazione di vuoto è amplificata dalle decine di taxi a guida autonoma che sfrecciano sulle strade.
Le Waymo, appunto.
Chi abita a San Francisco non ci fa più caso, ma per chi le vede per la prima volta sono uno shock. Si prenotano con una app e vengono a prenderti senza anima viva al volante.
Mentre eravamo a San Francisco siamo saliti su queste vetture diverse volte: il costo è competitivo – 13 dollari per una corsa di 3 Km – mentre il tempo che impiegano per arrivare a destinazione è superiore a quello che impiegherebbe un taxi guidato da una persona.
Il motivo è semplice: queste auto sono più attente a rispettare limiti di velocità urbani, stop e precedenze. Se la corsa è molto lunga, tutte queste attenzioni si accumulano e la differenza di tempo impiegato per arrivare a destinazione – rispetto a un’auto con conducente – può essere quasi il doppio.
Le Waymo si muovono da sole, in strada, grazie a una serie di sensori e videocamere a 360° che interpretano l’ambiente circostante, riconoscendo persone, veicoli in movimento, monopattini e bici. L’intelligenza artificiale, addestrata con simulazioni che tengono in conto infiniti “casi limite”, fa il lavoro più importante.
Nell’abitacolo, dopo i primi minuti di spaesamento e stupore, ci si sente sicuri. Ma anche tremendamente soli.
Non tutti hanno voglia di conversare con il conducente, ma farne a meno vuol dire affrontare una corsa in una bolla totale, soli con il proprio respiro, con una playlist di Spotify in sottofondo (si può scegliere dal display anteriore e posteriore).
Qualche tempo fa, in seguito a un importante blackout che ha colpito la città, decine e decine di Waymo si sono bloccate. Video amatoriali le hanno ritratte con le quattro frecce accese, alcune paralizzate in mezzo a un incrocio. Un assaggio di futuro distopico dove la vita in molti casi è appesa al fragile filo della tecnologia.
Se c’è un problema, mentre si è a bordo di una Waymo, si schiaccia un bottone: “Support”. Risponde un operatore. Umano? Chissà. Chi può dirlo, oggi.
World e l’Orb: certificare l’umanità in uno spazio vuoto
Andiamo incontro a un mondo di esseri umani e deepfake. E San Francisco si sta attrezzando. In questa città ha aperto uno dei primi spazi di World, la startup di Sam Altman che mira a creare una rete globale di identità e finanza basata sulla verifica dell’umanità.
È un grande locale che affaccia su uno dei marciapiedi di Union Square, al piano terra dei grandi magazzini Macy’s (preoccupantemente vuoti anche questi). L’ingresso è libero, ma dentro non c’è mai nessuno, fatta eccezione per due ragazzi che si danno il cambio per assistere eventuali visitatori.
Lo spazio espositivo è asettico: panche in legno, alcune mensole (vuote), e otto sfere metalliche chiamate Orb, il dispositivo fisico con cui World scansiona l’iride delle persone per certificare che l’utente sia un umano reale e unico, senza necessariamente raccogliere dati anagrafici come nome o indirizzo.
L’obiettivo è immagazzinare una briciola di umanità che, a dire il vero, questa grande metropoli americana sembra aver smarrito.
Il senzatetto che leggeva accanto alla pubblicità di Gemini
Scendendo verso il distretto finanziario, lasciandoci alle spalle World, abbiamo intravisto su Geary Street un senzatetto seduto sull’asfalto, con accanto la sua busta di averi.
Stava facendo qualcosa di inaspettato: leggeva. Proprio accanto a decine di bici a noleggio che pubblicizzavano Gemini, l’assistente digitale di Google ("Un nuovo tipo di aiuto”, era lo slogan"). Un contrasto che ci ha fatto riflettere molto, perché San Francisco – così come New York e molte altre città americane che abbiamo visitato negli ultimi anni per condurre interviste tech – è un luogo dove acquistare un giornale, una rivista o un libro è una missione quasi impossibile.
Le edicole protagoniste dei film americani anni ’80 e ’90, dove i protagonisti correvano all’alba ad acquistare i giornali freschi di stampa, sono tutte – ma davvero tutte – chiuse, o convertite in negozi di souvenir, bibite e snack.
Le librerie a San Francisco, almeno nelle aree centrali della città, sono pochissime, quasi introvabili.
Siamo entrati in una di queste, si chiama The Best Bookstore, a due passi da Union Square, e ci ha colpito profondamente che non avesse neanche un titolo sull’intelligenza artificiale.
Al ragazzo dietro il bancone abbiamo chiesto, curiosi, il motivo. “Resistiamo”, ci ha risposto sorridendo.
Un po’ c’è lo aspettavamo.
"Good luck” abbiamo detto salutando. E ce ne siamo andati sperando di ritrovare quell’angolo di cultura ancora aperto, se avremo l’opportunità di tornare nella città dei fantasmi.