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 2026  marzo 15 Domenica calendario

Intervista ad Antonello Piroso

Spoiler: all’ultimo capitolo Antonello Piroso ci svela che questo libro lo ha scritto per affrontare i sensi di colpa e cancellarli dal viaggio della sua vita (il copyright lo lasciamo a Vasco Rossi). Ma per capire se l’operazione gli sia effettivamente riuscita non basta il finale, il libro bisogna leggerlo per intero. Papà. Anatomia di un amore disperato (Piemme): duecento pagine che raccontano il rapporto complicato con un padre anaffettivo, fatto di sofferenza e speranza. Amore. Pagine raccontate con l’urgenza del dolore, si leggono letteralmente in un fiato.
Sembra che lei Antonello questo libro lo abbia scritto in apnea, ci sono praticamente soltanto virgole, mosche bianche i punti che definiscono i paragrafi.
«È così, ero in apnea mentre ci lavoravo. Ho impiegato una settimana a finirlo, chiuso nella casa dei miei suoceri ad Ovindoli, solo con il mio cane, Giulietta. Sono entrato a Natale, sono uscito a Capodanno. Non c’era nemmeno un po’ di neve. Scrivevo dalle cinque del mattino fino a notte».
Chi era Giuseppe Piroso?
«Un valoroso appartenente alla Guardia di Finanza».
E nel privato?
«Un calabrese con un vissuto complesso. Mi costa fatica dirlo, ma la verità è che mio padre era anche violento».
Violento?
«Diciamo che ricorreva alle maniere forti nei miei confronti, nei confronti della mia sorellina più piccola. A volte anche nei confronti di mia madre».
Come si possono provare sensi di colpa verso un uomo violento?
«Mio padre era molto più di questo, con un vissuto articolato e difficile. Aveva conosciuto suo padre soltanto a sei anni compiuti, ma dopo era cresciuto senza di lui. Quando cresci senza padre diventi anaffettivo di default, l’affetto non lo conosci proprio, non puoi sapere come fare a trasmetterlo».
Anche lei è cresciuto senza suo padre?
«No, mio padre c’era, ma era come se non ci fosse».
Perché?
«Ho dovuto aspettare i quarant’anni e l’intervento di uno psicologo per capirlo».
Cosa ha capito?
«Parlavo di mio padre allo psicologo e continuavo a dire frasi come: “Avrei dovuto dirlo a mio padre”. “Mi sarebbe piaciuto dirlo a mio padre”. Finché lui non mi ha interrotto: ma perché non lo ha mai detto a suo padre ?».
Perché?
«Ero convinto che non sarebbe stato in grado di capire. Di capire emotivamente me, prima di tutto».
Suo padre era ancora vivo quando è andato dallo psicologo?
«Sì, parliamo dei primi anni Duemila. Lui è morto nel 2020, durante il Covid quindici giorni prima di mia madre».
Dopo quella seduta è successo qualcosa?
«Ho preso coraggio. Sono andato al suo compleanno con una poesia di Camillo Sbarbaro: “Padre, se anche tu non fossi il mio Padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso, egualmente t’amerei”. Gli ho copiato questi versi a mano e gliel’ho dati».
E lui?
«Si è messo a piangere. L’ultima cosa che mi potevo aspettare».
Anche Antonello a questo punto piange, tira su con il naso.
«Ho avuto uno sbandamento emotivo. Mi ha fatto sbandare il ricordo. Scoprire che anche lui sapeva emozionarsi. Credevo che le emozioni proprio non le conoscesse».
E cosa ha fatto in quel momento?
«Niente».
Allora cosa ha fatto dopo?
«Niente. E questo è il nodo che forse devo ancora finire di sciogliere».
Ci spiega?
«A quarant’anni avevo raggiunto la consapevolezza: fino a quel momento avevo ignorato mio padre e lo avevo fatto perché lo consideravo non attrezzato culturalmente, non elevato spiritualmente».
Invece?
«Davanti alle sue lacrime in un solo momento avevo invece scoperto la sua testa, la sua anima. Il suo cuore. Ma subito dopo ho ricominciato a fare come se questa illuminazione non l’avessi mai avuta. I sensi di colpa si sono accesi in quel momento. E sono rimasti vivi, fino al termine della sua vita».
Quando è morto suo padre?
«Nel 2020, in pieno Covid. Era ricoverato con mia madre in una residenza per anziani. Nessun prete è voluto entrare nella struttura per benedirlo».
Questo però non è colpa sua.
«No. Ma in qualche modo avrei potuto evitare che i miei genitori finissero in quella residenza per anziani. Di loro si è sempre occupata mia sorella piccola che abitava a Grosseto, vicino a loro. Poi a un certo punto non ce l’ha più fatta da sola. Io non c’ero, non c’ero mai stato».
Volutamente?
«No, ero semplicemente molto egoista, concentrato sul mio ombelico, impegnato sulla mia carriera, a fare viaggi, a coltivare i miei interessi. E a fare da sentinella c’era sempre e soltanto lei».
Ed è dopo la morte che ha cominciato a scrivere questo libro...
«Prima sono disceso agli inferi. Mi sono messo davanti allo specchio e ho cominciato a raccontarmi le cose per come sono e non per come vorresti che fossero».
Quanto è durata questa discesa?
«Cinque anni di macerazione».
Poi tutto è venuto fuori in sette giorni.
«E tanti amici che hanno letto il manoscritto si sono ritrovati nelle mie pagine. Nei valori universali dei sentimenti tra padre e figlio».
E Antonello Piroso che papà è?
«Non so come sono. So come cerco di essere con tutte le mie forze con Romeo: presente. Fisicamente e emotivamente».
Suo figlio si chiama Romeo, il suo cane Giuletta, difficile pensare che siano nomi dati per un caso...
«Infatti non lo sono».
Chi è venuto prima?
«Romeo, ha quasi dieci anni, un nome scelto per via di un monologo che stavo facendo al Piccolo Eliseo quando mia moglie Lucia era incinta».
È contento di come sta crescendo Romeo?
«Sì, intanto diciamo che sta crescendo tanto. Intendo in altezza. Sua madre è un ex-giocatrice di pallavolo ed è alta un metro e 84. Romeo è già un metro e 60 e porta 40 di piede».
Lei quanto è alto?
«Un po’ di meno, un metro e 75».

Soffre del complesso dell’altezza verso sua moglie?
«No affatto. Appena conosciuti una sera che dovevamo uscire Lucia mi ha chiesto se poteva mettersi i tacchi. Io le ho risposto che minimo doveva mettersi un tacco dodici. Non sono mica come Tom Cruise».

Intende con Nicole Kidman?
«Già, lei quando si è separata da Tom Cruise ha rilasciato interviste dicendo che finalmente poteva tornare a mettersi le scarpe che preferiva».
Lei adesso lavora alla radio, ma ha fatto tanta televisione, si ricordano con piacere i suoi monologhi su La7, il più famoso quello su Enzo Tortora.
«Sì, poi anche sul Commissario Calabresi, Walter Tobagi, Giorgio Ambrosoli. Parliamo di diciotto anni fa, sono contento di aver potuto sperimentare quella che all’epoca era una formula praticamente sperimentale. Come mi è successo con Omnibus».
Cosa è successo?
«Sono arrivato a La7 quando Omnibus andava malissimo, volevano chiuderlo. Lo hanno dato a me, dovevo accompagnarlo al campo santo. Ho pensato di avere in mano un’opportunità: potevo farne quello che volevo».
Ed è venuto fuori il programma Omnibus che ancora oggi vediamo su La7.
«Esatto, a dispetto di Maurizio Costanzo che all’epoca era consigliere della tv e mi provocò: “Vojo proprio vedè chi te viene la mattina in uno studio televisivo a parla’ de’ politica».
Ci racconta un aneddoto divertente del suo Omnibus?
«Il pizzino di Nicola La Torre, divenne un tormentone di Striscia la notizia».
Che successe?
«La Torre all’epoca era l’uomo forte del fortissimo Massimo D’Alema: un mio cameramen lo beccò mentre scriveva e passava un biglietto di consigli a quello che nel dibattito avrebbe dovuto essere il suo avversario politico».