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 2026  marzo 15 Domenica calendario

Iran, le richieste contraddittorie di Trump agli alleati

La disinvoltura con cui Donald Trump ha fatto per anni affermazioni contraddittorie, giocando coi «fatti alternativi» – sortite che facevano scuotere la testa alle cancellerie di mezzo mondo suscitando commenti prima sorpresi, poi sarcastici – ora, in tempo di guerra, diventa materia di sconcerto e allarme per molte capitali: quelle dei Paesi chiamati dal presidente americano a mandare unità militari a difendere dagli iraniani la navigazione nello stretto di Hormuz («Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e decimato l’Iran ma i Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono occuparsi di quel passaggio»). Il tutto pochi giorni dopo i commenti sprezzanti di Trump all’offerta della Gran Bretagna di inviare due portaerei in Medio Oriente («non ci servono più, non vogliamo gente che si unisce alla guerra quando l’abbiamo già vinta») e nonostante i ripetuti annunci del presidente di aver «distrutto il cento per cento della capacità militare dell’Iran».
La Casa Bianca dà la sensazione di preoccuparsi soprattutto dell’effetto mediatico delle sue parole, essenzialmente in chiave interna. Da qui i tentativi anche visuali di far apparire la guerra come un grande videogioco. Una deriva pericolosa, denunciata anche dall’arcivescovo di Chicago, il cardinale Cupich, che l’ha definita «disgustosa» e «un profondo fallimento morale». La reti tv, come la Cnn, che hanno dato ampia diffusione ai messaggi di «gamificazione» della guerra diffusi dalla Casa Bianca, tra incroci con videogiochi come Call of Duty e con clip di film su eroi combattenti (Braveheart, Iron Man, Top Gun, Il Gladiatore), hanno ricevuto i complimenti dei comunicatori del presidente anche quando il loro obiettivo era stigmatizzare questi messaggi. Può apparire strano, ma evidentemente quelli che un portavoce ha definito «i nostri video più spettacolari» servono a Trump, in un momento di difficoltà, in mezzo al guado della guerra, a dare messaggi di forza, cercando di puntellare l’immagine di un leader sempre pronto a colpire duro.
Ma, intanto, sul piano strategico il presidente pare brancolare nel buio. O sta cominciando a prepararsi a un conflitto che potrebbe essere destinato a durare a lungo, anche se lui continua a dire che la resa di Teheran è imminente.
Difficile spiegare altrimenti l’appello a cinque Paesi – Cina, Giappone, Corea del Sud, Gran Bretagna e Francia, oltre ad altri «volenterosi» – a dislocare navi nell’area del Golfo: per preparare le unità e trasferirle dall’Estremo Oriente ci vorrebbero settimane. E cosa andrebbero a fare fregate e incrociatori, visto che lo stesso Trump ammette che, azzerate marina e aviazione dell’Iran, i pasdaran riescono comunque a colpire con droni, minuscoli barchini e le mine sparse in mare? Semmai il segnale è politico: il tentativo di coinvolgere la Cina in un’azione di «polizia dei mari». Alla quale Pechino, che per adesso continua a ricevere il petrolio iraniano, con ogni probabilità risponderà in modo negativo.
Un altro passo fa pensare a una Casa Bianca che, caduta nella trappola di Hormuz nonostante i moniti dei generali del Pentagono (avvertimenti più volte ripetuti dallo stesso capo di Stato maggiore, il generale Dan Caine, ma ignorati dal presidente) starebbe lentamente prendendo atto della prospettiva di un lungo conflitto di attrito: l’ordine esecutivo, firmato venerdì sera da Trump, che amplia la possibilità di ricorso al Defense Production Act: una legge che consente di militarizzare industrie civili in tempo di guerra. Secondo il sito Axios, l’obiettivo è quello di riattivare la produzione di alcune piattaforme petrolifere al largo delle coste californiane. Anche qui tempi lunghi e, ancora una volta, un’operazione che sembra più una manovra politica (una disputa col governatore democratico della California, Gavin Newsom) che un contributo sostanziale all’emergenza energetica: anche se riattivati rapidamente, i pozzi offshore potrebbero dare dai 45 mila ai 55 mila barili di petrolio al giorno (con la possibilità di arrivare fino a 60 mila nel 2030): appena lo 0,05% di quello che manca ogni giorno sui mercati – 20 milioni di barili di greggio – a causa della chiusura di Hormuz.