Corriere della Sera, 15 marzo 2026
L’esercito Usa chiede fondi per altri 90-100 giorni
Dateci le «risorse» per far fronte a 90-100 giorni di guerra. È la richiesta che, secondo quanto risulta da fonti diplomatiche europee, il Centcom, il Comando centrale delle forze armate americane, con sede in Florida e competenza sull’intera regione del Medio Oriente, ha inviato nei giorni scorsi al Pentagono. I generali che stanno gestendo l’operazione «Epic Fury» chiedono più soldati, più mezzi, più equipaggiamenti. Ciò significa che il Dipartimento alla Difesa dovrebbe stanziare altre decine di miliardi di dollari che andrebbero ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra.
È un’indiscrezione che sembra offrire una pista nella confusione permanente creata dagli annunci contraddittori di Donald Trump. Arrivati a questo punto, sondata l’aspra difesa degli ayatollah, i vertici militari americani sembrano ritenere che il conflitto possa continuare almeno per altri tre mesi. Un orizzonte molto più lungo, quindi, delle «quattro-sei settimane», ipotizzate pubblicamente dal presidente. Sempre che la Casa Bianca confermi gli obiettivi di partenza: disarticolare le forze armate degli ayatollah, in particolare la Marina militare; neutralizzare la minaccia missilistica; azzerare la capacità nucleare.
In questo quadro si comprende meglio perché il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, abbia accolto una sollecitazione più specifica del Centcom, forse la prima di una lunga serie. Così una flottiglia di tre navi, guidata dall’unità anfibia d’assalto «Tripoli», lascerà la base nipponica di Sasebo per fare rotta verso l’Iran. La squadra trasporterà un contingente di 5 mila militari, tra i quali 2.500 marines finora di stanza a Okinawa, sempre in Giappone. Completerà lo schieramento di uno «squadrone», cioè due o tre dozzine di F-35 i più micidiali caccia in dotazione all’Aeronautica.
La spedizione anfibia e la presenza delle truppe scelte dei marines ha subito spinto gli analisti americani a ipotizzare una possibile incursione nell’isoletta di Kharg, già bersagliata dai bombardamenti Usa. Non si esclude, quindi, che Trump stia pensando a occupare stabilmente quel frammento di terra, 22 chilometri quadrati incuneati nella parte alta dello Stretto di Hormuz. Uno snodo vitale per l’Iran, visto che ospita fondamentali infrastrutture petrolifere da cui transita circa il 90% del greggio destinato all’esportazione. Certo, le conseguenze geopolitiche di un’operazione simile potrebbero essere devastanti. Gran parte di quel petrolio è acquistato dalla Cina. Trump ha davvero intenzione di mettere un tappo a forniture cruciali per Pechino? Probabilmente punta a sostituirsi agli iraniani, senza alterare il flusso degli idrocarburi in viaggio verso la Cina. O, altro scenario, la mossa americana va interpretata come un pesante avvertimento, forse l’ultimo, per il regime degli ayatollah.
C’è, però, anche un’altra pista complementare. Nelle scorse settimane, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman si sono riuniti ufficialmente più volte nel Consiglio di Cooperazione del Golfo. Inoltre, i contatti informali tra le diverse capitali della regione sono costanti. Le sei monarchie si sono subito trovate d’accordo su un punto: bisogna assolutamente evitare l’allargamento del conflitto; occorre, quindi, limitarsi a difendere il proprio territorio dai missili e dai droni iraniani, senza pianificare alcun contrattacco su Teheran. I monarchi sunniti sono convinti che lo scontro totale con gli ayatollah iraniani avrebbe conseguenze devastanti per il Medio Oriente, l’Europa, l’Asia e gli stessi Usa. Ecco perché anche i Paesi più colpiti, come gli Emirati Arabi, bersaglio di circa il 40% dei droni complessivi lanciati dall’Iran, continuano a incassare, pur avendo a disposizione arsenali iper tecnologici.
Nello stesso tempo, però, sauditi, emiratini e tutti gli altri hanno cominciato a fare pressione sugli Stati Uniti: dovete riaprire al più presto lo Stretto di Hormuz e riportare in sicurezza la navigazione delle petroliere. Secondo gli arabi, sarebbero sufficienti blitz mirati. Un diplomatico del Golfo si sarebbe rivolto più o meno in questi termini agli interlocutori occidentali: qui non è in gioco solo il greggio, quella è la superficie della questione; bisogna capire se a Teheran verrà concessa la possibilità di ricattare il resto del mondo, manovrando il traffico di merci.
Altre realtà, invece, spingono per riprendere il filo del dialogo. La Turchia sembra più avanti di tutti. Nei giorni scorsi, i rappresentanti di Recep Tayyip Erdogan avrebbero già incontrato le controparti di Teheran.