La Stampa, 14 marzo 2026
Intervista a Toni D’Angelo
«Fino a quando ho vissuto a Napoli, mio padre è stato un’ossessione. Erano gli anni del suo boom e io ero molto piccolo, per me Nino era mio padre e basta, sapevo che cantava e che era famoso, tutto il resto non potevo capirlo. Sono cresciuto timidissimo, introverso, sentivo la pesantezza di avere un genitore così, avevo la sensazione che gli amici fossero amici solo perché ero il figlio di Nino D’Angelo». Nato a Napoli, nel 1979, Toni D’Angelo è un regista figlio d’arte che ha scelto di guardare dentro la propria sofferenza, scavando nel dolore e cercandone le radici, ma anche girando un film, Nino 18 giorni (ora in corsa per i David di Donatello, dopo il premio speciale ai Nastri d’Argento), che ripercorre le tappe di un rapporto difficile. A iniziare proprio da quei 18 giorni, quelli che Nino, trattenuto a Palermo dall’onda montante del successo, non aveva potuto trascorrere con il figlio appena nato.
Come si è liberato di quell’ombra, di quel peso che aveva avvertito così forte da bambino?
«È successo quando ci siamo trasferiti a Roma, allora, finalmente, ho sentito che qualcosa si sbloccava, ne ho un ricordo preciso, come se fosse accaduto ieri. Ho avvertito per la prima volta la libertà di poter fingere di essere solo Toni, non dicevo mai di chi ero figlio e, fino a che non lo scoprivano, stavo benissimo. Mi sentivo più libero, più leggero, a Roma nessuno mi conosceva, imparai ad essere me stesso, come se per un attimo quello che mio padre era per gli altri, non avesse nulla a che fare con me. Per lui, invece, quello fu l’inizio della solitudine, Roma era troppo grande, troppo fredda, piena di strade sconosciute…».
Suo padre si è mai accorto del suo disagio, secondo lei ha sensi di colpa per averlo involontariamente provocato?
«Spero di no, ma sono sicuro di sì. Durante la lavorazione del film abbiamo parlato tanto, era inevitabile, le riprese sono state anche un po’ il pretesto per dirci delle cose. Una volta mio padre mi ha detto “se avessi saputo di tutta la sofferenza che ti ho provocato, sarei rimasto per tutta la vita a vendere gelati alla stazione”. È una cosa che mi è piaciuta molto. Un genitore può avere dei sensi di colpa, ma io non ho mai colpevolizzato mio padre e certo lui sa che non ha mai fatto niente apposta, la mia ribellione non era contro di lui, ma contro le persone che mi consideravano solo come suo figlio, anche se io sentivo di aver cose mie da dire».
Si è ribellato anche attraverso la musica, giusto?
«Sì, dovevo essere diverso da mio padre e soprattutto dal suo mondo. Mi sono sempre piaciute le chitarre elettriche e la musica tosta, mi fanno stare bene. La passione per l’heavy metal e per il rock progressivo è venuta per reazione, per prendere le distanze dall’universo che ruotava intorno a mio padre, ho cominciato ad ascoltare i Metallica, Sepoltura, Nirvana, musica scura, ruvida, lontana anni luce dalle sue melodie, in quegli anni volevo solo lottare».
L’altra sua passione riguarda il cinema, si è iscritto al Dams di Bologna, ha studiato all’Università Roma Tre, ha fatto una tesi su Abel Ferrara, titolo Il mondo poetico di Abel Ferrara, e ha iniziato a lavorare con lui. Come è andata?
«Ci siamo conosciuti all’università, ero un suo grande fan, lui era stato invitato alla Sapienza, per tenere un incontro con gli studenti. Sono andato a sentirlo e l’ho tartassato di domande, dopo mi ha detto che non ne poteva più, però mi ha lasciato il suo numero e poi mi ha chiamato».
Almeno in apparenza Nino D’Angelo e Abel Ferrara sembrano personalità molto diverse. È così?
«In realtà non sono poi così lontani, in tutti e due sono molto presenti i concetti di famiglia e di religione, in Abel c’è tanto del mondo di mio padre, in realtà si somigliano, sono due meridionali, entrambi fortemente legati alle radici, Abel mi ha parlato per tre anni di un suo nonno di Sarno, panettiere, e del fatto che doveva andare a ritrovare la sua famiglia».
Che cosa ha imparato girando Nino 18 giorni?
«Sono cresciuto tantissimo. Sicuramente ho scoperto che avevo bisogno di dire certe cose. Per tutta la vita sono stato una persona chiusa e silenziosa, fare questo film mi ha insegnato a prendere coraggio e a spiegare quello che provavo. Ho avuto la fortuna di poter fare un film con mio padre e di dichiarare sentimenti, stati d’animo, che, altrimenti, non sarei mai riuscito a dirgli in faccia».
Quali sono i consigli che suo padre ha tenuto a darle?
«Mi ha sempre ripetuto “stai attento, la gente ti fa soffrire”, aveva paura che potessi avere delle delusioni, che facendo un lavoro come il regista, in cui inevitabilmente ci si espone, potessi stare male ricevendo critiche. È molto protettivo».
Nel film racconta anche il periodo in cui suo padre ha sofferto di una forte depressione. È capitato anche a lei di stare male in quel modo?
«Ho avuto anche io, in forma più leggera, un periodo di attacchi di panico. È successo nella fase a cavallo con gli esami di maturità, non capivo nulla di quello che mi stava succedendo, ero spaventato da tutto, avvertito un senso di confusione totale, una sensazione bruttissima. Fortunatamente, accanto a me, c’era mio padre, quella volta è stato capace, anche attraverso le parole di una sua canzone, di farmi comprendere quello che vivevo, e io ho capito di somigliargli, che reagivamo allo stesso modo. Il film è servito pure a fargli sapere di essere stata la persona che, più di tutti, mi ha aiutato a superare quei momenti difficili».
Si è mai chiesto le ragioni del fenomeno Nino D’Angelo?
«Sì, Nino D’Angelo è la voce che riscatta un popolo intero. Nell’86, a Sanremo, parlava come se fosse Masaniello, senza averne nessuna consapevolezza mio padre è molto politico, è come se si fosse caricato sulle spalle la responsabilità di fare giustizia per la classe sociale da cui proviene. Lo ha fatto agli inizi e lo fa tuttora, anche se con una musica completamente diversa, per quello è amato da tutti».
Che cos’è Napoli per lei?
«Le radici, quello da cui tutto ha avuto inizio e da cui non si può scappare. Ci sto spessissimo, i miei migliori amici sono napoletani, tra questi il produttore scomparso Gaetano Di Vaio, che mi fa piacere ricordare, perché per me è stato più di un fratello, un punto di riferimento fondamentale. È stato lui a insistere tantissimo, a convincermi che avrei dovuto fare un film su mio padre, e infatti poi lo ha prodotto».
Se dovesse scegliere un momento della relazione tra lei e suo padre, quale sceglierebbe, quale fermerebbe nel tempo?
«Forse proprio la realizzazione di questo film. Quando mio padre lo ha visto per la prima volta è rimasto scioccato, ma anche felice. Temevo il suo giudizio, e invece gli è piaciuto da subito tantissimo».
Che nonno è Nino D’Angelo?
«Straordinario. Starebbe solo e sempre con i suoi nipoti, che infatti impazziscono per lui. Fa il baby sitter, spesso gli lascio i miei figli più piccoli, lui è uno che gioca…adesso fa con loro quello che con noi ha fatto molto poco, perché erano gli anni in cui non aveva tempo».