Sette, 14 marzo 2026
Cos’è il il Chinamaxxing
Nel fatidico Sessantotto del secolo scorso l’onda del Libretto Rosso con i pensieri di Mao Zedong, dopo aver spazzato la Cina durante la feroce Rivoluzione culturale, arrivò nelle strade delle capitali europee dove i ragazzi di Parigi, Berlino e Roma lo sventolavano (magari senza averlo mai letto) per manifestare la loro ribellione al potere.
Sessant’anni dopo, l’era dei social network ha lanciato una nuova moda negli Stati Uniti: il Chinamaxxing. Decine di migliaia di giovani americani stanno cercando di «diventare cinesi». Come? Bevendo un bel bicchiere d’acqua calda al mattino invece del caffè per depurarsi dalle tossine; mangiando riso almeno una volta al giorno; portando pantofole di stoffa pelosa a casa; praticando tai chi in cucina; facendo la spesa in supermarket cinesi; adottando le pratiche della medicina tradizionale mandarina.
Dietro questa ventata c’è la mano di una schiera di influencer, molti dei quali americani di origine cinese, che su TikTok cantano le meraviglie dello stile di vita a Pechino e dintorni, consigliano viaggi nella caotica megalopoli di Chongqing indicandola come mecca cyberpunk. La loro parola identitaria, Chinamaxxing, unisce alla Cina lo slang da videogioco maxxing che sta per massimizzare e portare all’estremo una situazione. È diventato virale l’hashtag #newlychinese, con il quale gli adepti si sfidano ad esibire la loro nuova cinesità.
I fenomeni su TikTok nascono e si estinguono in fretta, spesso sono abbandonati dai ragazzi prima ancora che i sociologi li intercettino. Ma intanto il dibattito è aperto, il Chinamaxxing è stato raccontato dal New York Times, ha trovato un bello spazio sulla BBC ed è rimbalzato nella conferenza stampa quotidiana per la stampa internazionale del ministero degli Esteri cinese.
Il portavoce Lin Jian a febbraio ha detto che «è bello vedere che sempre più amici stranieri mostrano interesse nello sperimentare ed esplorare la vita quotidiana dei cinesi, grazie alla nuova apertura ai viaggi senza bisogno di visto introdotta recentemente dal governo della Repubblica popolare». Il diplomatico ha aggiunto che «qui in Cina i visitatori possono godersi la facilità di viaggiare usando semplicemente il loro telefono cellulare connesso al 5G per prenotare i treni ad alta velocità della nostra rete nazionale, meravigliarsi per le infrastrutture che si sommano alle bellezze storiche, immergersi nell’alta tecnologia e nell’eredità del passato».
Insomma, TikTok, nato in Cina, esportato nel mondo e oggetto di una battaglia politico-commerciale negli Stati Uniti, lanciando il Chinamaxxing ha offerto a Pechino una grande occasione per far crescere il suo soft power.
Ai ragazzi americani che vogliono «fare i cinesi» importa poco o niente che Pechino abbia fatto condannare a vent’anni di carcere l’editore di Hong Kong Jimmy Lai che con il suo giornale si era battuto per la democrazia dell’ex colonia britannica, che Xi Jinping voglia annettere Taiwan e la minacci di invasione, che il Partito comunista non ammetta opposizione né dissenso, che le industrie tecnologiche cinesi impongano la regola 996: lavoro dalle 9 del mattino alle 9 di sera per 6 giorni a settimana. Basta bere acqua calda e mangiare congee a colazione per sentirsi idealmente cinesi.
La rivista Time ha scritto che questa tendenza riflette una crescente fascinazione per la Cina di americani comuni delusi dalla politica dell’Amministrazione Trump che ha stravolto il “Sogno americano” con la stretta aggressiva nei confronti dell’immigrazione, ha introdotto lo stato di conflittualità permanente con Paesi storicamente amici e di punizione armata delle nazioni non allineate. Secondo questa lettura, l’ingenuo Chinamaxxing riflette il desiderio di un modello alternativo a quello degli Stati Uniti di oggi. Un’opportunità inattesa per il Politburo di Xi.
«La Cina si sente molto più presente nella vita degli americani di quanto non lo fosse dieci anni fa», ha detto a Time Caroline Ouellette, ricercatrice dell’University of California, spiegando che il fenomeno è figlio della penetrazione dei social media che hanno divulgato (in modo semplicistico) il modo di vivere cinese: «Online si vedono giovani eleganti a passeggio nelle metropoli della Repubblica popolare, donne che danzano nei parchi, mercati notturni vibranti». Tutto documentato da influencer che spesso hanno trascorso solo una vacanza mordi e fuggi tra Pechino e Shanghai.
È un fatto però che l’apprezzamento dell’opinione pubblica globale verso la Cina sia salito nell’ultimo anno, mentre quello degli Stati Uniti è sceso. Lo dicono i sondaggi del rispettato Pew Research Center di Washington e del Brand Finance di Londra. Quest’ultimo ha appena pubblicato il Global Soft Power Index 2026 rilevando che la Cina ha superato gli Usa in 19 delle 35 caratteristiche che formano il «marchio nazione», in particolare per la «reputazione». Tra gli indicatori in crescita, Pechino può vantare cordialità, generosità e lifestyle appeal, che in passato erano stati punti deboli (oltre alla prepotenza del Partito comunista). E poi ci sono gli interessi commerciali: secondo un sondaggio del Chicago Council on Global Affairs, il 53% degli americani sono favorevoli ai contatti con la Cina, un balzo in alto rispetto al 40% del 2024. Effetto della guerra dei dazi globali scatenata da Donald Trump, che rischia di colpire i consumatori nel carrello della spesa.
E allora, come ha raccontato al pubblico di lingua inglese la reverenda Bbc: «Ni hao, siamo tutti cinesi». Almeno su TikTok dove lo stile di vita acqua calda, erbe medicinali ed esercizi per la longevità che una volta sembravano destinati agli anziani cinesi ora attrae la Gen Z, la celebrata prima generazione digitale cresciuta con internet, smartphone e social.
L’espressione «soft power», coniata nel 1990 dal professore di Harvard Joseph Nye, riassume i mezzi pacifici con i quali un Paese ne convince altri a «volere quello che lui vuole». Il potere morbido si basa su cultura, valori, politica estera percepita come legittima ed equilibrata. Per decenni il Partito-Stato cinese si è interessato solo a mantenere il predominio e costruire una superpotenza economica, poi nel 2017 Xi Jinping ha fissato l’obiettivo nuovo: «Entro il 2050 la Cina sarà leader globale con la sua forza nazionale e la sua influenza culturale internazionale».
Xi continua a incitare i dirigenti comunisti con direttive come: «Bisogna accrescere il soft power della Cina, dare al mondo una buona narrativa cinese». La superpotenza mandarina però ha saputo invadere i mercati con prodotti e tecnologia, ma non aveva mai «conquistato cuori e menti» del mondo. Ha commentato Ai Weiwei, l’artista che ha lasciato Pechino per vivere in Occidente ma non ha mai ripudiato le sue radici: «La Cina ha sempre avuto una cultura elitaria che non ha mai incoraggiato il coinvolgimento popolare, esattamente come in politica. Guardate a Hollywood invece, alla musica pop: manifestano l’anima della classe media e lavoratrice, per questo trionfano nel mondo». Qualche anno fa Pechino ha incoraggiato i suoi capitani d’industria a investire massicciamente a Hollywood, tentativi falliti per l’inconciliabilità tra libertà creativa del genio cinematografico americano e censura cinese che mette sempre al primo posto il bene supremo del Partito.
Ma questa è strategia politica. TikTok è un fast food di emozioni. E anche il congee a colazione (che è una minestra densa di riso scotto) può fare furore come un piatto gourmet, se ben presentato. Una delle figure più note nel campo del Chinamaxxing è Sherry Zhu, sino-americana, creatrice di contenuti su TikTok che condivide con i suoi 740 mila follower consigli sul benessere e assicura: «Seguitemi e domani vi sveglierete cinesi». Non è una minaccia, insiste Sherry nei suoi video insegnamenti, ma una promessa e una sfida positiva. Perché la cultura cinese, pur stereotipata e ridotta a «meme» com’è tipico dei social, sta diventando «aspirazionale», «very cool».
E anche la stampa statale di Pechino non si lamenta per battute dei #newlychinese tipo «mi hanno diagnosticato la cinesità». Questa volta i cinesi sono la parte vincente del gioco, non il bersaglio di scherzi velenosi e razzisti. Così il nazionalcomunista Global Times, sempre pronto a stigmatizzare anche «l’appropriazione indebita e distorsione della plurimillenaria cultura cinese» commenta che la Repubblica popolare emergerà vittoriosa dalla competizione con gli Usa proprio grazie all’apertura dei giovani americani allo stile di vita semplice dei cinesi, allo scambio di vedute tra persone, senza inquinamento da dibattito politico (anche se poi il giornale del Partito non si trattiene dal sottolineare il «declino» dell’America).
Nella sua sezione Style il New York Times ha osservato che gli adepti del #voglioesserecinese fanno più di un gioco surreale, perseguono più di un obiettivo di benessere fisico: esprimono una protesta ironica mentre si filmano con lo smartphone davanti a un bicchiere d’acqua calda giorno dopo giorno.
Il tabloid New York Post l’ha presa meno sportivamente. Sotto il titolo «Chinamaxxing è l’ultimo trend senza senso di TikTok che romanticizza la vita in una società comunista» il giornale conservatore ha bocciato i ragazzi entusiasti delle abitudini cinesi che «stanno esteticamente, moralmente e politicamente denigrando l’America e disertando verso un’altra superpotenza». C’è anche il sospetto che sia l’algoritmo che genera popolarità su TikTok (anch’esso creato da ingegneri cinesi e lasciato in eredità alla nuova proprietà americana) a rendere virali i contenuti favorevoli al soft power di Pechino.
Ma forse, in questo mondo avvelenato da troppo cinismo geopolitico, giocare a «diventare cinese» è solo un modo per inseguire una saggezza millenaria