Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 14 Sabato calendario

Così Putin incassa un miliardo in più alla settimana

Dall’inizio di questa guerra del Golfo, la Russia sembra aver fornito all’Iran intelligence e consulenze sui droni per colpire gli americani e gli alleati degli Stati Uniti. Giorni dopo, Donald Trump ha sollevato Vladimir Putin da ogni sanzione sulle vendite di petrolio.
Non poteva succedere in un momento più opportuno per il Cremlino: la chiusura di Hormuz sta restituendo all’autocrate di Mosca ossigeno finanziario e potere politico anche di fronte a governi «amici», ma inflessibili, come la Cina. Poco prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ammetteva ormai che il bilancio di Mosca era in difficoltà. Nuovi tagli o tasse sembravano solo questione di tempo. A gennaio le entrate da petrolio e gas, all’equivalente di 5,1 miliardi di dollari, risultavano dimezzate rispetto allo stesso mese del 2025 e la Russia rischiava di esaurire in poco più di un anno le risorse del fondo sovrano. La sostenibilità della guerra all’Ucraina era sempre di più in dubbio.
Da allora, la storia ha voltato pagina. Dopo aver subìto il blocco di Hormuz ad opera dell’Iran, Trump con due ordini esecutivi ha sospeso le sanzioni contro il petrolio russo. Lo stress sui mercati e la caduta dei vincoli all’export stanno già avendo un effetto miracoloso per il Cremlino: a gennaio il greggio russo andava sul mercato a 35 dollari al barile mentre – riferisce l’ex top manager di GazpromNeft Sergey Vakulenko – negli ultimi giorni in Asia alcuni barili delle compagnie di Mosca si vendono anche a 112 dollari.
Una simile impennata dei prezzi fa sì che le entrate nelle ultime due settimane siano già di circa 2,4 miliardi di dollari superiori a quanto sarebbero state senza guerra del Golfo, secondo Vakulenko: un miliardo di euro in più, ogni settimana, da spendere nell’aggressione all’Ucraina.
Certo, ora tutto dipenderà dalla durata del blocco di Hormuz. L’attuale (relativa) scarsità di greggio sul mercato e l’impennata dei prezzi rendono più preziosa l’offerta russa, che solo un mese fa restava per settimane sulle petroliere in mare per assenza di acquirenti. Da giorni invece le raffinerie indiane e cinesi hanno ripreso a comprare massicciamente dalle petroliere-ombra di Mosca; in questo gli ordini esecutivi di Trump non fanno che legalizzare una situazione esistente. Secondo Vakulenko, oggi al Carnegie Eurasia Center, sospendendo le sanzioni Trump cerca solo di rassicurare i mercati per contenere i prezzi. «Non farà molta differenza – aggiunge – perché il greggio russo era già tornato a girare».
Ciò che cambia per il Cremlino, e molto, sono la guerra in sé e la chiusura di Hormuz. Il bilancio di Mosca non si finanzia sulla base delle quantità vendute di greggio, ma da una tassa proporzionale al prezzo corrente sulle estrazioni. Ogni aumento del prezzo di 10 dollari a barile porta ogni mese 2,8 miliardi di dollari in più al sistema-Russia e 1,6 miliardi di dollari al bilancio pubblico. Visti i rincari medi di queste ultime due settimane, Putin ora ha dunque circa 2,4 miliardi di dollari in più da spendere nella sua guerra.
Se Hormuz riaprisse domani o tra una settimana, il beneficio per il Cremlino potrebbe dunque restare quasi irrilevante. Ma se la tensione sui mercati si protraesse per un anno, si tratterebbe di circa 60 miliardi di dollari in più: abbastanza per cambiare il corso della guerra in Ucraina. Per questo la durata della chiusura di Hormuz sarà decisiva, ma non è un fattore che agisce nel vuoto. Proprio in questi giorni, molto sottotraccia, si stanno tenendo ripetuti incontri fra gli emissari di Putin e quelli di Trump. Mercoledì il partner d’affari del presidente Steve Witkoff e il suo genero Jared Kushner si sono visti a Miami con il negoziatore del Cremlino Kirill Dmitriev. L’ordine esecutivo della Casa Bianca che sospende le più importanti sanzioni contro la Russia è arrivato poche ore più tardi.
Quindi ieri il gruppo degli emissari personali del Cremlino e della Casa Bianca è di nuovo tornato a riunirsi sempre in Florida – ha riferito lo stesso Dmitriev – «per discutere la crisi internazionale dell’energia». Palesemente la Russia, terzo produttore mondiale di petrolio e primo esportatore di gas, conta sulla guerra del Golfo per uscire del tutto dall’isolamento internazionale. Trump in questo la sta aiutando. Le risorse – si valuta al Cremlino – possono fare di nuovo della Russia un interlocutore ambito e potente. Anche per la Cina: finora Pechino aveva tenuto congelato il piano di un nuovo gasdotto dalla Siberia che Mosca proponeva (il «Power of Siberia 2»). Ma, almeno in questo, lo stallo delle forniture dal Qatar sposta i rapporti di forza fra le due potenze autoritarie.