la Repubblica, 15 marzo 2026
La contestazione romana contro McDonald’s nell’86
Gridavano: «Viva la pasta, abbasso la polpetta americana!». Poi Claudio Villa si mise a mangiare gli spaghetti in piazza. A un certo punto spuntò Luciano De Crescenzo: «Quello che ci disturba di più è l’americanizzazione della nostra vita. In fondo noi napoletani il fast food l’abbiamo sempre avuto: si chiama pizza». Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate romana, indossava una maglietta con la scritta: «Sono un hamburger». Gran caciara. C’erano pure la Cbs e la tv giapponese. Era domenica. Il 20 aprile 1986. Quel giorno si giocava Roma-Lecce, la partita del famoso 2-3. E in piazza di Spagna Giorgio Bracardi, reduce dal successo di Quelli della notte, aveva radunato artisti, attori, intellettuali, politici. Una compagnia eterogenea che andava da Bombolo a Massimo Teodori, da Philippe Leroy a Renzo Arbore, da Valerio Merola a Novella Parigini, scesa in strada per protestare contro l’apertura del primo, gigantesco, McDonald’s a Roma. Il primo segno della globalizzazione, in fondo. Infatti nella protesta si mescolavano puntigli identitar-alimentari («Signorello, Signorello, mangiare italiano è bello!», cantavano al sindaco dell’epoca), paura per l’arrivo di un brand internazionale, orgoglio patriottico. Non a caso Carlo Fruttero e Franco Lucentini sulla Stampa parlarono di «spaghettata nazional-populista».
E la gente? Faceva la fila per entrare. «Un assalto» titolò Repubblica la cronaca di Alessandra Rota, all’indomani dell’apertura, giovedì 20 marzo 1986, esattamente un mese prima della mobilitazione in piazza. Dopo cinque ore erano stati già venduti tremila hamburger, quattromila confezioni di patate fritte, cinquemila bicchieri di Coca Cola. «Incassammo 50 milioni di lire», ha ricordato dieci anni fa l’allora direttore Francesco Bazzucchi a Elisa Manisco del Venerdì. Di anni ne sono passati quaranta e venerdì nel McDonald’s di piazza di Spagna ci sarà una grande festa. Anche perché i Mac a Roma sono diventati nel frattempo sessanta, ottocento in tutta Italia, i 38mila dipendenti servono ogni giorno 1,2 milioni di clienti. Amedeo Avenale, assunto il primo giorno a 19 anni, divenuto nel frattempo gestore di dieci Mac, racconta in Ketchup nelle vene (Mondadori) che «l’apertura del ristorante provocò dodici esposti; anche lo stilista Valentino, aizzato dalla moglie di Craxi, fece causa sostenendo che i fumi e gli odori disturbassero la sua creatività. Il giudice accertò soltanto un profumo di patatine».
Perché scriverne adesso, di quella protesta? Perché rievocarla? Perché ci dice un po’ del nostro rapporto con il nuovo. E perché l’arrivo dei McDonald’s – il primo era stato aperto a Bolzano il 15 ottobre 1985 – con l’arrembaggio a cibi che si chiamavano Crispy McBacon, Chicken McNuggets, Big Mac, Happy Meal con la sorpresina interna, con tanto di inevitabili tenzoni sulle bombe caloriche, segna una cesura, che ci porta direttamente al mondo di oggi. Al sorgere del 1986 a Milano appaiono i paninari. Ricordate, no? Piumino Moncler, cintura El Charro, T shirt Americanino, Timberland. Orgogliosamente sprezzanti della politica, editeranno anche una rivista di fumetti, Paninaro, che arriva a vendere 140mila copie. A febbraio Silvio Berlusconi compra il Milan. E anche lì nulla sarà più come prima. E ragazze fast food erano chiamate le vallette di Drive In, ogni domenica sera su Italia Uno.
Claudio Villa, che difendeva l’Italia degli spaghetti, tirò fuori un cartello con il faccione di Clint Eastwood, allora sindaco anti fast food di Carmel-by-the-sea. C’era scritto: «Dovresti essere il nostro sindaco». Ora questa storia è anche interessante perché ci dice un po’ del nostro rapporto con la memoria. Che cosa ricordiamo, a distanza di quarant’anni? Un politico presente quel 20 aprile sostiene di non ricordare nulla. Gli mandiamo allora il ritaglio con il suo comizio: «Ho certamente detto quelle cose, ma non mi vengono in mente ricordi». Marisa Laurito c’era. Ricorda «una mobilitazione pazzesca». Poi dice: «Tempo fa ero a Sorrento, ricordo che una volta si sentiva il profumo dei limoni, oggi quelle delle pizzetterie». Pure Andy Luotto era sulle barricate di piazza di Spagna, «quell’anno lavoravo con Raffaella Carrà». Ironico, nato a New York, oggi è pure cuoco, con una sua trasmissione a Tele San Marino: «Ricordo che i poliziotti si arrabbiavano per la confusione, però poi ci chiedevano gli autografi. Mi creda, lo spaghetto al pomodoro resta il miglior piatto al mondo! Però le confido questo aneddoto. Ho fatto per anni corsi di cucina da Eataly, e una volta, a tarda sera, mi ritrovo a Linate, ho una fame pazzesca e trovo aperto un Mac. Entro, ordino, mangio. Poi mi giro e vedo che accanto me ci sono due allievi del mio corso a cui avevo appena fatto lezione».