la Repubblica, 15 marzo 2026
“Ritiro italiano dal Libano solo d’intesa con l’Onu”.
Ora che Israele minaccia d’invadere il Libano per smantellare gli avamposti di Hezbollah, a Roma si discute se riportare a casa i soldati dell’Unifil. Sono circa 1.300 quelli italiani, sparsi nel Sud del Paese, lungo la linea blu: a Shama, Al Mansouri e Naqura. Restare vuol dire accettare il rischio di presidiare il confine sul quale la politica finisce e comincia la guerra. Ritirarsi significherebbe anche dire che l’Europa rinuncia a pesare in una crisi che può incendiare il Mediterraneo. In queste ore tribolate, da quanto apprende Repubblica, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha sentito il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, volato a Beiurt proprio per seguire sul posto l’evolversi della crisi. Con il portoghese a capo delle Nazioni Unite, c’era il generale di divisione Diodato Abagnara, da giugno dell’anno scorso capo missione e comandante della missione Unifil (7.300 soldati da una cinquantina di Paesi). La nostra Difesa ha approntato da due settimane un piano di evacuazione. Sono stati rimpatriati i 106 operatori civili della missione, in quanto «personale non essenziale». Una nave della Marina è già arrivata in zona. Pronta a un’esfiltrazione dei militari.
Il punto però è politico. E il governo italiano si attesta su questa linea: deve decidere l’Onu. Significa che non è alle viste un ritiro unilaterale, dei soli soldati italiani. Almeno per Unifil. Discorso diverso per le altre due missioni, la Mibil (Missione militare bilaterale italiana in Libano) e la MTC4L (Military Technical Committee for Lebanon), su cui è possibile attivare procedure accelerate, senza concertare la mossa con il Palazzo di Vetro. Ma il grosso dei soldati italiani nel Paese (1.160 su 1.300 in totale) sono appunto i caschi blu.
Sul tavolo del governo ci sono i rapporti dell’intelligence e della diplomazia. L’invasione israeliana è tutt’alto che un’ipotesi remota. Tra gli scenari analizzati, c’è anche questo: l’eventuale avanzata delle truppe israeliane potrebbe in qualche modo scavalcare il contingente Unifil, per concentrarsi nelle roccaforti di Hezbollah.
La speranza del governo però è che, seppure al fotofinish, si rammendi un negoziato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri ha sentito il sottosegretario generale dell’Onu per le operazioni di pace, Jean-Pierre Lacroix. Domani sarà a Bruxelles, per un consiglio straordinario degli affari esteri. Il governo italiano sostiene, spiegano fonti diplomatiche, lo sforzo del presidente francese Emmanuel Macron. Il riconoscimento di Israele da parte del Libano. Anche l’ipotesi di colloqui tra le parti a Parigi.
L’altro fronte caldo è Erbil, in Iraq, dopo l’attacco alla nostra base a Camp Singara. Il contingente italiano ormai è più che dimezzato: ieri sono stati trasferiti 76 militari della missione, via terra, fino alla Turchia. In Iraq sono rimasti in 65. Fonti governative valutano nelle prossime ore un’altra evacuazione, ma ridotta, di una decina di uomini. Un presidio rimarrà. Il rientro di parte del personale «non rappresenta un arretramento, ma una rimodulazione legata alle condizioni di sicurezza», ha spiegato ieri Gianfranco Paglia, consigliere del ministro della Difesa. «I nostri militari sono addestrati ad affrontare ogni criticità, non scappano». Quanto alla richiesta di Trump agli alleati di spedire navi a Hormuz, l’Italia non vi darà seguito, al momento.