la Repubblica, 15 marzo 2026
Intervista a Dominique Sanda
Dominique Sanda, 75 anni, ha attraversato il grande cinema d’autore del Novecento, quello che ha raccontato le trasformazioni della società europea: la borghesia inquieta de Il conformista di Bernardo Bertolucci, la memoria della comunità ebraica in Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica, il grande affresco storico e politico di Novecento. Da molti anni vive in Argentina e oggi torna sullo schermo insieme a Celeste Casciaro con Vita mia di Edoardo Winspeare, al Bif&st e in poi sala il 9 aprile con Draka. Racconta di una famiglia aristocratica travolta dalle guerre e dai mutamenti politici dell’Europa. Il personaggio di Sanda custodisce la memoria di quel mondo, una donna legata alla tradizione, alla fede e alla cultura di una civiltà che si va dissolvendo.
Cosa l’ha colpita del film di Edoardo Winspeare?
“Mi sono innamorata subito del personaggio e dell’epoca. Mi ha affascinato tutta questa parte dell’Europa che cambia, i paesi, le idee, la storia delle famiglie aristocratiche travolte dalla violenza del Novecento. La rovina di quel mondo passa attraverso il nazismo, il fascismo, tutte queste forze che hanno devastato la nostra Europa”.
C’è anche una dimensione molto personale, quasi familiare del regista.
“Sì. Sapevo che avrebbe girato nella casa della sua infanzia e questo mi incuriosiva. Mi interessa il cinema che nasce da una memoria vera. Io amo il presente ma anche questa possibilità di attraversare, come attrice, altre epoche, di comprendere il passato attraverso i personaggi”.
Ha iniziato giovane, con Robert Bresson.
“Avevo diciotto anni ed ero insicura. Sembro una persona molto forte ma non lo ero, ero piuttosto timida. Bresson è stato il primo grande maestro, mi ha insegnato un modo di recitare essenziale, interiore. Con lui non si tratta di “mostrare” ma di cercare qualcosa di vero. È stata una scuola straordinaria”.
Poco dopo arriva l’incontro con Bernardo Bertolucci.
“A Parigi. La mia agente italiana mi disse che un giovane regista voleva incontrarmi nell’ufficio del produttore Bernardo e suo cugino Giovanni Bertolucci venivano insieme, da Roma. Erano uno alto e uno più piccolo, di una simpatia incredibile. Parlammo pochissimo. Si capiva che aveva già deciso dopo avermi visto nel film di Bresson, perché scendemmo nell’ascensore, uscimmo sulla strada e mi disse solo: “Allora ci vediamo a Roma”.
Quel film era “Il conformista”. Che cosa rappresenta per lei oggi?
“Per me è rimasto come una cerimonia. C’era un’atmosfera quasi mistica sul set. Tutta la troupe era profondamente motivata e si sentiva che stavamo facendo qualcosa di speciale. Il conformista racconta la storia di un uomo che cerca disperatamente di essere normale dentro il regime fascista e il mio personaggio, Anna, rappresenta tutto ciò che quel mondo repressivo non può accettare: la libertà, il desiderio, l’indipendenza”.
La scena del tango con Stefania Sandrelli è diventata una delle più celebri del film.
“Sì, e per me fu una piccola sfida perché dovetti prendere lezioni di tango. Quando sei giovane e non sei sicura di te stessa, stare accanto a un’attrice come Stefania ti aiuta molto. Bernardo sapeva perfettamente dove mettere la macchina da presa e Vittorio Storaro creava una luce meravigliosa. Quando questi elementi si incontrano nasce qualcosa di speciale. È una vera alchimia”.
Qualche anno dopo torna a lavorare con Bertolucci in “Novecento”, un film molto diverso.
“Novecento è un grande affresco storico che racconta la nascita del socialismo e del fascismo in Italia attraverso due uomini nati lo stesso giorno ma in classi sociali opposte. Era una produzione enorme, con attori internazionali, De Niro, Depardieu, Sutherland. Bernardo aveva una grande responsabilità”.
Il personaggio di Ada però cambiò molto rispetto al copione originale.
“Sì, e questo per me è stato difficile. Nel copione originale Ada aveva una storia d’amore con Olmo e scappavano insieme verso la Francia. Poi durante le riprese il film cambiò molto. Bernardo insistette sempre di più sulla dimensione politica e quella parte fu eliminata. Il personaggio sparisce quasi improvvisamente e molti spettatori negli anni mi hanno chiesto perché”.
Come ha vissuto quell’esperienza?
“Con grande intensità ma anche con momenti difficili. Novecento era impegnativo e c’era molta pressione. Io sono una persona molto intensa quando lavoro. Ci sono state cose che mi hanno dato fastidio e altre che mi hanno dato un piacere enorme. Tutto è rimasto molto vivo nella mia memoria. È come un giardino segreto. Ricordo tutto: le emozioni, le tensioni, le cose belle e quelle più complicate”.
La scena più intensa?
“Quella ne fienile. È una scena molto intima tra Ada e Alberto. Per interpretarla ho dovuto inventare una storia interiore per il personaggio. Ho immaginato che Ada fosse una giovane donna molto bella ma in realtà fragile, quasi inesperta. Per me era importante che non fosse semplicemente una scena di sesso come tante, ma qualcosa di più misterioso, più umano”.
Prima ancora c’era stato Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica.
“Ricordo il primo incontro con De Sica nell’ufficio di produzione. Era amabile, mi porse la foto di un bel ragazzo biondo – era Helmut Berger-: «È vostro fratello, Alberto». Mi commosse che avesse accostato i nostri due volti come quelli di un fratello e di una sorella. Poi ricordo una scena quasi comica a Cinecittà durante le prove di costume e trucco filmate. Fu la prima volta che incontrai Helmut Berger. De Sica voleva vederci insieme nel test e Helmut finse di sentirsi male e di svenire: probabilmente cercava solo di attirare l’attenzione su di sé. Poi Vittorio mi confidò che Luchino Visconti aveva insistito molto perché Helmut fosse nel film. Sul set De Sica era paziente e sorridente. Io mi sentivo come il mio personaggio, Micol: ero in quella famiglia come nella mia stessa famiglia”.
È rimasta una figura importante nella sua carriera.
“Sì, quel ruolo mi è rimasto addosso. È stato il mio passaporto per il mondo. Ero così associata a Micol che a volte le persone mi confondevano con lei. Una volta a Istanbul, mentre viaggiavo con il pittore Frédéric Pardo, il mio secondo marito, eravamo nella hall dell’albergo quando una donna corse verso di me gridando: “Micol! Micol!”.
Ricorda la prima proiezione del film?
“Sì, la prima ebbe luogo al Chen Cinema di Gerusalemme il 21 dicembre 1970. La prima ministra Golda Meir ci accolse in cima alle scale. Quando il film finì nella sala calò un silenzio assoluto. De Sica pensò che il film non fosse piaciuto, ma quando si riaccesero le luci tutti piangevano. Conservo ancora una fotografia proveniente dalla Cineteca di Kyiv: siamo sul Monte degli Ulivi, Vittorio De Sica, Lino Capolicchio, Helmut Berger e io”.
L’incontro con Visconti?
“La prima volta lo vidi all’aeroporto di Orly insieme a Helmut Berger. Più tardi mi volle per il suo progetto sulla Recherche di Proust, dove avrei dovuto interpretare la duchessa di Guermantes. Purtroppo, quel film non fu mai realizzato ed è rimasto uno dei grandi progetti fantasma della storia del cinema”.
Poi lavoraste insieme in “Gruppo di famiglia in un interno”.
“Sì. Nel film io sono la memoria della madre del professore Burt Lancaster. Visconti portò al truccatore il ritratto della propria madre e chiese che mi trasformassero seguendo quell’immagine. Dovevo incarnare la parte intatta del passato. L’ultima volta che lo vidi sul set era già molto malato, sulla sedia a rotelle. Mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “Il mio corpo non mi segue più, ma ho ancora tutta la mia testa”.
Guardando oggi alla sua carriera che cosa sente di aver cercato nel cinema?
“La bellezza. Io vivo per incontrare la bellezza ovunque: nei film, nelle persone, nei paesaggi. Amo la poesia, amo la naturalezza. Questa vita per me è un miracolo e continuerò a cercare la bellezza fino alla fine”.