Corriere della Sera, 14 marzo 2026
La Difesa studia una nuova missione
I colloqui con i partner europei sono continui, le valutazioni anche, ma un alleggerimento delle forze italiane oggi al comando della missione Unifil in Libano non appare così immediato come quello in atto in Iraq. Non solo da un punto di vista operativo – non c’è mai stato uno spostamento di unità per motivi di sicurezza, al massimo i militari si sono recati nei bunker in caso di pericolo —, ma anche perché gli italiani, responsabili anche del settore Ovest, hanno accordi bilaterali per l’addestramento delle truppe libanesi e il supporto umanitario della popolazione.
Proprio ieri, sul Corriere, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha accennato al confronto con le Nazioni Unite per definire il futuro della missione, già nell’ultimo biennio interessata da trasferimenti soltanto di staff civili in seguito all’avanzata dell’Idf e la reazione di Hezbollah. La linea della Difesa oggi non è solo quella di valutare una diminuzione del contingente italiano – da condividere con l’Onu e i comandi degli altri Paesi di Unifil per non mettere a repentaglio la loro sicurezza —, ma di riflettere su un ruolo diverso da avere in Libano. Davanti c’è un bivio perché nell’agosto scorso l’Onu ha rinnovato la missione solo fino al dicembre prossimo, precisando che nel 2027 ci sarà «un ritiro ordinato e sicuro». L’Italia dunque potrebbe rimanere in un’altra forma, forte delle strette relazioni con il Libano. Ma lo scenario è in evoluzione: alcuni Paesi premono perché le Nazioni Unite ripensino la missione e lascino una presenza, indispensabile per la stabilità dell’area. Intanto i circa 1.200 militari italiani continuano a operare nonostante il rischio concreto di ritrovarsi ancora una volta fra due fuochi. Come i colleghi impegnati nelle due missioni bilaterali nel Paese del Cedro, la Mibil (addestramento delle forze di sicurezza libanesi) e Mtc4l (il Comitato tecnico militare che si occupa anche dell’assistenza alla popolazione locale). Nell’area, fuori dal Libano, sono poi ancora operative le missioni europee Eupol Copps con la polizia della Cisgiordania ed Eubam Rafah al valico fra Egitto e Gaza, affidate ai carabinieri, come la Miadit – bilaterale ma con l’Autorità palestinese – per l’addestramento della polizia locale.
Negli anni scorsi proprio i militari dell’Arma sono stati fatti rientrare in Italia, ma poi sono tornati non appena le condizioni di sicurezza sono state ripristinate. Discorso che potrebbe essere analogo a quello di Erbil, in Iraq – ieri è stato deciso il trasferimento di altri 170 militari, ne rimarranno 70 a presidiare la base dopo la sospensione dell’addestramento delle forze curde – e in Kuwait, come anche in Qatar e Bahrein, dove lo spostamento di una parte del personale italiano è cominciato da giorni e in molti casi è già stato completato.
Sulle missioni navali, infine, nel Mediterraneo la fregata Martinengo sarà impegnata con le unità di altre nazioni europee nella difesa di Cipro da ulteriori attacchi con droni. E se da una parte non c’è intenzione per ora di inviare navi a Hormuz, per non alimentare un’escalation militare e anche per il rischio mine, l’Italia è in attesa delle decisioni Ue sulla missione Aspides nel Mar Rosso, attualmente «priva delle capacità necessarie» per proteggere i traffici marittimi: al Consiglio degli Affari esteri di lunedì l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas chiederà ai 27 di contribuire «con nuove risorse».