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 2026  marzo 14 Sabato calendario

Intervista a Nicola Savino

P er strada la fermano più di prima?
«Pure con il casco! Ma ero abituato».
Vantaggi della popolarità?
«Il ristorante: è più facile trovare un tavolo».
Svantaggi?
«Può essere limitante. Per esempio durante l’infanzia di mia figlia, quando mi rubavano momenti privati, magari al parco. Adesso la cosa peggiore che mi può capitare è quando vengono a salutarmi mentre sto per mettere in bocca il primo pezzo di pizza».
Nicola Savino, 58 anni, è reduce dal successo del Dopofestival, due milioni e 200 mila telespettatori, 52,8 per cento di share senza neanche mezza polemica da cavalcare (esclusa quella omeopatica di Alessandro Gassmann sui figli e figliastri). Non è cambiato negli anni: tanta gavetta, umiltà e passione, fino a conquistare il suo spazio nella radio e in televisione. Gira ancora col pianto in tasca, perché è uno che si commuove e non se ne vergogna. Per dire: una volta a 100% Italia, il game show che ha condotto su Tv8, non si è trattenuto quando una coppia ha vinto 30 mila euro e lui ha chiesto a lei di sposarlo.
L’ultima volta che ha pianto?
«A Sanremo. Ero nello stesso hotel di Luca Barbarossa, simpaticissimo: facevamo sempre colazione insieme. Un pomeriggio in camera mi sono riascoltato la sua Portami a ballare, con cui vinse il Festival nel ’92, e sono scoppiato in un pianto inconsolabile».
La canzone dedicata alla madre. Ha pensato alla sua?
«Ci metta tutto. Anche il fatto che era giovedì, con una stanchezza micidiale: in quei momenti basta un ciao detto male per farti piangere».
Ha lavorato per Rai, Sky e Mediaset. La radio (Deejay) la sto dando per scontata. Quale successo avrebbe voluto che i suoi genitori vedessero?
«La scalinata di Sanremo: è qualcosa di cui non ringrazierò mai abbastanza Carlo Conti. Una volta in radio Paolo Conte ci fece capire di essere di nuovo innamorato e io gli chiesi come fosse alla sua età, ne aveva credo 75. Rispose: è roba forte. Ecco, questo Sanremo è stato roba forte anche per me. L’ho vissuto con consapevolezza amplificata».
Era il suo quarto Dopofestival. In cosa è stato diverso?
«È stato il mio primo programma senza scaletta. Da subito, quando a luglio Carlo mi ha proposto di farlo, ho avuto chiara la squadra: Aurora Leone e Federico Basso. Enrico Cremonesi è stato una sua felice intuizione».
Diceva di voler improvvisare. Ma lei sapeva tutto di tutti: questo le ha dato una grande libertà di manovra.
«Ma io già a mezzanotte leggo tutti i quotidiani, sempre! La formula di intrattenimento e musica per me è una felpa molto confortevole».
In attesa di condurre dal palco dell’Ariston non farebbe il direttore artistico?
«No, bisogna essere più giovani. Con la mia ansia già ora mi sveglio alle 4 del mattino sei giorni su sette».
Amadeus è più anziano e lo ha fatto con profitto.
«Ma lui la sera prende la melatonina e dorme subito!».
Le spiace che per il prossimo anno abbiano già scelto Stefano De Martino?
«No, anzi. L’ho visto all’opera ad Affari tuoi ed è bravissimo, un vero disc jockey: annusa l’aria, cerca di capire chi può coinvolgere. Durante la mia seconda conduzione di Quelli che il calcio lo avevo invitato: credo sia stato il suo primo ingresso in Rai».
Ha cominciato a fare radio a 16 anni.
«Sì, a Radio San Donato: mi portavo i dischi da casa».
Il primo che ha comprato?
«Ricordo il primo delle mie sorelle: Sugar Baby Love dei Rubettes. Aveva in copertina una donna con una camicia bagnata: può immaginare l’effetto su un bimbo come me».

La canzone del cuore?
«Hey DJ, un pezzo rap del 1984 di Malcolm McLaren, il marito di Vivienne Westwood. È il primo disco che ho comprato e il primo che ho messo a Radio San Donato. Nel titolo c’era il mio destino: fui assunto come tecnico a Radio Deejay il 1° aprile ’89».
E se le dico: «Tu-ta-tu-ta-tu-ta-tu-ta»...
«La mia canzone! Dopo il remix di Pinocchio».
Si vergogna un po’?
«Al contrario! Mi rimprovero di non aver proseguito e di essermi demoralizzato al primo insuccesso. Avevo inciso il disco prendendo 5 giorni di ferie dalla radio, dove guadagnavo un milione al mese da fonico. Feci l’album in fretta, fui poco ambizioso».
Mica voleva diventare il Bob Sinclair di San Donato?
«Guardi che Sinclair era un fan di Pinocchio! Già lì si capiva la mia vocazione alle spiritosaggini. Del resto, quando spengo l’abat-jour la sera penso al perché siamo sulla Terra».
E cosa si risponde?
«Il mio compito è portare leggerezza: sono umilmente in missione per conto di Dio».

È sposato con Emanuela Suma, avete una figlia di 20 anni, Matilda. Che padre è?
«Cerco di non essere geloso e di darle spazio. Sulle uscite, mi salva la geolocalizzazione: se per le 6 non è tornata a casa, so dove cercarla. Ma non è mai successo, e comunque vale anche per me e Manu».

Suo padre era ingegnere dell’Eni, sua madre farmacista. Cosa ha preso da loro?
«L’etica del lavoro, arrivare primi, uscire ultimi. Lui faceva tante trasferte all’estero, lei una settimana al mese il turno di notte. L’ambizione credo mi arrivi da papà».
Soffriva di una forte depressione. Ha mai paura che possa succedere anche a lei?
«Altroché! Ma cerco di aiutarmi con l’ipnosi, la meditazione, l’agopuntura, la tisana al tiglio. Mai psicofarmaci».
Dopo la scomparsa dei suoi, nel 2013 e nel 2014, trovò conforto nella fede. Va ancora in chiesa?
«Solo un paio di volte l’anno, e non a Natale o Pasqua, ma prego ancora. Sono rimasto amico di don Domenico Storri. La Chiesa è stata per me la zattera del naufrago».
La spaventa il cambio di proprietà di Repubblica?
«No. Intanto perché chi l’acquista fa l’editore di mestiere. E poi perché Radio Deejay è in buona salute, un ottimo investimento che rende».

Con Linus ormai siete una coppia di fatto.
«A settembre comincia la nostra trentesima stagione insieme di Deejay chiama Italia. C’è un’alchimia rara. Non lo considero come il mio capo, ma un fratello maggiore».

Se lui smettesse?
«Non ho un piano B. Di sicuro mi prendo due mesi di vacanza fuori stagione! Io e Manu amiamo viaggiare».
Il viaggio più bello?
«Per il 2025 è stato La Via degli Dei, a piedi da piazza Maggiore a Bologna a piazza della Signoria a Firenze passando per l’Appennino. Dopo due ore che cammini abbandoni le tue sovrastrutture».
E in bici con Linus ci va?
«Poche volte. Anche perché Linus ha un approccio molto competitivo. Io lunedì ho fatto 70 chilometri con un amico e ci siamo fermati in trattoria a mangiare risotto, lardo, birra media... Tutto quello che non si deve fare!».
Parliamo dei «ragazzi di via Massena». Fiorello?
«Generoso, prodigo di consigli. Di notte guardavamo i film su Rete 4, toglievamo l’audio e li doppiavamo improvvisando. Mi ha insegnato a farmi la barba senza schiuma, si arrangiava con tutto: per inciso, basta il balsamo».
Claudio Cecchetto?
«È quello che si è inventato Radio Deejay. Mi ha insegnato a essere didascalico. E rideva tanto quando imitavo Berlusconi».
Le sue imitazioni sono famose. Quando ha iniziato?
«Da bambino: imitavo Gigi Sabani. E anche i miei genitori, che mi guardavano indecisi se ridere o menarmi».
Gerry Scotti?
«Non ho mai lavorato con lui. Ma abbiamo avuto il camerino uno accanto all’altro quando conducevo le Iene: io un monolocale, lui l’attico! È un maestro. Quando ha cominciato a fare tv i puristi dicevano che era meglio in radio. La sua carriera li ha smentiti. Spero succeda anche a me».
Lavora in Rai perché è di destra?
«Mi fa ridere. No. Qualche giorno fa Aldo Grasso da Fazio ha detto che per fare questo mestiere ci vogliono passione e competenza. Penso di averle entrambe. Comunque, nessuno si chiedeva cosa votassero Baudo o Corrado».
Il prossimo programma?
«Non lo so, ma vorrei che il flirt con la Rai si trasformasse in un fidanzamento in casa».
Il personaggio che l’ha più emozionata?
«In tv Dario Fo. Era venuto a Quelli che il calcio, già avanti negli anni. Mi regalò un quadro di San Francesco autografato cui tengo molto: mio padre si chiamava Francesco».
E in radio?
«Henry Winkler, l’attore di Fonzie. Era circondato da un’aura di santità».
Lo sfizio che si è tolto con i primi guadagni?
«Auto comode».
E oggi?
«In vacanza viaggio in business class».
Come investe i suoi soldi?
«Sono prudente. Il mattone è sempre una garanzia».
E perché vive in affitto?
«Così io e Manu non cadiamo nella routine e ogni tot traslochiamo. È poco italiano e molto internazionale. Ma forse spiega perché stiamo insieme da 27 anni».