Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 14 Sabato calendario

Dal cemento fino ai diamanti l’effetto domino sugli scambi

La guerra in Medio Oriente sta facendo infiammare il prezzo del petrolio, ma mette a serio rischio l’approvvigionamento anche di altre grandi industrie: dalla chimica alle costruzioni, passando per l’agricoltura e la gioielleria.
Secondo un’analisi di Barclays, i nove Paesi dell’area —Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Bahrain, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – sono fornitori «critici» di 29 prodotti di base, sono cioè responsabili di oltre il 10% della loro offerta globale.
Il Medio Oriente fornisce per esempio il 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, nonché nell’industria metallurgica. I Paesi del Golfo producono poi circa il 46,8% dello zolfo che è indispensabile per la produzione di fertilizzanti e altri composti chimici per l’agricoltura, nonché per recuperare metalli come il rame, il nickel e l’uranio. L’acido solforico è poi ampiamente utilizzato nelle lavorazioni dei chip così come l’elio, gas di cui il Qatar produce circa un terzo del totale mondiale. L’area del Golfo ha infine quote importanti nella fornitura di diamanti non incastonati (20,4%), alluminio grezzo (18,4%), ammoniaca (17,2%), cavi in alluminio (16,1%), pelli conciate di pecora e agnello (11,4%), oro grezzo o semilavorato (10,4%).
Il Medio Oriente è insomma un crocevia industriale. Stando alle stime di Dun & Bradstreet, 44.633 aziende di 174 Paesi contavano su spedizioni che avrebbero dovuto attraversare lo stretto di Hormuz e ora sono bloccate sino a data da destinarsi. I Paesi più esposti a eventuali carenze di queste forniture sono India e Cina. Con le forniture provenienti dal Medio Oriente, però, questi Paesi producono beni che finiscono in tutto il mondo. Si pensi all’industria plastica cinese, che dipende per il 41% dal polietilene mediorientale.

La chiusura dello stretto di Hormuz rischia così di causare un effetto dominio dalle conseguenze dirompenti e imprevedibili sulle catene produttive globali. In alcuni casi, quando le forniture mediorientali sono insostituibili o difficilmente rimpiazzabili nel breve-medio termine, la guerra in Iran potrebbe così causare una carenza nell’approvvigionamento globale con prevedibili fiammate dei prezzi simili a quelle viste nel caso del petrolio e del gas. In altri settori, dove già esistono alternative di fornitura, la crisi potrebbe indurre una deviazione dei commerci. Anche in questo caso, però, la concentrazione della domanda avrà come effetto probabilmente un aumento dei costi generalizzato.
I produttori di acqua minerale italiani, per esempio, hanno già ricevuto richieste dalle aziende fornitrici di plastica per bottiglie e tappi di aumenti del 30% sui contratti in essere di plastica per bottiglie e tappi, con minacce di sospensione delle consegne. «È pura speculazione che rischia di innescare una nuova fiammata inflattiva – lamenta Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua – siamo pronti a ricorrere all’Antitrust e informeremo il governo».