repubblica.it, 14 marzo 2026
Usa, torna a crescere la pena di morte
La pena di morte è considerata generalmente la punizione estrema per i peggiori criminali. Ma negli Stati Uniti le cose stanno andando in modo diverso. Le persone che vengono giustiziate risultano in maggioranza povere o con problemi mentali, oppure non si sono potute permettere buoni avvocati. E molte hanno un reato in comune: sono accusate di aver ucciso un bianco. Con un intervento nella pagina degli editoriali, quella che ospita le opinioni istituzionali del giornale progressista, il New York Times ha lanciato l’allarme sull’aumento record delle esecuzioni capitali, che nel 2025 hanno segnato un primato: l’anno scorso sono state giustiziate 47 persone, il dato più alto dal 2009. Nel 2024 erano state 25, l’anno prima 24. Il numero minore è stato di 11, nel 2021, sotto l’amministrazione Biden.
Il record assoluto risale al ’99, quando ci furono 98 esecuzioni. Solo in Florida sono state giustiziate l’anno scorso 19 persone. Il record precedente del Sunshine State era di otto, registrato nel 2014. Tutti questi dati sono stati raccolti dal Death Penalty Information Center, noprofit fondata a Washington negli anni ’90 che raccoglie dati a partire dal 1976, considerato un “anno zero” in tutti i sensi: non ci furono esecuzioni. Poi passarono a una nel ‘77, ancora zero nel ‘78, fino al primo balzo, ventuno, registrato nell’84. Rispetto ad allora i numeri sono raddoppiati e anche con strappi legali.
Il governatore repubblicano Ron DeSantis ha firmato una legge che impone la pena di morte per gli immigrati illegali che commettono omicidi, nonostante una sentenza della Corte Suprema, nell’87, abbia stabilito che nessuna condanna può essere decisa in automatico e in anticipo. Il nome di questa legge è Trump Act, e non è un caso: dal ritorno alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha spinto per l’aumento delle esecuzioni, scelta che ha generato entusiasmo nella base Maga. Ma nessuno vuole andare a vedere le vere storie dei giustiziati.
Anthony Boyd, che ha sempre sostenuto la propria innocenza fino a quando l’Alabama lo ha giustiziato l’anno scorso, quando aveva 54 anni, era stato difeso da un avvocato d’ufficio inesperto. I testimoni che lo avevano accusato erano apparsi contraddittori. Charles Flores, 56 anni, ha trascorso ventisette anni nel braccio della morte in Texas per una condanna per omicidio basata solo sulla testimonianza di una persona sottoposta a ipnosi dalla polizia, una tecnica che serve, in teoria, a far affiorare meglio i ricordi. Robert Roberson, autistico, continua ad attendere l’esecuzione nonostante le testimonianze contro di lui, accusato di aver ucciso la figlia di due anni scuotendola con violenza, siano risultate screditate. La piccola sarebbe stata già gravemente malata.
A rendere la situazione ancora più ingiusta è il fatto che le esecuzioni sempre più spesso presentano problemi tecnici: detenuti a cui viene iniettata nelle vene una sostanza letale, a volte sopravvivono per poi morire dopo trenta minuti e atroci sofferenze. Il quotidiano newyorkese ha messo in rilievo come nel mondo occidentale, di cui gli Stati Uniti si considerano capofila, abbiano abolito la pena capitale: tutta l’Europa occidentale, più il Canada. Ma anche Messico, Argentina, Brasile, Cile, Marocco, Sudafrica e Australia. Nel gruppo di cui fanno parte gli Stati Uniti ci sono, invece, Paesi considerati non propriamente fari della democrazia come Afghanistan, Cina, Iran e Corea del Nord. Questa eccezione occidentale tra le democrazie è diventata ancora più evidente con l’aumento delle esecuzioni.
Anche il numero di chi si oppone è in crescita, grazie all’aumento di casi di persone scagionate. Dal ’73 sono oltre duecento le persone condannate a morte e poi assolte. Ma quante non hanno avuto questa possibilità? Quante sono state giustiziate senza aver commesso reati? Nel 2003 il governatore repubblicano dell’Illinois, George Ryan, aveva concesso una commutazione generale della pena ai condannati a morte, a causa dei molti casi di detenuti uccisi ingiustamente. La Virginia, che negli anni ’90 aveva giustiziato 65 persone, ha abolito la pena di morte nel 2021. Questa settimana la governatrice dell’Alabama, la repubblicana Kay Ivey, ha commutato la condanna a morte di Charles Burton, 75 anni, coinvolto in una rapina del ’91 ma non presente sulla scena quando uno dei complici aveva sparato e ucciso. Doveva essere giustiziato giovedì. Due giorni prima è arrivata la decisione a sorpresa. Ma non tutti sembrano sulla stessa lunghezza d’onda.
Alcuni Stati hanno stabilito la segretezza delle esecuzioni, per evitare che i giornalisti potessero raccontare le sofferenze dei condannati davanti a un’esecuzione andata male. L’Indiana è uno di questi. La South Carolina ha ripreso il plotone di esecuzione, ma questo sistema da vecchio West non garantisce i risultati. L’anno scorso Mikal Mahdi, ha dovuto soffrire per più di un minuto dopo essere stato fucilato, perché i proiettili non lo avevano ucciso all’istante.