la Repubblica, 15 marzo 2026
Si scambiavano immagini della figlia di lei nuda: arrestati un giornalista e una professoressa
“Ho trovato alcune foto nel computer di mamma”. La frase è di una bambina di dodici anni. Pronunciata un pomeriggio dello scorso autunno, davanti al padre. È da lì che comincia tutto.
Il resto della storia finisce mesi dopo, venerdì pomeriggio, tra i binari della stazione Termini di Roma. Quando gli uomini dell’Arma dei carabinieri aspettano che il treno in arrivo da Bologna si fermi, che le porte si aprano, che un importante giornalista scenda. Quarantotto anni, sposato, due figli, un passato da vicedirettore di un telegiornale nazionale e un incarico ai vertici della comunicazione di una società partecipata pubblica. Lo fermano appena mette piede sul marciapiede.
Secondo l’accusa, quell’uomo scambiava con la sua amante immagini di bambini «in pose sessualmente esplicite», come scrivono i carabinieri. Non erano fotografie qualunque. Tra quei file, sottolineano gli investigatori nella richiesta di arresto accolta due giorni fa, compaiono anche immagini che riguardano la famiglia della donna: la figlia e due nipoti, di cinque e otto anni. Video e fotografie che – secondo i magistrati della procura di Roma – documenterebbero abusi commessi dalla donna indagata su istigazione del compagno giornalista. Alle immagini si accompagnano messaggi. Commenti irripetibili, finiti comunque agli atti dell’indagine che i carabinieri del Nucleo Investigativo hanno condotto con la coscienza di chi comprende di muoversi in un contesto delicato. Perché dalle parole di quella bambina non è scaturito solo l’arresto del giornalista, ma anche quello di sua madre. Cinquantadue anni, docente in un liceo a Treviso, separata già da tempo dal marito, l’uomo che ha raccolto le confidenze della piccola e le ha riversate agli investigatori.
La docente e il giornalista: la procura contesta a entrambi reati di violenza sessuale su minori, pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico. Saranno interrogati la prossima settimana.
Tutto grazie a quella frase pronunciata a novembre da una bambina. Una frase che spinge il padre a denunciare. Sperando – forse – che la figlia si sbagliasse, che avesse avuto una percezione errata, che stesse ingigantendo i fatti. E invece no.
Da quel momento l’indagine prende forma. Giorno dopo giorno. I carabinieri del comando provinciale di Roma, insieme ai colleghi di Treviso, bussano alle porte degli indagati quando sono trascorsi appena pochi giorni dalla denuncia. Nella capitale e in Veneto sequestrano computer, tablet, chiavette usb, telefoni cellulari e altri supporti informatici. Li esaminano. Molti file risultano cancellati. Alcune chat sembrano sparite. Ma i militari del Nucleo investigativo riescono a recuperare ogni traccia. Conversazioni, immagini, archivi eliminati. Tutto torna a galla. Ed è lì che gli investigatori capiscono che la bambina non aveva inventato nulla. Anzi.
Dall’analisi dei dispositivi emergono decine e decine di fotografie scambiate tra i due indagati. Minori ritratti completamente nudi. Anche la dodicenne, ritratta in una foto di qualche anno prima, mentre faceva il bagnetto. E poi i messaggi. Per ogni immagine, commenti su ciò che avrebbero voluto fare con quei bambini. E anche ciò che – almeno la donna – avrebbe già fatto alla figlia e ai nipoti quando le venivano affidati. «Violenze sessuali su minori», palpeggiamenti, secondo le accuse. Commessi anche su sollecitazione del giornalista, ritengono gli investigatori.
A quel punto la procura decide di accelerare. Il fascicolo è seguito dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri e dalla pm Maria Perna. Le prove sono consistenti. Il fermo arriva venerdì. In una casa di Treviso e a Termini. In una stazione piena di gente. Anche per evitare un arresto davanti ai figli dell’indagato. L’ennesimo dramma.