La Stampa, 14 marzo 2026
Alla cerimonia degli Oscar c’è paura di attentati
«Sono in costante coordinamento con i funzionari della sicurezza e dell’intelligence, compreso l’Ufficio per i servizi di emergenza, per monitorare le potenziali minacce, comprese quelle legate al conflitto in Medio Oriente». È la dichiarazione rassicurante del governatore della California Gavin Newsom dopo che, a un giorno dalla cerimonia degli Oscar prevista per domani, l’Fbi ha diramato un’allerta alle forze di polizia dello Stato. Nella nota si dice che l’Iran, nel caso di un attacco americano, avrebbe a sua volta pianificato «un attacco a sorpresa utilizzando velivoli a pilotaggio remoto partendo da un’imbarcazione non identificata al largo delle coste del territorio nazionale degli Stati Uniti». Se la guerra condotta da Usa e Israele contro l’Iran fino a qualche giorno fa era solo uno spettro, oggi questo spettro è una realtà con la quale la serata più glamour dell’intrattenimento mondiale deve volente o nolente fare i conti. Il caso estremo? L’annullamento del red carpet, un momento di frivolezza necessario all’economia dello show che però, un po’ per ragioni di sicurezza un po’ per non sembrare insensibili, potrebbe essere cancellato. Una decisione che al momento sembra improbabile, ma che negli incubi degli organizzatori esiste. Tutto questo in un anno in cui l’Iran sta vivendo una delle stagioni più importanti della sua storia cinematografica. Agli Academy Awards ci sono ben due film iraniani, il documentario “Cutting Through Rocks” e “Un semplice incidente” del regista Jafar Panahi, già Palma d’Oro a Cannes e candidato sia come miglior film internazionale (in rappresentazione però della Francia) e sia come migliore sceneggiatura originale. Condannato in dicembre in contumacia dalle autorità iraniane, Panahi sarà presente alla cerimonia ma ha già detto che dopo tornerà in Iran, dove lo attende una condanna in carcere per aver svolto «attività di propaganda» contro il regime, mentre Mehdi Mahmoudian, il suo co-sceneggiatore, è già stato arrestato. «Come molti che hanno sofferto in questo periodo, sapere che la Guida Suprema Ali Khamenei è morto mi ha reso felice e triste allo stesso tempo», ha detto Panahi. «Nell’ultima lettera aperta di gennaio chiedevamo che si facesse da parte. Ora dispiace che non sarà sottoposto ad alcun processo». Anche la coppia di registi marito e moglie di “Cutting Through Rocks”, Mohammadreza Eyni e Sara Khaki, ha ammesso che celebrare il successo in mezzo al caos è difficile. Il loro film racconta la storia di Sara Shahverdi, un’ostetrica di campagna che diventa la prima donna a candidarsi alle elezioni amministrative del suo villaggio, lottando per i diritti delle donne e delle ragazze. «L’unica cosa che mi dà speranza per il futuro del nostro Paese è la sua gente: persone come Shahverdi e Khaki condividono la stessa missione di portare avanti il cambiamento», ha detto Eyni. Nella geopolitica degli Oscar non c’è solo Iran. Tra i candidati al miglior film internazionale ci sono il brasiliano “Agente segreto”, candidato a ben quattro statuette, la storia ambientata nel 1977 del professore universitario Armando Alves (il bravissimo Wagner Moura, candidato come miglior attore) vessato dalla dittatura del suo paese e costretto a vivere sotto falsa identità; “Sirāt”, il dramma on the road ispano-francese-arabo diretto da Óliver Laxe e “La voce di Hind Rajab”, sulla tragedia della bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano i cui protagonisti non saranno però presenti a Los Angeles a causa del divieto di entrata imposto dagli Usa a chiunque detenga un passaporto emesso dall’Autorità Nazionale Palestinese. Motaz Malhees, uno dei quattro interpreti del film, su Instagram si è detto addolorato. «Potete bloccare un passaporto, ma non potete far tacere una voce. Sono palestinese e di questo vado orgoglioso. La nostra storia è più grande di qualsiasi ostacolo». «Il mio compito è trovare il giusto equilibrio», ha dichiarato il presentatore della serata Conan O’Brien. A lui l’incarico di dettare il tono, tra desiderio di intrattenere e sensibilità per la realtà della guerra. Ad aiutarlo un precedente: quando, nel 1980, Johnny Carson condusse la serata durante la crisi degli ostaggi in Iran, con 52 americani tenuti in ostaggio nell’ambasciata statunitense a Teheran.