Corriere della Sera, 15 marzo 2026
Figli ansiosi di genitori in ansia
I ragazzi non stanno bene, forse è sempre stato così, sicuramente lo è adesso. Dal rapporto Unicef emerge che, a livello globale, un adolescente su 7 tra 10 e 19 anni convive con un disturbo mentale. Si stima che, entro il 2030, si perderanno 42 milioni di anni di vita in salute a causa di problemi psichici o suicidi. Per la Commissione Lancet 2025, l’adolescenza è una fase cruciale: il 75% dei disturbi mentali insorge prima dei 24 anni. In Italia, il tema della salute mentale è diventato centrale con la pandemia come se il Covid fosse stato il detonatore di qualcosa che i giovani covavano da tempo.
Il malessere tra le nuove generazioni emerge dall’indice utilizzato dall’Istat, una misura del disagio psicologico attraverso l’indagine di quattro dimensioni (ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale o emozionale e benessere psicologico). Dall’inizio della pandemia, tra i 14-19 anni, si è riscontrato il peggioramento più consistente, passando dal 73,9 a 70,3. Dopo un lieve miglioramento nel 2022, si è tornati al di sotto dei livelli pre-pandemici, con il 71,8 registrato nel 2024. «Da un lato ci sono più diagnosi perché è diminuito lo stigma: oggi i ragazzi parlano con maggiore libertà del proprio disagio emotivo e le famiglie sono più propense a rivolgersi a uno specialista. Dall’altro sono aumentati i fattori di rischio: instabilità socioeconomica, pandemia, sovraesposizione digitale, cambiamenti nei modelli educativi. I giovani vivono in un contesto performativo, con scarse occasioni di sperimentare la frustrazione e i genitori, a loro volta preoccupati e alle prese con un carico quotidiano elevato tra lavoro e responsabilità, faticano a porre confini chiari» afferma Valentina Di Mattei, professoressa all’Università Vita Salute San Raffaele e presidente dell’Ordine Psicologi della Lombardia. problemi nella gestione delle emozioni, bassa autostima, difficoltà scolastiche sono situazioni che ogni adolescente ha sperimentato. Distinguere i fisiologici alti e bassi di questo periodo dalla vita da un vero e proprio disturbo mentale, però, non è un’impresa semplice. «L’ansia è una risposta emotiva adattiva che segnala un potenziale pericolo e attiva i nostri sistemi di allerta. È fisiologica quando è proporzionata alla situazione e temporanea, come possono essere per un ragazzo i momenti prima di un esame» spiega Valentina Di Mattei. Ma come capire quando diventa patologica? «Quando è eccessiva, persistente e compromette il funzionamento quotidiano (scuola, relazioni, sonno). La paura è una risposta immediata a un pericolo concreto e reale; l’ansia è l’anticipazione di una minaccia futura. Dal punto di vista neurobiologico, entrambe coinvolgono l’amigdala, il “sensore di allarme” del cervello, che rileva rapidamente le minacce e attiva le risposte di stress. Nella paura reagisce a pericoli reali; nell’ansia può attivarsi anche di fronte a minacce vaghe o anticipate, mantenendo lo stato di allerta più a lungo» chiarisce l’esperta.
Negli adolescenti può esprimersi attraverso somatizzazioni come mal di testa, dolori addominali ricorrenti, vertigini o sensazione di oppressione toracica. O attraverso classici sintomi come tachicardia, nausea e tensione muscolare. Sul piano cognitivo prevalgono preoccupazione eccessiva e rimuginio, irrequietezza, paura e irritabilità. Quando la crisi è intensa può insorgere l’attacco di panico. Coinvolge la sfera cognitiva (paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, sensazioni spiacevolissime) e quella fisica (tachicardia, dispnea, sudorazione). Generalmente si tratta di episodi che si risolvono nell’arco di 30-40 minuti circa.
Ma ansiosi si nasce o si diventa? La componente biologica ha il suo peso. «L’ansia è associata a una maggiore reattività dell’amigdala e a un’alterata regolazione di alcuni neurotrasmettitori (serotonina, Gaba e noradrenalina). Inoltre, quando il sistema che regola la risposta allo stress funziona in modo inefficace, il corpo può rimanere in uno stato di allerta continuo. Le ricerche mostrano che, nelle persone ansiose, le aree del cervello che dovrebbero “calmare” le emozioni faticano a regolare l’intensità delle risposte emotive, che tendono ad attivarsi più facilmente e a spegnersi più lentamente» precisa la psicologa.
Fondamentale riconoscere i campanelli d’allarme: ritiro sociale, crisi di pianto o rabbia, evitamento scolastico, sintomi fisici ricorrenti, alterazioni del sonno o dell’appetito, calo del rendimento. «Se questi comportamenti, insieme alle manifestazioni somatiche del disagio emotivo, persistono per più di qualche settimana, è consigliabile una valutazione specialistica. L’ansia non è un difetto, ma un segnale da ascoltare. Esistono percorsi efficaci, psicologici e, quando necessario, integrati con un supporto farmacologico: un intervento precoce fa la differenza» sottolinea Di Mattei.
Gabriele Masi, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria e Psicofarmacologia dell’Età Evolutiva, Irccs Fondazione Stella Maris di Pisa, spiega: «L’ansia non è un disturbo grave, ma può causare intensa sofferenza. La paura del giudizio, di non soddisfare le richieste, il vivere ogni evento come un esame può causare una fuga dalle relazioni sociali, ma anche dalle normali attività quotidiane. La scuola, dalle elementari alle superiori, in cui convergono ansie sociali e prestazionali, può causare sofferenza e talvolta un rifiuto totale, anche con prestazioni normali se non ottime».
L’intervento psicologico e psicoterapeutico rimane centrale, in alcune situazioni, però, il ricorso al trattamento farmacologico è inevitabile.
«Come la febbre va da 37 a 41 gradi, così i disturbi d’ansia variano per sofferenza e incapacità di affrontare la vita. Un aiuto psicologico è necessario per portare i pensieri di questi ragazzi dalla dimensione dell’incubo a quella della realtà. Ma se la febbre dell’ansia è a 40 o 41, la sofferenza può ostacolare un’elaborazione psicologica. In questi casi un farmaco può facilitare una psicoterapia» specifica l’esperto.
Qual è la giusta terapia per un adolescente e cosa devono sapere i genitori? «L’indicazione al farmaco deve essere attentamente valutata nelle forme più gravi, con verifica nelle prime settimane e sospensione dopo alcuni mesi di miglioramento. Un dolore emotivo intenso non dovrebbe mai essere lasciato non trattato, esattamente come il dolore fisico. I farmaci più usati agiscono potenziando la trasmissione della serotonina: sono detti antidepressivi ma hanno un effetto maggiore sull’ansia che sulla depressione e possono dare sollievo già nelle prime settimane. Non dovrebbero mai essere usate in età evolutiva le benzodiazepine (ansiolitici) con azione rapida, ma effetti negativi su attenzione, memoria e, a lungo termine, rischio di assuefazione e dipendenza».
Il rapporto OsMed sull’uso degli psicofarmaci in Italia nel 2024 ha segnalato che l’utilizzo sotto i 17 anni è più che raddoppiato rispetto al 2020 passando dallo 0,26 allo 0,57%.
«È il dato più basso d’Europa, un terzo rispetto alla Francia. Curando con farmaci 1 su 200 adolescenti, dovremmo chiederci, se, sulla base di un pregiudizio, non stiamo impedendo a pazienti sofferenti e a rischio, spesso con disturbi ben più gravi dell’ansia, di ricevere le cure che ricevono i loro coetanei francesi o spagnoli» conclude Masi