Corriere della Sera, 14 marzo 2026
Israele colpisce i pasdaran per aizzare una rivolta
Devono tremare, nelle stanze del potere della Repubblica islamica, al pensiero che le strade tornino a riempirsi come a dicembre e a gennaio. E così, non appena fiutano aria di protesta, ribadiscono a gran voce «non ci provate». Ieri i pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, hanno lanciato l’ennesimo avvertimento: oppositori e manifestanti rischiano «un colpo ancora più duro di quello dell’8 gennaio». Ammettendo, di fatto, la mattanza di due mesi fa e promettendo di peggio se qualcuno osa rimettersi in marcia. «Il nemico, che ha fallito sul campo di battaglia, vuole seminare terrore e rivolte», recita la nota letta alla tv di Stato. E i «cosiddetti elementi neo-Isis» – i pacifici dimostranti – sappiano che li aspetta un pugno più micidiale di quella notte. Quando i pasdaran e le loro milizie basij, in assetto da guerra, hanno ucciso migliaia di persone che urlavano «Morte al dittatore». Un bagno di sangue che Teheran chiama «ordine», e gli iraniani e le iraniane chiamano rivoluzione. «Non abbiamo paura di loro, ma non possiamo ancora riprenderci le strade per i bombardamenti ed è troppo pericoloso», scrive in un messaggio Ali, studente della capitale. «Ma torneremo, saremo l’altro fronte della guerra».
Ad agitare i sonni dei fedelissimi degli ayatollah devono essere anche i crescenti attacchi dell’esercito israeliano contro i posti di blocco della repressione che negli ultimi giorni sono moltiplicati: «I microdroni e gli Uav israeliani prendono di mira checkpoint dell’Irgc, dei basij e della polizia». Raid che si possono leggere come un piano di Benjamin Netanyahu per colpire dritto le forze che seminano terrore nelle strade, per sfiancarle e dare una mano al popolo che vuole la fine degli ayatollah, un obiettivo condiviso dal primo ministro che sa di non avere tanto tempo a disposizione per realizzare il suo sogno – secondo il giornale Kayhan, Trump gli avrebbe concesso circa una settimana per dimostrare di poter innescare un cambio di regime. L’esercito israeliano ha confermato di aver distrutto diversi checkpoint dei Basij, in particolare a Teheran, ma anche a Karaj, Isfahan e Shiraz. I basij sono il pugno armato della dittatura: la milizia che reprime le piazze, sparando senza esitare a chi dissente. L’aeronautica israeliana, diretta dall’intelligence, ha eliminato checkpoint e militanti con droni telecomandati. Funziona così: una piattaforma volante funge da base madre per i droni e sgancia ordigni equipaggiati con intelligenza artificiale e un database di bersagli preimpostati. Secondo Iran International, il giornale dell’opposizione con sede a Londra, Israele li utilizza su vasta scala, questi droni sorvegliano il terreno, identificano i target e colpiscono con precisione tramite il riconoscimento facciale.
I raid centrano posti di blocco strategici a Teheran. Tra i bersagli, ci sono il Distretto 14 vicino all’autostrada Mahallati, il 15, davanti alla stazione di servizio Hashemabad; il 16, in Fadaiyan-e Islam Street, e l’1, alla fine di Artesh Boulevard. La Repubblica islamica ammette: almeno dieci affiliati al Corpo delle Guardie rivoluzionarie sono stati uccisi in «attacchi terroristici».