repubblica.it, 15 marzo 2026
Intervista a Ivana Spagna
E poi, all’improvviso, tornare di moda. Chiedere a Ivana Spagna, già regina della dance italiana nel mondo negli Ottanta, che a settant’anni si è ritrovata sulla cresta dell’onda quando la sua Easy lady (1987) è diventata virale sui social con un remix ideato con il dj e produttore Nuzzle, titolo T’amo t’amo t’amo (2024), e per il resto basta aprire TikTok. Ora ci riprovano con Mamy Blue (1971), primo singolo in assoluto di Spagna, all’epoca neanche maggiorenne, in uscita remixato il 20 marzo. “Non ha uno stile ballabile, appartiene a un altro periodo storico”, dice lui, che racconta di “aver costruito una nuova energia intorno alla voce di Ivana”. Lei invece qui fa pace con il passato: “Quel brano fu un piccolo trauma”.
Come mai? “Appartiene a un’altra me. Nuzzle, per me, è l’uomo del destino, ma qui ha giocato un ruolo chiave anche Mara Venier, che dopo un’ospitata sulla scia di T’amo t’amo t’amo mi ha regalato il 45 giri di Mamy Blue, roba da collezionisti. Ne avevo una copia per ricordarmi quanto fossi impresentabile nella copertina, nient’altro. Invece si è riacceso tutto”.
E il trauma? “Non ero io allora, ero giovane. Mi notarono a un concorso di canto – volevo fare musica fin da bambina, ne provavo tanti – in cui conduceva Mike Bongiorno, da lì ottenni il primo contratto, ma la separazione da casa fu traumatica. Non potevo stare a Milano, mi mancavano il Veneto e i miei”.
Il pezzo fu un insuccesso. “Solo la mia versione. Lo scrisse Herbert Pagani, collaboratore di Dalida, e la versione di lei fu un successo. Per me il flop fu una liberazione. Quando rividi l’insegna di casa, di ritorno in macchina con i miei, scoppiai a piangere”.
Cosa cercava? “La mia identità. Cominciai la gavetta, vera, nelle discoteche. Suonavo con mio fratello, Giorgio Theo, e il mio compagno di allora, Larry Pignagnoli. Ne vedevamo di tutti i tipi”.
La situazione più estrema in cui ha suonato? “Tre o quattro anni fa, altro che gavetta. Ero in un locale sulla spiaggia, gli strumenti sono arrivati a mezzanotte, ho fatto le prove con il pubblico in pista. Mi chiedo dove fosse il professionismo degli organizzatori”.
Le balere l’avevano preparata. “Si figuri, giravamo con una macchina stracolma, montavamo e smontavano tutto. Ma poi, quando cantavo, passava tutto. Ma a un certo punto le discoteche erano troppo grandi, non tenevamo più il passo”.
La svolta fu “Easy lady”? “Sì, ma non ci credevo. Ci aprimmo uno studio di registrazione, ci mantenevamo con le pubblicità, realizzavamo spot. E ogni tanto componevamo canzoni per altri. Con Easy lady provai a metterci la faccia, ma il merito è di mio fratello: cantavo un ritornello più complesso, con più parole, lui mi convinse a toglierle e a ripetere ‘lady’. Ero inorridita, ma aveva ragione”.
Non era l’unica a non crederci. “Un’italiana che fa di cognome Spagna e che canta in inglese non avrà mai successo”: l’ha riferito lei, chi gliel’ha detto? “Un discografico importante, non ricordo chi perché non c’ero, me lo riferì Larry. Tutto ciò dopo aver sentito Easy lady, che stavamo cercando di proporre a tutti. Non se la prese nessuno, tanto che la producemmo da soli. Cento copie, che una volta diffuse in Francia ebbero un successo enorme. Solo a quel punto l’Italia se ne accorse, e mi venne a cercare”.
Perché cantava in inglese? Perché dal vivo suonavamo il funk, i riferimenti erano internazionali. In Italia, su di me, per questo si dissero cattiverie: tardivo il paese, me ne fregavo del successo nazionale. Solo con il tempo mi sono sentita compresa”.
Si è spiegata il perché del successo di “Easy lady”? “Un mix di ritmo e melodia. Le grandi canzoni anni Ottanta hanno queste caratteristiche, che le rendono ballabili, certo, anche emotive, cantabili. Poi il ritmo ha preso il sopravvento. Ah, in più Easy lady ha un altro segreto: è spontaneità”.
Ci si rivede? O se n’è sentita prigioniera? “Ma per favore, odio chi dice di sentirsi prigioniero, c’è da esser grati. Comunque sì, è sincera come me. Per questo, tra l’altro, credo che il pubblico mi voglia bene: anche quando mi sono rifatta, ha apprezzato la sincerità con cui l’ho fatto”.
Senta, ma il successo la stordì? “Per niente. Avevo le spalle coperte, grazie a tanta gavetta. Gli altri non ne sapevano niente, ma c’era tanto lavoro alle spalle. Non ho mai perso la passione, me lo sono goduto come un premio per ciò che avevo fatto. Certo, ero stanca perché ero sempre in giro”.
L’incontro più grande? “Barry White, in una tv francese. C’invitò nel camerino, non ci saremmo neanche avvicinati. Un gigante, in tutti i sensi. E di un’umiltà spaventosa. Ma i veri grandi sono così”.
Amici, nello spettacolo, ne ha? “Ho stima per persone meravigliose, da Marco Masini e Fausto Leali. Ma non frequento questo mondo: sono una casalinga, sto con i miei gatti”.
Il suo più grande rimpianto, forse, è stata l’America, all’apice del successo. “Era il 1992, mi ero trasferita lì, tutto pronto, i discografici statunitensi d’accordo. Avevo preso casa a Los Angeles, ma avevo chiuso con il mio manager che, fiutando che per me stava per succedere qualcosa di grande, m’intentò causa. Fui costretta a tornare in Italia, nera, frustrata. Ma credo nel destino e, di lì a poco, la Disney mi chiamò per cantare in italiano Il cerchio della vita, per Il re leone”.
Fu la sua prima canzone in italiano. “Accettai perché in ballo c’era un cartone animato. Mi mandarono il nastro per registrare il provino, sopra c’erano quelli di otto voci italiane – non posso dire chi, ho fatto un voto, ma veri mostri sacri, al cui confronto ero niente. Non so come scelsero. Ma mi sbloccai con la lingua e da lì cantai in italiano: Gente come noi a Sanremo 1995, e via discorrendo”.
Il momento più duro? “Il quarto Festival, 12esima con E che mai sarà (1998). Mi misi a piangere, delusa: gli autori fecero dire a Raimondo Vianello, conduttore, una battuta sul fatto che il pezzo, come alcuni stavano già sostenendo, fosse simile a Gente come noi. Terribile, anche perché ero in gara come tutti”.
A Sanremo, dal 2000, è tornata solo come ospite, l’ultima con Clara, nel 2024. In gara niente? “Non m’interessa più. Se mi vogliono come ospite per me, penso di meritarlo. Come concorrente non ha senso, ormai i parametri sono altri. I discografici hanno sempre fatto i loro sotterfugi, ma mi sembra che prima ci fosse più orecchio per le canzoni. Oggi si guarda solo la visibilità”.
Il successo, spesso, arriva dai social, come è stato per “T’amo t’amo t’amo”. “Il rischio è di perdersi la gavetta. Il problema non sono i talent in sé, ma l’illusione che offrono: che la vita sia semplice, quando non lo è”.
Una lezione che ha imparato? “Zero aspettative, per essere grati di tutto ciò che succede”.
Delle nuove popstar, chi le piace? “Arisa ha una voce rara, La notte avrei voluto averla nel mio repertorio. Annalisa mi sembra una quadrata. E mi piace anche Elodie, una bellissima donna che fa bene a usare il corpo così”.
Lei è l’ultima donna ad aver vinto il Festivalbar, con “Dance dance dance” (1987). Al di là del tempo – il Festivalbar ha chiuso nel 2007 – la musica italiana ha un problema di genere? “Non lo so, a volte sono solo i tempi. Io sono sempre stata nella mia bolla, ho lavorato con persone fidate – fratelli, compagni, eccetera – e restando in famiglia mi sono protetta. Solo da piccola, all’epoca dei concorsi, ho subito una cosa poco carina da parte di uno di cui non voglio parlare, perché è anche morto. Mi difesi, non fu bello”.
Sente di aver sacrificato tanto per la sua carriera? “Ho sacrificato una parte di me: non ho marito né figli. Anche se ancora credo al destino, vedendo come tratto i miei gatti credo che non sarei stata una brava madre, sarei stata troppo protettiva. Sono sola da sette anni, ma non sono sola mai: viaggio, dipingo, ho amici, musica e animali, che amo e a cui do la vita”.
Cosa le manca? “Un grande rifugio per gli animali abbandonati. Vorrei costruirne uno, ma i soldi non bastano mai. Per questo gioco sempre al Lotto”.