la Repubblica, 15 marzo 2026
Iran, 2 settimane di una guerra mal pianificata
Sono i bombardieri strategici, quelli progettati per l’apocalisse nucleare: gli storici B52, i velocissimi B1 Lancer e i B2 Spirit invisibili ai radar. Dopo due settimane, il Pentagono sta affidando a loro il compito di portare avanti una guerra pianificata male e che rischia di sfuggire a ogni controllo. Si tratta di un pessimo segnale.
La distruzione di oltre 15 mila obiettivi da parte dell’aviazione americana e israeliana non riesce a soffocare la ritorsione. I pasdaran continuano a lanciare missili e droni, in numero ridotto ma con precisione sorprendente. Più volte si è sfiorato il disastro: un ordigno ha raggiunto un aeroporto saudita e le schegge hanno messo fuori uso cinque cisterne volanti statunitensi. Pochi metri di differenza e sarebbero esplose con danni colossali. Tutte le basi Usa restano sotto attacco mentre i caccia – soprattutto i modernissimi F35 – hanno bisogno di manutenzione.
I superbombardieri sono l’unico modo per mantenere il ritmo frenetico dei raid, cercando di spezzare la resistenza degli ayatollah. In Gran Bretagna ne hanno schierati 18, altri 5 a Diego Garcia, altri partono direttamente dagli States: usano piste sicure e ognuno trasporta fino a 34 tonnellate di bombe a guida gps. Un singolo B1 in media svolge la missione distruttiva di 10-12 F35. Tutte le infrastrutture militari della Repubblica islamica sono state colpite più volte; navi e aerei inceneriti; caserme, depositi e fabbriche belliche rase al suolo. Ma il regime si dimostra saldo e tiene attiva una rete di comando che gestisce la situazione non solo in patria: in rare occasioni è ancora in grado di coordinare le azioni con le milizie sciite irachene ed Hezbollah libanese. Tiene sotto tiro Israele – ieri almeno 5 ondate di missili, spesso con le testate a grappolo – e paralizza l’economia delle monarchie del Golfo. Si tratta di una rappresaglia organizzata meticolosamente, per tutelare a ogni costo la sopravvivenza della teocrazia.
Nessuno a Washington si illude più di rovesciare il regime. Si intuisce dalla deposizione resa due giorni fa al Senato dal generale Alexus G. Grynkewich, nominato da Trump e ora comandante supremo della Nato: «Ho osservato durante gli studi sul potere aereo che ogni volta che viene attaccata la popolazione, alla fine si aumenta la sua determinazione». Stava parlando dell’Ucraina, ma tutti hanno pensato all’Iran.
L’offensiva Usa ha il fiato corto e resta l’enigma su quale risultato voglia ottenere. La Casa Bianca evita di smantellare infrastrutture petrolifere e centrali elettriche, criticando i blitz israeliani contro questi siti. Punta sulla quantità degli attacchi, convinta che spingerà gli ayatollah a una resa che Trump ha definito «incondizionata». La reazione di Teheran in realtà l’ha spiazzata, mettendo a nudo la frettolosità dello schieramento: non sono state protette le basi, non è stato creato uno scudo sugli alleati arabi, non è stato impedito il blocco di Hormuz.
I boots on the ground appaiono una prospettiva non più teorica. Anche l’82ma divisione paracadutisti e una seconda task force anfibia sono in allerta. I 2.500 marines salpati dall’Estremo Oriente arriveranno tra una settimana. Il nome della loro ammiraglia, la Uss Tripoli, è un monito: ha sostituito l’omonima portaelicotteri che venne quasi affondata da una mina nel Golfo Persico nel 1991. Per liberare il mare da queste bombe sommerse servono unità specializzate, che l’America ha rottamato: per questo Trump chiede il sostegno degli europei che invece – a partire dall’Italia – hanno mezzi ed esperienza. Il Pentagono sembra impegnato in una corsa per tappare le falle, trasferendo ora gli strumenti fondamentali che erano rimasti in patria come i droni antidrone Merops.
Chi sembra avere le idee chiare è Israele. Ha diminuito il volume di fuoco sull’Iran e si concentra sul Libano. Sa che il potenziale bellico di Teheran è amputato, se non azzerato, così investe sulla resa dei conti con Hezbollah. In Iraq gli americani bersagliano le milizie sciite irachene, che replicano con raffiche di droni. E in questo terribile effetto domino ci si interroga su cosa farà un’altra pedina filo-iraniana: gli Houthi yemeniti. Finora si sono limitati agli slogan, ma possono sbarrare il Mar Rosso e dare il colpo di grazia al commercio marittimo.