Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 12 Giovedì calendario

Mortal Kombat, SpongeBob e Top Gun: così la guerra è gioco

Pupazzi dei cartoon che si muovono saltando, placcando, tra spezzoni di videogiochi e scene tratte da Braveheart, Superman, Top Gun, Iron Man, con inserti improvvisi di case, aerei, veicoli fatti saltare in aria dalle bombe americane (vere), mentre in primo piano appare la scritta “Vuoi vedermi farlo di nuovo?” e una musica roboante rende il ritmo ancora più ossessivo. È la miscela creata dall’aggressivo team social della Casa Bianca per i video postati sugli account della Casa Bianca nei giorni della guerra in Iran. Sono prodotti che attingono alla cultura popolare americana – il cinema, la musica, l’animazione –, che rilanciano la visione di un’America invincibile e che rendono sempre più labile il confine tra realtà e finzione, tra i morti e il dolore vero e la sua estetizzazione svuotata di senso. Siamo, come ha detto qualcuno, alla “gamification” della guerra, alla sua trasformazione in gioco. La propaganda è sempre stata elemento fondamentale nei conflitti. Nel momento in cui sono certi morti e sacrifici, si deve mantenere il controllo di parole, simboli, rappresentazioni. È necessario rassicurare e alleviare. Per tornare a una guerra Usa recente, tutti ricordano il celebre “Missione compiuta” che George W. Bush pronunciò il 1° maggio 2003. L’invasione dell’Iraq era partita da sei settimane, il presidente saliva sulla Lincoln per annunciare la vittoria.
Sappiamo com’è andata. Quanto alla “smaterializzazione” della guerra, non vanno dimenticate le smart bombs, le “bombe intelligenti” sganciate sempre sull’Iraq dai caccia-bombardieri F-117. Avevano una videocamera piazzata sulla parte anteriore dell’arma. Le immagini venivano mostrate durante i briefing con la stampa e facevano apparire la guerra ordinata e indolore. La propaganda c’è sempre stata, ma quanto sta avvenendo oggi negli Stati Uniti per promuovere la guerra in Iran è sicuramente inedito. L’obiettivo è quello di rendere “riconoscibile”, quindi accettabile, quindi persino auspicabile, la guerra. Di qui, il ricorso a immagini, citazioni, riferimenti che l’americano medio può capire, accettare, e da cui si senta in qualche modo rassicurato. Per i video si attinge al cinema. Si attinge ai cartoon di SpongeBob SquarePants. Si attinge alla musica: Bonfire di Childish Gambino, Bazooka dei Miami XO, Thunderstruck degli AC/DC. Si attinge ai videogiochi: Call of Duty, Grand Theft Auto, Mortal Kombat e Halo. Si attinge ai luoghi cari dell’immaginario americano: il campo da football, la sala del bowling. Si attinge ai gesti di quell’immaginario: il placcaggio del football. È un’operazione che si svolge in parallelo allo sforzo che da anni il Pentagono sta facendo per aumentare il numero di reclute. È almeno dal 2007 che il Pentagono invia i propri reclutatori a convention di videogiochi e di eSport. I video hanno ovviamente sollevato critiche e indignazione. Il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, ha affermato di trovare “disgustoso” che una guerra che porta morte e sofferenza reali venga trattata come un videogioco. Da capire, a questo punto, soprattutto una cosa: se la trasformazione del conflitto in gioco saprà far dimenticare agli americani quanto pagano un gallone di benzina. 3 dollari e 58 cents, 38 cents in più in una settimana.