La Stampa, 13 marzo 2026
L’Ia al lavoro
L’ultimo annuncio è arrivato ieri da Oracle: la compagnia statunitense di informatica si prepara a una nuova ondata di tagli che si stima arriveranno a 30mila dipendenti. «Vogliamo creare più software in meno tempo e con meno persone», ha spiegato l’azienda. Una visione simile ha illustrato nelle stesse ore Mike Cannon-Brookes, ceo del colosso australiano del software Atlassian, che ridurrà del 10% gli addetti «per promuovere una crescita duratura e redditizia».
Prima di loro, nell’ultimo anno, molte delle multinazionali della tecnologia hanno lasciato a casa migliaia di dipendenti. Tra le principali, Microsoft (-10mila posti in diversi cicli di ristrutturazione), Intel (-20% nel piano di riorganizzazione), Meta (-5%), Salesforce (mille in meno nel 2026). Secondo la società di consulenza Challenger, Gray & Christmas, negli Stati Uniti 55mila esuberi erano già collegati all’Ai nel 2024.
E mentre gli uffici si svuotano, corre la caccia ai fondi per il tech. Come ricostruito dal Financial Times, Oracle ha accantonato circa 2 miliardi per la ristrutturazione nell’anno fiscale in corso, e al gruppo ne servono 143 per finanziare i data center per l’Ai. In totale si stima che le Big Tech quotate a Wall Street spenderanno 700 miliardi di dollari nel 2026 per le infrastrutture di intelligenza artificiale, circa il 75% in più del 2025.
Il mercato per ora sembra premiare la strategia, presentata in nome dell’efficienza e della produttività: più automazione, meno buste paga ma solo se a basso valore, maggiore redditività. Almeno così lascia intendere il balzo dell’8% registrato dal titolo degli Ellison appena dopo la presentazione dei conti, dove il gruppo ha stimato un boom dovuto a data center e Ai oltre il 2027. Ancora più marcato il cambio di passo della software house di Sydney, che ha perso un terzo del suo valore in un anno per i timori che l’Ai avrebbe indebolito i fondamentali del settore. Dopo che Atlassian ha annunciato la sforbiciata di 1.600 lavoratori, il titolo ha guadagnato il 2% a Wall Street. Questa metamorfosi viene comunemente chiamata “disruption”, una rottura con il passato, ma dai più pessimisti è già definita “apocalisse del software”, con tanto di soprannomi come “SaaSApocalypse” o “SaaSAgeddon”. Gli esuberi non riguardano solo il settore del coding – su cui sono penalizzate principalmente le risorse junior. Secondo il report di Goldman Sachs “How Will Ai Affect the Global Workforce?”, l’Ai generativa sta impattando anche su settori come il marketing, il graphic design, l’amministrazione, e – tra i più colpiti – i call center.
Sul piano dei diritti, però, la posizione italiana resta debole. «Dal punto di vista tecnico-giuridico – sottolinea l’avvocato Attilio Pavone, head of Italy di Norton Rose Fulbright – sostituire un lavoratore con una macchina più efficiente è, per quanto possa suonare sgradevole, lecito». Nel nostro Paese, il cosiddetto giustificato motivo oggettivo della riorganizzazione aziendale è tra le cause di licenziamento previste dalla legge, e il progresso tecnologico può rientrare in questa categoria.
Le grandi multinazionali, fino a pochi anni fa viste come garanzia di maggiore stabilità di carriera, oggi negli Usa sono quelle che stanno rimpiazzando i lavoratori, ma in Italia il processo è più delicato. «Le aziende internazionali sono più prudenti a procedere con tagli nel nostro Paese – spiega Pavone -, ma sono anche più veloci nel progresso e quindi possono essere più rapide nel ridurre il personale». Finora, il caso di Marghera, dove Investcloud potrebbe lasciare a casa tutti i 37 dipendenti italiani per sostituirli con l’Ai, per quanto serio sembra circoscritto. Le notizie che arrivano – ad esempio da Amazon Milano – non sono di tendenze a licenziamenti massivi ma di trattative one to one con i lavoratori per contrattare pacchetti di uscita, o di un rallentamento più silenzioso delle assunzioni. Eppure non è la prima volta che una tecnologia riscrive le regole del mercato del lavoro.
«Quando i computer sono entrati negli uffici – sottolinea Pavone – molte delle persone che facevano lavori manuali, anche nei giornali, da un certo punto in poi non hanno più avuto la loro professione». Spiragli di ottimismo arrivano dai report ufficiali. Secondo uno studio di Banca d’Italia diffuso ieri, l’Ai non sta riducendo l’occupazione ma «aumentando l’importanza relativa delle occupazioni più qualificate». In un’analisi relativa all’Eurozona, la Bce ha stimato che chi investe in Ai risulta più propenso a incrementare il personale.