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 2026  marzo 14 Sabato calendario

Nave russa carica di gas alla deriva

Un rimorchiatore e un mezzo anti inquinamento della Marina militare italiana seguono a vista. Per fortuna, nelle ultime 24 ore, le correnti hanno trascinato la petroliera Arctic Metagaz in direzione opposta alle isole Pelagie: Lampedusa e soprattutto la piccola Linosa cominciano a tirare un sospiro di sollievo.
Così come accade per le imbarcazioni di migranti, in assenza dello Stato di bandiera (in questo caso la Russia) tocca a quello titolare della cosiddetta zona Sar farsi carico dell’intervento e, dalla scorsa notte, la misteriosa nave russa colpita alcuni giorni fa davanti alle coste della Libia, ormai alla deriva dopo l’evacuazione dell’equipaggio, è nella zona del Mediterraneo di competenza di Malta. Il che non vuol dire che le 900 tonnellate di gasolio e i due serbatoi di gas liquefatto a bordo dello scafo danneggiato da ripetute esplosioni non destino grande preoccupazione per il rischio ambientale.
«Condividiamo con Malta il monitoraggio della situazione», la decisione presa ieri a Palazzo Chigi a conclusione di un vertice convocato da Giorgia Meloni a cui hanno partecipato i ministri degli Esteri Tajani, della Difesa Crosetto, della Sicurezza energetica Pichetto Fratin, della Protezione civile Musumeci, oltre al sottosegretario alla Presidenza Mantovano e al capo della Protezione civile Ciciliano. L’Italia – è stata la decisione assunta – svolgerà attività di supporto, in attesa dell’intervento che è di competenza delle autorità maltesi. Che, al momento, si limitano a un controllo a distanza.
Secondo gli esperti non c’è un rischio concreto e immediato di inquinamento ma nessuno sa realmente cosa ci sia a bordo di questa misteriosa «nave ombra» russa e quali siano le condizioni di galleggiamento.
La Arctic Metagaz è una delle navi soggette a sanzioni, appartenente a quella flotta clandestina che continua a trasportare gas e petrolio ovunque cercando di aggirare i divieti della Ue. La ricostruzione di quel che è successo è viziata sin dall’inizio.
È la notte del 3 marzo quando la nave viene colpita da droni sottomarini (ucraini, accusano i russi), diverse esplosioni squarciano una fiancata, si sprigiona un grosso incendio. I trenta uomini dell’equipaggio vengono portati in salvo dalle motovedette maltesi e il cargo viene lasciato alla deriva. Il giorno dopo il Centro di coordinamento ricerca e soccorso libico comunica che la Arctic Metagaz è affondata a 130 miglia nautiche dal porto di Sirte. Ma non è così e la nave “ricompare” giovedì in acque internazionali, a un centinaio di chilometri da Lampedusa. Sembra muoversi verso le Pelagie e scatta l’allarme.
«Rischio ambientale elevatissimo e potenzialmente irreversibile», è la valutazione del Wwf, che chiede un intervento immediato. «Una fuoriuscita potrebbe causare incendi, nubi criogeniche letali per fauna marina, e inquinamento ampio e duraturo delle acque e dell’atmosfera», dice Giulia Prato, responsabile Programma mare di Wwf Italia. E Angelo Bonelli, di Avs, ha già presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo «che vengano attuate tutte le procedure previste dalle convenzioni marittime internazionali per mettere sotto controllo la metaniera e condurla in un posto sicuro».